Henry Murger.
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Vita di Bohme.
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Titolo originale: Scnes de la Vie de Bohme. 1851.
Traduzione di: Alfredo Panzini (della Accademia d'Italia).
1930. Mondadori Editore, MILANO. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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L'AUTORE.
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Henri Murger (Parigi, 27 marzo 1822. Parigi, 28 gennaio 1861)  stato un poeta e scrittore francese.
Di umili origini, condusse un'esistenza di stenti, che rievoc poeticamente con il nome rimasto famoso, di vie de bohme; in seguito collabor con alcuni giornali e pubblic in appendice sul Corsaire de Satan la sua opera pi famosa, Scene della vita di Bohme (1847-1849) da cui Giacomo Puccini e Ruggero Leoncavallo presero ispirazione per le loro rispettive opere liriche entrambe intitolate La bohme e che nel 1992 Aki Kaurismki port al cinema. Raggiunse il successo e un certo benessere grazie alla riduzione di questa sua opera per il teatro nel 1849. Si ritir dalla vita letteraria nel 1855 e fin i suoi giorni in un ospizio.
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VITA DI BOHME.
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Indice.
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Introduzione. dell'Autore.	
1. Come nacque la compagnia della Bohme.
2. La divina Provvidenza scende in casa di Schaunard.
3. Amori quaresimali.
4. Rodolfo, turco per forza.
5. Lo scudo di Carlo Magno.
6. Madamigella Musetta.
7. Il fiume d'oro.
8. Quello che costa uno scudo.
9. Le violette del polo nord.
10. Il promontorio delle Tempeste.
11. Un caff della Bohme.
12. Come fu ammesso un nuovo socio nella Bohme.
13. Il focolare domestico.
14. La signorina Mim.
15. Donec gratus eram tibi.
16. Il passaggio del Mar Rosso.
17. I vestiti delle tre Grazie.
18. Il manicotto di Francine.
19. Mim ha di belle piume sul cappellino.
20. Le bizzarrie di Musetta.
21. Romeo e Giulietta.
22. 1. Come fin l'amore di Rodolfo e di madamigella Mim.
22. 2. Segue ancora l'epilogo degli amori di Rodolfo e di madamigella Mim.
23. La giovinezza non ha che una stagione.
Nota di Alfredo Panzini.
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Fine Indice.
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Introduzione. dell'Autore.
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I bohmes, che formano il soggetto di questo libro, non hanno alcun rapporto cogli scapigliati, di cui i drammaturghi dei boulevards hanno fatto i sinonimi di borsaiuoli e di assassini. Essi non si reclutano fra i domatori d'orsi, gli inghiottitori di sabbia, i mercanti di catene di sicurezza, i giocatori di vantaggio, i negozianti dei bassifondi della borsa ed i mille altri industriali misteriosi o vagabondi, la cui principale industria  quella di non averne alcuna, e che mostransi sempre pronti a far tutto, eccettuato il bene.
La bohme, di cui tratta questo libro, non  gi una razza nata oggi; ella ha esistito sempre ed in ogni lungo, e pu rivendicare illustri origini. Nell'antichit greca, senza rimontare pi lontano in questa genealogia, esisteva una celebre bohme, la quale, vivendo a caso, di giorno in giorno, percorreva le campagne della florida Jonia, mangiando il pane dell'elemosina, e fermavasi la sera per sospendere al focolare dell'ospitalit la lira armoniosa, che aveva cantato gli  amori d'Elena e la caduta di Troja. Discendendo la scala delle et, la moderna bohme ritrova degli avi in tutte le epoche artistiche e letterarie. Nel medioevo, ella continua la tradizione omerica coi menestrelli e cogli improvvisatori, i cultori della gaia scienza, tutti i melodici vagobondi delle campagne della Provenza, tutte le muse erranti, che, portando sul dorso la bisaccia del bisognoso e l'arpa del trovatore, attraversavano, cantando, le pianure del bel paese, ove doveva fiorire l'glantine di Clemente Jsaure.
Nell'epoca intermedia fra i tempi cavallereschi e l'aurora del rinascimento, la bohme continua a correre le strade del regno ed un poco le vie di Parigi.
Ecco il maestro Pietro Gringoire, l'amico dei vagabondi ed il nemico del digiuno; magro ed affamato come pu esserlo un uomo, la cui esistenza non fu se non una lunga quaresima; egli batte il selciato della citt, il naso al vento, come un cane che caccia, respirando il profumo delle cucine e delle osterie: i suoi occhi, pieni di gastronomiche aspirazioni, fanno diventar magri, soltanto col guardarli, i jambons sospesi ai ferri dei pizzicagnoli, mentre fa risuonare, nella sua fantasia (e non gi, ahim! nelle sue tasche) i dieci scudi, che gli hanno promesso i signori scabini, in compenso della "trs-pieuse et trs-devote sotie" ch'egli ha composto per il teatro della sala del Palazzo di Giustizia. A fianco di questo profilo dolente e melanconico dell'amante di Esmeralda, i cronisti della bohme possono evocare un compagno meno ascetico e d'una figura pi gioviale, il signor Francesco Villon, l'amante della bella che fu Haultmire. Poeta e vagabondo per eccellenza costui! La sua poesia andava ricca d'immagini, e, senza dubbio, in causa di quei presentimenti, che gli antichi attribuivano ai loro vati, veniva, senza posa, perseguitato da una singolare preoccupazione del potere, da cui poco manc un d venisse appiccato per aver troppo da vicino voluto ammirare i colori degli scudi del re. Quest'istesso Villon, che pi di una volta aveva sfuggito la sbirraglia messa sulle sue tracce, quest'ospite turbolento delle soffitte della strada Lescot, questo pique-assiette della corte del duca d'Egitto, questo Salvator Rosa della poesia, ha rimato alcune elegie, di cui il vivo sentimento e la sincerit commuovono irresistibilmente, e fanno s che si oblii il malandrino, il vagabondo ed il dissoluto, davanti questa musa tutta bagnata delle proprie lacrime.
Del resto, fra tutti quelli, la cui opera poco conosciuta  ammirata da coloro soltanto, per cui la letteratura francese non comincia con Malherbe. Villon ebbe l'onore di essere uno dei pi spogliati, persino dalle sommit del Parnaso moderno. Si precipitarono sul campo del povero, e batterono moneta di gloria coll'umile suo tesoro.
Havvi una ballata, scritta sull'angolo della via e sotto la gronda in un giorno di freddo, dal rapsoda bohme; tali strofe amorose improvvisate nella casetta, ove la bella che fu Haultmire scioglieva a ciascun viandante la sua cintura dorata; e che oggid, trasformate in galanterie di buon genere, avrebbero il profumo del muschio e potrebbero figurare nell'album stemmato d'una Clori aristocratica.
Ma ecco il gran secolo del rinascimento che comincia. Michelangelo sale i tavolati della Sistina e guarda con occhio pensoso il giovane Raffaello, che sale la scala del Vaticano, portando sotto il braccio i cartoni delle Loggie. Benvenuto medita il suo Perseo; Ghiberti cesella le porte del Battistero, nel medesimo tempo che Donatello innalza i suoi marmi sui ponti dell'Arno.
Mentre la citt dei Medici cerca di emulare in capi d'opera colla citt di Leone decimo e di Giulio secondo, Tiziano e Veronese illustrano la citt dei Dogi. S. Marco gareggia con S. Pietro.
Questa febbre del genio, che d'un tratto si desta nella penisola italiana con una violenza epidemica, sparge il glorioso suo contagio in tutta l'Europa. L'arte, rivale di Dio, cammina eguale ai re. Carlo quinto s'inchina per raccogliere il pennello di Tiziano, e Francesco primo attende nella stamperia, ove Stefano Dolet corregge forse le bozze di Pantagruel.
In mezzo a questa risurrezione dell'intelligenza, la bohme continua, come nel passato, a cercare, secondo l'espressione di Balzac, la figura e la nicchia. Clemente Marot, divenuto il familiare delle anticamere del Louvre, prima ancora ch'egli sia il favorito d'un re, diventa il favorito di quella bella Diana, il cui sorriso illumin tre regni. Dal boudoir della Poitiers, la musa infedele del poeta passa in quello di Margherita di Valois, favore pericoloso che Marot ebbe a pagare colla prigione. Quasi all'istessa epoca, un altro bohme, la cui infanzia era stata accarezzata sulla piazza di Sorrento dai baci d'una musa epica, il Tasso, entrava nella Corte del duca di Ferrara, come Marot in quella di Francesco I, ma meno fortunato che l'amante di Diana e di Margherita, l'autore della Gerusalemme pagava colla sua pazzia l'audacia del suo amore per una figlia della Casa d'Este.
Le guerre religiose e le turbolenze politiche, che segnalarono in Francia l'arrivo dei Medici, non arrestarono punto gli sforzi dell'arte. Nel momento in cui una palla colpiva sui tavolati degl'Innocenti Giovanni Goujon, che ritrovava lo scalpello pagano di Fidia, Ronsard rinveniva la lira di Pindaro, e fondava, aiutato dalla sua pleiade, la grande scuola lirica della Francia. A questa scuola del rinnovamento, succedette la reazione di Malherbe e de' suoi, i quali cacciarono dalla lingua tutte le grazie esotiche, che i loro predecessori avevano tentato di nazionalizzare sul Parnaso. Fu un bohme, Mathurin Rgnier, che difese, fra gli ultimi, i baluardi della poesia lirica, assaliti dalla falange dei retori e dei grammatici, i quali dichiaravano barbaro Rabelais ed oscuro Montaigne. Quest'istesso Rgnier, il cinico, aggiungendo nodi alla frusta satirica di Orazio, esclamava, indignato, vedendo i costumi della sua epoca: "L'onore  un vecchio santo, che pi non si onora".
Nel secolo diciassettesimo la bohme novera parte dei nomi della letteratura di Luigi 13 e Luigi 14; ella conta alcuni membri fra i belli spiriti dell'Htel Rambouillet, ove coopera alla ghirlanda di Giulia; ha le sue entrate al palazzo Cardinale, ove  collaboratrice della tragedia Marianna col poeta-ministro, che fu il Robespierre della monarchia. Ella copre di madrigali l'alcova di Marion Delorme e corteggia Ninon sotto gli alberi di Piazza Reale; ella fa colazione alla taverna della Spada Reale e cena alla tavola del Duca di Joyouse; si batte in duello sotto le lanterne per il sonetto di Urania contro il sonetto di Job.
La bohme fa l'amore, la guerra, ed anche la diplomazia, ed a' suoi vecchi giorni, stanca d'avventure, mette in poema il vecchio ed il nuovo Testamento, postilla i fogli di benefic, e, ben nutrita di grasse prebende, va a sedersi sopra una sedia episcopale, o sopra una poltrona dell'Accademia, fondata da uno de' suoi.
Egli fu durante il passaggio dal secolo sedicesimo al diciottesimo, che apparirono quei due fieri gen, cui ciascuna delle nazioni, ove vissero, contrappone nelle loro lotte di rivalit letteraria: Molire o Shakespeare; questi illustri bohmes, il cui destino offre tanti punti di contatto.
I nomi pi celebri della letteratura del secolo diciottesimo trovansi anch'essi negli archiv della bohme, la quale fra le glorie di quest'epoca pu citare Gian Giacomo e D'Alembert, il trovatello di Nostra Donna, e fra i nomi oscuri: Malafiltre e Gilbert, due reputazioni di poco valore, perch l'ispirazione dell'uno non era che il pallido riflesso del pallido lirismo di Rousseau e l'ispirazione dell'altro il misto d'una impotenza orgogliosa, alleata con un odio, il quale non aveva menomamente la scusa dell'iniziativa e della sincerit, poich era l'istrumento pagato dei rancori e delle collere d'un partito.
Noi abbiamo chiuso a quest'epoca il rapido riassunto della bohme nelle differenti sue et; prolegomeni seminati di nomi illustri, a bella posta collocati in testa di questo libro per mettere in guardia il lettore contro qualunque applicazione falsa, che potrebbe preventivamente farsi, incontrando questo nome di bohmes, dato da lungo tempo a certe classi, da cui tiene ad onore d'essere divisa quella, di cui l'autore tenta fornire un saggio, riguardo ai costumi ed alla lingua.
Oggi, come una volta, ciascun uomo che entra nelle arti, senz'altro mezzo di sussistenza che l'arte istessa, sar forzato a passare per i sentieri della bohme. La maggior parte dei contemporanei, che fanno pompa dei pi celebri blasoni dell'arte, furono bohmes, e, nella calma e prospera loro gloria, ricordano sovente, forse rimpiangendolo, il tempo in cui salendo la verde collina della giovinezza, non avevano altra fortuna, al sole dei loro vent'anni, che il coraggio, il quale  la virt dei giovani, e la speranza che  il milione dei poveri.
Per il lettore inquieto, per il borghese timorato, per tutti quelli, i quali non trovano mai sufficienti punti sopra gli i d'una definizione, noi ripeteremo in forma d'assioma: "La bohme  il noviziato della vita artistica, e la prefazione dell'Accademia, dell'Htel Dieu, o della Morgue".
Noi, aggiungeremo che la bohme non esiste e non  possibile se non a Parigi. Siccome qualunque stato sociale, la bohme offre gradazioni differenti, diversi soggetti che si suddividono e di cui non sar inutile stabilire la classificazione. Noi prenderemo le mosse della bohme ignorata, la pi numerosa. Ella si compone della gran famiglia degli artisti poveri, fatalmente condannati alla legge dell'incognito perch non sanno o non possono trovare un lembo di pubblicit per attestare la loro esistenza nell'arte. Questi formano la razza ostinata dei sognatori, per cui l'arte si  conservata una legge e non gi un mestiere; gente entusiasta, convinta, a cui la vista d'un capolavoro basta ad infonder la febbre, ed il cui cuore leale batte altamente per tutto ci che  bello, senza domandare il nome del maestro e della scuola. Quella bohme l, si recluta fra i giovani, di cui dicesi che forniscono delle belle speranze, ma che, per noncuranza, per timidit, o per ignoranza della vita pratica, si immaginano che tutto  fatto, quando l'opera  terminata, e attendono che l'ammirazione e la fortuna entrino da loro stesse per scalata o di sotterfugio. Essi vivono, per cos dire, in margine della societ, nell'isolamento e nell'inerzia. Pietrificati nell'arte, essi prendono alla lettera i simboli del ditirambo accademico, i quali depongono un'aureola sulla fronte dei poeti; persuasi ch'essi risplenderanno nell'ombra, attendono che si vada a trovarli. Noi abbiamo altre volte conosciuta una piccola scuola composta di questi tipi tanto strani, che a stento si crede alla loro esistenza; essi si chiamavano i discepoli dell'arte per l'arte. Secondo quest'ingenui, l'arte per l'arte consisteva nel divinizzarsi fra loro, nel non aiutare il caso, il quale ignorava persino il loro domicilio, e nell'attendere che i piedistalli venissero a collocarsi sotto i loro piedi.
Come vedesi,  lo stoicismo del ridicolo. Ebbene (noi l'affermiamo ancora una volta per essere creduti), esistono in seno della bohme ignorata, individui di questa specie, la cui miseria eccita una simpatica piet, dalla quale vi fa rifuggire il buon senso, giacch se tranquillamente fate loro osservare che noi viviamo nel secolo diciannovesimo, che il pezzo da cinque lire  l'imperatore dell'umanit, e che le scarpe non cadono dal cielo verniciate, essi vi volgono le spalle e v'appellano borghese.
Del resto, sono logici nel loro eroismo insensato: essi non mandano n gridi, n lamenti, e subiscono tacitamente il destino oscuro e rigoroso che si sono creato. Muoiono, per la maggior parte, decimati da quella malattia a cui la scienza non osa dare il suo vero nome: la miseria. Nondimeno, volendo, potrebbero evitare questa fatale catastrofe, che bruscamente chiude la loro esistenza in una et, in cui, d'ordinario, la vita, non fa che incominciare. Basterebbe loro perci qualche concessione fatta alle dure leggi della necessit, cio saper distinguere la propria natura in due esseri: il poeta che sogna sempre sulle alte cime ove canta il coro delle voci ispirate, e l'uomo, operaio della sua vita, che sa procurarsi il pane quotidiano. Ma questo dualismo, che esiste quasi sempre nelle nature ben temprate, di cui  un carattere distintivo, non si incontra nella maggior parte di quei giovani, cui l'orgoglio, un orgoglio bastardo, rese sordi a tutti i consigli della ragione. Cos muoiono giovani, lasciando, qualche volta, dietro di loro un'opera che il secolo ammira in avvenire, e che avrebbe senza dubbio applaudita avanti se non fosse restata invisibile.
Nelle lotte dell'arte succede presso a poco come alla guerra: tutta la gloria conquistata rifulge sul nome dei capi: l'armata si fa a pezzi per guadagnare qualche linea d'un ordine del giorno. Quanto ai soldati caduti nella mischia, essi vengono sepolti l ove caddero, ed un solo  epitaffio basta per ventimila morti.
Cos pure la folla, la quale ha sempre gli occhi fissi verso ci che s'eleva, non abbassa giammai il suo sguardo sino al mondo sotterraneo, ove lottano gli oscuri operai. La loro esistenza compiesi ignorata e senza aver la consolazione di sorridere ad un'opera compiuta. Abbandonano la vita, avvolti in un lenzuolo d'indifferenza.
Esiste nella bohme ignorata un'altra frazione: ella si compone di giovani ingannati da altri o che si ingannarono da loro stessi. Essi prendono la fantasia per vocazione, e spinti da un'omicida fatalit muoiono, gli uni vittime d'un perpetuo eccesso d'orgoglio, e gli altri idolatri d'una chimera.
E qui, ci si permetta una breve digressione. Le vie dell'arte s affollate e pericolose, malgrado gl'ingombri e gli ostacoli, sono nondimeno ciascun giorno delle pi difficili a percorrersi, e per conseguenza giammai la bohme mostrossi s numerosa.
Se si cercassero tutte le ragioni che hanno determinata tale affluenza, potrebbesi forse rinvenir questa. Molti giovani hanno preso sul serio le declamazioni fatte a proposito degli artisti e dei poeti infelici. I nomi di Gilbert, Malfiltre, Chatterton, Moreau sono troppo spesso, troppo imprudentemente e, sopratutto, troppo inutilmente, lanciati nell'aria. La tomba di questi sfortunati diviene una cattedra, dall'alto della quale predicasi il martirio dell'arte o della poesia. "Addio, troppo infeconda terra, flagelli umani, sole glaciale! Come un fantasma solitario, invisibile, sar passato!"
Questo canto, pieno di disperazione, di Victor Escousse, asfissiato dall'orgoglio che avevagli infuso un fittizio trionfo,  divenuto, un certo tempo, la Marsigliese dei volontari dell'arte, che andavano ad iscriversi nel martirologio della mediocrit.
Queste funebri apoteosi, questo eterno requiem, hanno tutta l'attrattiva dell'abisso per gli spiriti deboli e le vanit ambiziose; molti subiscono s funesta tendenza e credono la fatalit met parte del genio. Molti sognarono il letto di spedale dove mor Gilbert, sperando diventar poeti, come egli lo divenne un quarto d'ora prima della morte, e credendo esser questa una tappa necessaria per arrivare alla gloria.
Troppo non si saprebbero biasimare tali immorali menzogne e micidiali paradossi, che distolgono da una via, ove avrebbero potuto riuscire tanti giovani, i quali miseramente finiscono in una carriera, dove sono d'ostacolo a coloro, che soli hanno il diritto di entrare, avendo una reale vocazione.
Sono prediche dannose, queste inutili esaltazioni postume, che hanno creato la razza ridicola degl'incompresi, dei poeti piagnoni, la cui musa ha sempre gli occhi rossi ed i capelli scompigliati, e tutte le impotenti mediocrit, le quali, oppresse dal paragrafo dell'interdizione, chiamano matrigna la musa e carnefice l'arte.
Tutti gli spiriti, veramente potenti, debbono dire la loro parola, e tosto o tardi la dicono in effetto. Il genio od il talento non sono gi accidenti impreveduti nell'umanit; essi hanno una ragione d'essere, ed appunto perci non possono restar sempre nell'oscurit; se la folla loro non va incontro, sanno farsi a lei davanti. Il genio  il sole: tutto il mondo lo vede. Il talento  il diamante, che pu restare lungamente perduto nell'ombra, ma che sempre  scoperto da qualcuno. Si ha dunque torto di commuoversi pei lamenti e per le proteste di questa classe d'intrusi e d'inutili, entrati nell'arte per violenza e componenti una categoria, in cui le noncuranza, l'orgia ed il parasitismo formano la base dei costumi. Assioma: La bohme ignorata non  una via, ma un vicolo senza sfogo.
In effetto, questa vita a nulla conduce.  una miseria abbrutita, in mezzo alla quale l'intelligenza si spenge, come una lampada in un luogo senz'aria; ove il cuore s'impietra in una misantropia feroce e le migliori nature divengono le peggiori. Se si ha la sfortuna di restare troppo a lungo o di perdersi in questo labirinto, non si pu pi uscirne, o, se ne esce per breccie pericolose,  per ricadere in una diversa bohme, i cui costumi appartengono ad un'altra giurisdizione, che non  quella della psicologia letteraria.
Noi citeremo un'altra singolare variet di bohmes, che si potrebbero appellar dilettanti. Essi trovano la vita della bohme un'esistenza piena di seduzioni, non desinare tutti i giorni, dormire all'aria aperta sotto le lacrime delle notti piovose ed abbigliarsi di nankin nel dicembre, loro sembra il paradiso della felicit umana, e per introdurvisi disertano questi il focolare della famiglia, quegli lo studio, che conduce ad un risultato certo. Essi volgono il dorso ad un avvenire onorevole per correre le avventure delle esistenze scapigliate. Ma, siccome i pi robusti non saprebbero far fronte ad un regime che renderebbe tisico un Ercole, essi non tardano ad abbandonare la partita, e sospirando l'arrosto paterno, ritornano per sposare la loro piccola cugina ed a stabilirsi notai in una citt di 30,000 persone. La sera, in un canto del focolare, hanno la soddisfazione di raccontare le miserie dell'artista, coll'enfasi d'un viaggiatore, il quale narra la caccia della tigre. Altri s'ostinano e vi mettono dell'amor proprio, ma una volta esauste le risorse del credito (cui trovano sempre i figli di famiglia), sono pi infelici dei veri bohmes i quali non avendo mai avuto altri vantaggi, posseggono quello almeno dell'intelligenza. Noi abbiamo conosciuto uno di questi bohmes-dilettanti, il quale, dopo esser rimasto  tre anni nella bohme ed aver rotto ogni rapporto colla famiglia, mor un bel mattino, e fu condotto nel carro dei poveri alla fossa comune.... aveva 10,000 lire di rendita.
Inutile il dire che questi bohmes non hanno nulla di comune coll'arte, e che sono i pi oscuri fra gli sconosciuti della bohme ignorata.
Ora arriviamo alla vera bohme, a quella, che fa in parte il soggetto di questo libro. Coloro che la compongono sono veramente i chiamati dell'arte, ed hanno probabilit di diventarne altres gli eletti. Questa bohme  come le altre, irta d'ostacoli: due abissi la circondano da ciascuna parte: la miseria e il dubbio. Ma fra questi due abissi havvi nondimeno un cammino, il quale conduce ad una mta, cui i bohmes possono toccare collo sguardo, in attesa di toccarla anche col dito.
 la bohme ufficiale: cos nominata, perch quelli che ne fanno parte, hanno costatato pubblicamente la loro esistenza; hanno segnalato la loro presenza nella vita, altrove che sui registri dello stato civile; infine, per impiegare una espressione del linguaggio scapigliato, i loro nomi stanno sugli avvisi. Sono conosciuti nel mondo letterario ed artistico, ed i loro lavori hanno corso.... a prezzi moderati, ben s'intende.
Per arrivare alla mta, che  perfettamente determinata, tutte le vie sono buone, ed i bohmes sanno mettere si profitto persino gli accidenti della strada. Pioggia o polvere, ombra o sole, nulla arresta questi arditi avventurieri, i cui viz sono scusati da altrettante virt. Lo spirito, sempre teso dalla loro ambizione, batte la carica e li spinge all'assalto dell'avvenire, senza tregua, in lotta colla necessit: la loro invenzione, che marcia sempre colla miccia accesa, fa saltare qualunque ostacolo sorto a trattenerli. La loro esistenza giornaliera  un'opera di genio, un problema quotidiano cui pervengono sempre a risolvere coll'aiuto d'audaci matematiche. Essi si farebbero prestar danaro da Arpagone, e troverebbero tartufi fra i capelli di Medusa. Se fa duopo sanno praticare anche l'astinenza con tutta la virt d'un anacoreta, ma se nelle loro mani cade un po' di fortuna, voi li vedete tosto cavalcare sulle pi rovinose fantasie, amando le donne pi belle e pi giovani, bevendo i vini migliori e pi vecchi, e non trovando mai sufficienti finestre per gettar via il danaro. Poi, quando l'ultimo scudo  morto e sepolto, ritornano a desinare alla tavola rotonda dell'azzardo, ove la loro posata  sempre pronta, e preceduti da una muta d'astuzie, cacciando in tutte le industrie che avvicinano l'arte, inseguono dal mattino alla sera quell'animale feroce che si chiama pezzo da cinque lire.
I bohmes sanno tutto e vanno ovunque; secondo che hanno scarpe a vernice, o rotte. Un giorno si veggono appoggiati al camino d'una sala del gran mondo, e l'indomani a tavola sotto il pergolato delle osterie dansantes. Non sanno fare dieci passi sul boulevard senza incontrare un amico, e trenta senza vedere (ovunque) un creditore.
La bohme parla nel suo seno un linguaggio particolare, tolto a prestito dalle discussioni artistiche, dal gergo delle scene e dai discorsi dei gabinetti giornalistici. Tutti gli eclettismi di stile si dnno appuntamento in questo idioma strano, ove le frasi dell'Apocalisse toccano il coq--l'ne; ove la rusticit del motto popolare s'allea a periodi stravaganti; ove il paradosso, questo Beniamino della letteratura moderna, tratta la ragione, come trattasi Cassandra nelle pantomime; ove l'ironia ha la violenza degli acidi pi pronti e la precisione di quei tiratori, i quali colgono nel segno ad occhi bendati. Gergo intelligente, bench inintelligibile per tutti quelli che non ne hanno la chiave e la cui audacia sorpassa quella delle lingue pi libere. Il vocabolario della bohme  l'inferno della rettorica ed il paradiso del neologismo. Tale, in breve,  la vita della bohme, mal conosciuta dai puritani del mondo, mal trattata dai puritani dell'arte, insultata da tutte le mediocrit paurose e golose, che non hanno abbastanza clamori, menzogne e calunnie per soffocare la voce ed il nome di quelli, i quali arrivano per questo vestibolo alla fama, associando l'audacia al talento.
Vita di pazienza e di coraggio, ove non si pu lottare se non munito d'una forte corazza d'indifferenza contro gl'imbecilli e gl'invidiosi; ove non si deve (per evitare gli inciampi) abbandonare per un sol momento l'orgoglio di s stesso, il quale serve per bastone d'appoggio. Vita seducente e terribile, che novera i suoi vincitori e martiri, ed in cui non si deve entrare, se non rassegnandosi, sin dal principio, a subire l'implacabile legge del vae victis!
Henry Murger. Maggio 1830.
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Nota: Questa Introduzione, di pugno di Murger,  presente nella prima edizione originale francese in volume (1851) dal titolo Scnes de la vie de Bohme e anche nell'edizione italiana dal titolo La Bohme o gli eroi della miseria. 1897, Salani Editore, Firenze, della quale  ignoto il traduttore, e si  ritenuto importante riproporla. Fine nota.
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VITA DI BOHEME.
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CAPITOLO 1.
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Alfredo.
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Come nacque la compagnia della Bohme.
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Ecco come il Caso, che le persone di poca fede dicono che  l'agente di affari del buon Dio, mise in relazione di fraterna amicizia alcuni artisti i quali dovevano poi formare la bella compagnia della Bohme. E cos come la cosa avvenne, l'Autore si  provato di far conoscere in questo libro.
Fu dunque una mattina dell'otto aprile che Alessandro Schaunard, pittore e musico insieme, fu bruscamente svegliato dal chicchirich di un gallo che gli serviva da orologio.
Per Dio santo!, esclam Schaunard. Il mio orologio con le penne va avanti. Non  possibile che a quest'ora oggi sia oggi.
E cos dicendo balz fuori da un certo mobile di sua speciale invenzione che, di notte, gli serviva da letto e di giorno adempiva all'ufficio di tutti gli altri mobili che non c'erano; e non c'erano perch l'inverno precedente era stato molto freddo, ed essi se ne erano andati al Monte di Piet.
Dovendo compiere cos svariati doveri, non  un offendere quel povero mobile dicendo che, come letto, valeva poco.
Siccome spirava una brezzolina tutt'altro che primaverile, cos Schaunard si copr con una sottana di seta rosa cosparsa di stelle, che faceva le funzioni di veste da camera.
Questa sottana era stata dimenticata in casa di Schaunard, una notte di carnevale, da una mascherina vestita da Follia, la quale si era lasciata sedurre dalle belle parole di lui, mascherato da Marchese del Monte d'Oro, che faceva superbamente sonare nelle sue tasche certe monete fantastiche di oro di princisbecco: quelle che adoperano gli attori sul palcoscenico.
Cos vestito, apr la finestra. Un raggio di sole come freccia d'oro entr nella stanza e obblig il nostro nobile artista ad aprire gli occhi ancora velati dalle brume del sonno.
In quel punto un campanile vicino batt le cinque.
 l'Aurora in persona, mormor Schaunard. Ci mi stupisce perch qui esiste un errore, in quanto che la scienza (e consultava un calendario inchiodato sul muro), la scienza afferma che l'otto aprile il sole si alza alle cinque e mezzo. Sono le cinque appena e lei, signor Sole,  gi in piedi? Come va questa deplorevole zelanteria? Presenter un reclamo contro di lei al Bur delle Longitudini. Veramente, veramente bisogna che tu ci pensi un po', amico Schaunard, aggiunse volgendo il discorso a se stesso, perch oggi  il domani di ieri, e siccome ieri era il giorno sette, oggi deve essere l'otto aprile, a meno che Saturno, il Dio del tempo, non cammini all'indietro; e se questo pezzo di carta dice la verit, e guardava un'intimazione di sfratto che l'usciere gli aveva portato in casa e lui aveva appiccicato al muro,  proprio oggi, a mezzogiorno preciso, che io devo sgombrare di qui e versare nelle mani del signor Bernard, mio padrone di casa, la somma di settantacinque franchi per tre mesi scaduti di affitto, e che egli reclama con cos poco riguardo, mediante questa brutta scrittura. Io avevo incaricato il Caso di occuparsi della faccenda, ma si vede che  in servizio altrove. Del resto io ho ancora sei ore davanti a me, e impiegandole con giudizio pu darsi che io trovi. Suvvia, presto, Schaunard, usciamo di casa per andare a trovare. E stava per mettersi il palt, che fu ben peloso gi un tempo ed ora era raggiunto da profonda calvizie, quando d'un tratto, come se la tarantola lo avesse punto, si mise a ballare per la stanza: ed era un certo ballo di sua invenzione, che aveva ottenuto l'onore di fare accorrere i gendarmi tutte le volte che era stato ballato in pubblico.
L'arietta fresca del mattino, grid tutto contento,  meravigliosa: mi porta l'ispirazione. Il motivo che io cercavo, ecco che viene!
E cos mezzo nudo e mezzo vestito va a sedersi al piano, risveglia l'istrumento assopito con una tempesta di accordi, e, pur continuando sempre a parlar con se stesso, si d su la tastiera ad inseguire la frase melodica che da assai tempo cercava.
Do, sol, mi, do, la, si, do, re. Bum! Bum! Fa, re, mi, re.
Ahi, ahi! Questo re  falso come un giudeo.
E batt con forza su questa nota.
Cos non va. Proviamo una nota pi dolce. Deve rappresentare una romantica fanciulla che sfoglia una bianca margherita al margine di un lago turchino. Non  una trovata peregrina, ma perch  di moda e perch non si troverebbe un editore che pubblicasse una romanza senza anche un lago turchino, cos conviene adattarsi. Do, sol, mi, do, la, si, do, re. Cos va bene. Qui specialmente un bravo naturalista capisce subito che c' la margheritina. La, si, do, re. Ah, briccone di un re! Adesso ci vuole il lago. Qualcosa di umido, di azzurrino. E il lume di luna?... Come si pu fare senza la luna? Ma senti come viene l'inspirazione! E il cigno? Per amor del cielo, Schaunard, non dimenticarti del cigno. Fa, mi, sol, la. (E faceva ondeggiare le note cristalline dell'ottava alta). Adesso rimane l'addio della donzella prima di buttarsi nel lago per andare a raggiungere il suo dolce amore che  rimasto seppellito sotto la neve. Veramente questa faccenda non si capisce bene come sia avvenuta, ma non importa:  molto patetica. Qui ci vorrebbe nella musica qualcosa di tenero, di melanconico. Ecco, ecco che viene l'ispirazione, ecco una dozzina di note che piangono come tante Maddalene. Dio! Mi si spezza il cuore anche a me.
E Schaunard rabbrividiva dentro la sua sottana stellata.
L'inspirazione mi arriva insieme con un raffreddore. Pazienza! Continuiamo ad affogare la gentile donzella.
E il piano fremeva sotto le dita di lui, e lui con le pupille infiammate, l'orecchio teso, inseguiva la sua melodia che come fata irraggiungibile ondeggiava in mezzo alla tempesta dei suoni sprigionati dal piano nella piccola stanza.
E adesso vediamo come la musica si accorda con le parole del nostro poeta.
E si mise a canticchiare con la sua voce sgarbata questa strofa da operetta:
...
La bionda giovinetta
tolta s' la mantelletta.
Verso il cielo stellato
lo sguardo ha rivoltato,
poi nell'onda d'argento
del bel laghetto bl
salta e si butta gi.
...
Come, come? esclama Schaunard sdegnato. L'onda d'argento e il lago bl? Questa  una contradizione che mi era sfuggita. Ci  molto romantico, ma il poeta  un idiota che non ha mai veduto n il lago, n l'argento. La sua ballata  stupida e la misura dei suoi versi non va per la mia musica. D'ora innanzi i versi li far io, e gi che sono in vena, cominciamo subito.
E si prese la testa tra le mani con l'aria solenne di chi entra in rapporto con le sacre Muse. Dopo un po', il matrimonio con le dee del Parnaso era consumato e Schaunard generava una di quelle orribili poesie che i compositori dei libretti d'opera abbozzano per servir di guida provvisoria ai musicisti. Di solito sono poesie senza senso comune: questa qui di Schaunard aveva almeno il merito di esprimere la trepidazione per la fatale data dell'otto aprile.
...
Otto pi otto
con pi due fanno diciotto.
Se trovassi un dabben uomo
e fors'anche un galantuomo
che mi dia franchi ottocento
io sarei molto contento.
...
Cos quando tempo avr
i miei debiti pagher.
E il ritornello era cos:
E quando suoner sull'orologio
il fatal mezzogiorno meno un quarto,
io pagher senza ritardo
il mio debito all'egregio signor Bernardo.
...
Queste rime non sono veramente una perfezione, ma le faremo meglio in seguito. Per adesso occupiamoci a metterle in musica.
E si mise a cantare questa poesia con quella sua voce sgradita che gli sonava nel naso. Ne fu molto soddisfatto e la soddisfazione si manifest in una smorfia a forma di accento circolare che gli si formava sopra il naso tutte le volte che egli era contento di s. Ma questa gioia dur poco. Il campanile suon undici ore, e ogni ora entrava nella stanza di lui e pareva domandargli schernevolmente: "Sei pronto a pagare?".
Il povero Schaunard a quel suono di un balzo su la sedia.
Il tempo corre pari ad un cervo, come dice la Bibbia!, esclam. Non mi restano che tre quarti d'ora per trovare le settantacinque lire e un nuovo appartamento. Impossibile! Sono cose dove bisognerebbe che io fossi un mago. Meditiamoci per sopra cinque minuti.
E chin la testa su le ginocchia e si immerse negli abissi della meditazione.
I cinque minuti passarono, Schaunard alz la testa, ma non aveva trovato niente che assomigliasse a settantacinque franchi.
Qui non mi resta altro da fare che cercare di andarmene via di casa come niente fosse: fa bel tempo ed  probabile che il signor Caso, che  mio amico, si trovi anche lui a spasso per prendere un po' di sole. Egli ha bene il dovere di trovarmi un alloggio fin tanto che io non abbia liquidato la mia vertenza col signor Bernard.
Schaunard cacci nelle tasche del suo palt, profonde come baratri, tutto quello che vi pot metter dentro, fece un fagottino di quel po' di biancheria che aveva e, dato un mesto saluto alla sua stanza, s'avvi per uscire; ma nell'attraversare il cortile, il portinaio, che sembrava spiarlo, gli si par davanti.
Ehi, lei signor Schaunard, non si ricorda che oggi  l'otto di aprile?
Otto pi otto, con pi due fanno diciotto, cantarell Schaunard: Altro che se mi ricordo!
Ma  che lei  in ritardo per sgombrare, disse il portinaio. Sono le undici e mezzo e il nuovo inquilino pu essere qui da un momento all'altro; veda dunque di far presto.
Ed  per questo, rispose Schaunard, che vi prego di lasciarmi andare. Vado appunto a cercare un carro per lo sgombero.
Molto bene! Ma prima c' una piccola formalit: io ho l'ordine di non lasciarle portar via nemmeno uno spillo se prima lei non mi paga le tre pigioni scadute. Pu pagare, s o no?
Altro che pagare!, rispose Schaunard, facendo un passo avanti.
Allora, continu il portinaio, favorisca entrare nel mio stanzino che le dar la ricevuta.
La ricevuta la prender quando ritorno.
Ma perch adesso no?
Perch devo andare a cambiare, non ho moneta spicciola.
Ah, ah, riprese l'altro poco rassicurato, lei va a cercare del denaro? Allora, per alleggerirla da un peso, terr io quell'involto che lei ha sotto il braccio e che l'incomoda.
Signor portinaio, disse Schaunard, con dignit, forse lei non si fida di me? Crede forse ch'io porti via i miei mobili dentro un fazzoletto?
Scusi tanto, signore, rispose il portinaio, con un fare pi modesto, ma questa  la mia consegna: il signor Bernard mi ha fatto espresso divieto di non farle portar via dalla stanza nemmeno uno spillo se prima non ha pagato.
Ma queste non sono spille, sono camicie, disse Schaunard mostrando il fagotto, camicie che io porto alla stiratrice che sta vicino al cambiavalute, che sta a pochi passi da qui.
Allora  un'altra faccenda, disse il portinaio dopo avere esaminato quello che c'era dentro il fagottino. E se non  indiscrezione la mia, posso sapere quale  il suo nuovo recapito?
Via di Rivol (via fra le pi signorili di Parigi), rispose Schaunard con gravit, e gi aveva varcato la soglia e camminava in fretta per la strada.
Via di Rivol!, mormorava fra s il degno portinaio mettendosi il dito su per il naso. Mi fa specie che abbia trovato casa in via di Rivol senza che siano venuti prima qui a domandare informazioni. Del resto se prima non paga, non porta via la sua roba. Il guaio sarebbe che l'inquilino nuovo arrivasse con i suoi mobili proprio mentre questo qui deve portar via i suoi: mi farebbero un gran malanno su e gi per le scale. Oh, ma guarda! Ecco qui il nuovo inquilino.
Un giovane con un cappello bianco a larghe falde, come gli antichi re di Francia, era entrato nel cortile, e dietro gli veniva un facchino con un baule, che a quanto pareva dallo sforzo dell'uomo, non doveva essere troppo pesante.
 pronta la mia camera? domand.
Non ancora, signore, rispose il portinaio, ma lo sar fra poco. La persona che la occupava  uscita appunto per lo sgombero. Ella intanto pu deporre i suoi mobili qui nel cortile.
Ho paura che piova, e mi si guastino, rispose il giovane con indifferenza; e masticava alcune violette che teneva fra le labbra. Facchino, aggiunse poi rivolgendosi all'uomo che lo seguiva e aveva su le spalle certi aggeggi che il portinaio non riusc a capire che cosa si fossero, posi pur l sotto l'atrio e ritorni a prendere nella mia stanza quello che ancora si rimane di mobili preziosi e di opere d'arte.
Il facchino pos lungo il muro diversi telai alti circa due metri le cui parti ripiegate le une sopra le altre pareva si dovessero svolgere a piacimento.
Ma guardi, esclam il giovane aprendo un po' uno dei telai e mostrando la tela che li ricopriva, lei ha gi fatto uno strappo nel mio specchio di Venezia. Stia pi attento nel secondo viaggio; e la mia biblioteca, mi raccomando!
Specchio di Venezia? borbottava il portinaio. L non c' che un paravento. Basta, aspettiamo di vedere quel che c' nel secondo viaggio...
Ma, insomma, disse il giovane, quando  che la mia camera  libera?  mezz'ora dopo mezzod ed io voglio portare su la mia roba.
Fra poco vedr che arriva quell'altro, rispose il portinaio. Del resto, se anche lei aspetta un po', non ci vedo gran male. I suoi mobili, aggiunse con intenzione, non sono ancora arrivati.
Il giovane stava per rispondere, quando un soldato di cavalleria, di quelli che sono di piantone nei ministeri, entr nel cortile.
Il signor Bernard? domand togliendo una lettera da una gran busta di cuoio che gli pendeva da lato.
Sta qui, rispose il portinaio.
C' una lettera per lui, disse il soldato, e mi firmi il registro delle ricevute.
Scusi tanto se la lascio qui solo, disse il portinaio al giovane che andava su e gi per il cortile con impazienza, ma c' qui una lettera del ministero per il mio padrone, e vado su a portargliela.
Il signor Bernard, quando il portinaio entr, stava facendosi la barba.
Cosa volete, Durand?
C' una lettera del Ministero della Guerra. L'ha portata adesso un soldato, disse il portiere togliendosi il berretto.
Eh!, fece il signor Bernard; e fu tanta la commozione che poco manc non si facesse uno sfregio col rasoio.
Mio Dio!  la mia nomina a cavaliere della Legion d'Onore. Era tanto che l'aspettavo! Finalmente si rende onore al merito. E prese la lettera che recava il suggello del Ministero della Guerra. Intanto ecco uno scudo per voi, Durand. Voglio che beviate alla mia salute. No, non l'ho qui nella borsa. Aspettate un momentino.
Durand fu cos commosso a questa insolita e strepitosa manifestazione di generosit che si mise il berretto in testa. In tutt'altra occasione il signor Bernard avrebbe fieramente rimproverato il suo portiere per tale infrazione alle gerarchie sociali, ma questa volta non ci fece caso. Inforc gli occhiali, apr la busta con l'impazienza rispettosa di un visir che riceva un messaggio dal sultano e cominci a leggere. Da prima non cap bene, ma come il senso gli fu manifesto, tutta la fisonomia fu sconvolta. Un'orribile smorfia solc il grasso pallore del suo volto. Gli occhietti mandavano scintille di rabbia che pareva dovessero bruciargli la parrucca.
Ecco il contenuto della lettera:
"Signore e padron mio,
La politica che secondo i miti pi antichi sarebbe la mamma delle leggiadre maniere e dei bei modi, mi costringe a farle sapere che io mi trovo nella dolorosa necessit di non poter mantenere la buona usanza di pagare l'affitto di casa.
Fino a questa mattina ho nutrito la dolce speranza che oggi fosse il giorno felice in cui io diventassi proprietario delle tre ricevute del mio affitto. Chimera! illusione! sogno! ideale! Mentre riposavo sul dolce guanciale di tale speranza, ecco che la fatalit, che in greco si chiama ananke, ha disperso i miei sogni.
Le rendite su le quali contavo (il commercio va male, molto male!) non sono venute. Su le somme vistose che dovevo riscuotere non ho incassato che tre franchi in prestito: e mi guarder bene dall'offrirli a lei. Ah, s! Giorni migliori verranno per la nostra bella Francia e per me. Io ne sono certo. E quando questo bel giorno spunter, io mi metter le ali per avvertire lei e per ritirare dalla sua casa gli oggetti preziosi che vi ho lasciato e che affido alla protezione di lei e della legge; la quale fa espresso divieto di vendere prima che sia trascorso un anno. E questo le dico nella supposizione che ella volesse con la vendita dei miei mobili entrare in possesso delle settantacinque lire che sono inscritte nel gran libro del debito pubblico della mia onest. Le raccomando uno speciale riguardo per il mio piano e per quel quadro dove sono in vetrina sessanta ricciolini di tutte le gradazioni dei colori e che io con le pinzette dell'Amore ho tolto dalla fronte delle Grazie. Lei per, caro signore e padron mio, pu benissimo disporre del tetto sotto il quale io ho abitato. Gliene accordo il permesso col mio suggello. ALESSANDRO SCHAUNARD"
Quando il signor Bernard ebbe finito di leggere questa lettera che Schaunard aveva scritto nell'ufficio di un suo amico, impiegato al ministero della Guerra, la spiegazz con rabbia; e l'occhio essendo caduto su Durand: Che cosa state a fare l, fermo impalato? domand.
Aspetto.
Che cosa?
La buona grazia di Vossignoria per la bella notizia che le ho portato.
Via via, briccone. E state davanti a me con il berretto in testa?
Ma, signore...
Via, dico. Anzi no, aspettatemi che andiamo nella stanza di quel mariolo di pittore che and via senza pagare.
Come? Il signor Schaunard?...
Scappato! Capisci? disse Bernard furibondo pi che mai, E se mi porta via i suoi mobili ti caccio via, sui due piedi.
Impossibile che sia scappato, balbettava il portinaio. Ha detto che andava a cambiare del denaro e poi a trovare un carro per caricare la sua roba...
Ma non capisci, imbecille, che ha detto apposta cos per allontanarti dalla portineria e lui fare il colpo di portar via la sua roba? A quest'ora se la porta gi via. Presto, gi, nel cortile a vedere cosa succede.
Ah s, sono proprio un imbecille, disse il portinaio tutto tremante davanti al furore di quel Giove tonante del suo padrone; il quale prese il portinaio per un braccio, lo scosse e lo trascin gi nel cortile.
Ebbene, signor portinaio, disse il giovane dal cappello bianco, questa stanza  pronta s o no?  s o no oggi l'otto di aprile? la stanza che ho preso in affitto esiste o non esiste in questa casa?  lei  o non  lei la persona a cui io ho regalato uno scudo di mancia?
Scusi tanto, signore, disse il padrone di casa. Adesso sono da lei. Durand, rispondo io a questo signore. Voi andate subito su da quel birbante di Schaunard. Lo troverete che sta impacchettando la sua roba. Chiudetelo dentro a chiave e venite gi senz'altro per andare a chiamare la polizia.
Il portinaio spar su per le scale.
Scusi tanto, disse Bernard salutando con bel garbo il giovane, a chi ho il piacere di parlare?
Sono il suo nuovo inquilino. Ho preso in affitto in questa casa una stanza al sesto piano; e sono un po' seccato che non sia ancor libera.
Io sono davvero spiacente del contrattempo:  nata una piccola questione fra me e l'inquilino che deve sloggiare.
Signor Bernard, si ud una voce su dall'ultimo piano, il signor Schaunard non c', c' per la sua camera. Voglio dire che non ha portato via niente.
Bene, allora venite gi, disse Bernard; e rivolto al giovane aggiunse: Se lei ha un po' di pazienza, in mezz'ora tutto  a posto. Faccio portare in cantina i mobili di quel signore che  andato via senza pagare e la stanza  bella che pronta: d'altronde la mobilia di lei non  ancora arrivata...
Eccola qui, disse il giovane imperturbabile.
Dove? E il signor Bernard non vide che quel paravento, che aveva gi attirato l'attenzione del portinaio. Tutta qui la sua roba?
E le pare poco? E cos dicendo, il giovane spiegava davanti agli occhi stupefatti del signor Bernard il paravento dove erano dipinte le stanze di un meraviglioso palazzo con logge e colonnati di rari marmi, e arredi preziosi e lustreggianti.
Ma i suoi mobili?
Questi qui che sono dipinti in questa tela che rappresenta un palazzo e l'ho comperato ad un'asta pubblica. (Era l'arredo di un teatrino di famiglia).
Scherzer! Voglio credere che lei avr mobili pi seri di questi.
Pi di cos? Non vede che sono mobili di vero Boule? (Mobili di lusso con incrostazioni metalliche, dell'ebanista Boule)
Ma questi non garantiscono affatto il proprietario.
Eh, che diamine! Un palazzo non  garanzia bastevole per una soffitta?
No, caro signore, io voglio mobili autentici.
Ah, creda, signore, che n i tesori e nemmeno i mobili di mogano fanno l'uomo felice. Cos ha sentenziato un antico filosofo. I mobili di mgano io poi non li posso soffrire. Chi  che non ha mobili di mgano?
Comunque, una mobilia la avr bene!
Affatto. Prima di tutto prende troppo posto; e quando in una casa vi sono tante sedie, uno non sa pi dove sedersi.
Ma un letto, un letto per riposare lei lo avr pure, io credo.
Io? io riposo nel seno della divina Provvidenza.
Allora permetta una domanda, disse Bernard: Che mestiere fa lei?
Proprio in quel momento arrivava il facchino col secondo carico. Fra le altre cose c'era un cavalletto. Il portinaio se ne accorse e grid con spavento: Guardi, padrone, c' un cavalletto.  un pittore.
Un pittore? Me l'ero immaginato, esclam Bernard, e i capelli della parrucca gli si drizzarono su la testa.
Ma voi, disse al portinaio, non vi siete informato prima di quello che faceva questo signore?
Mi aveva dato uno scudo di mancia...
Be', la finiamo? disse il giovane.
Eh, caro lei, disse Bernard inforcando gli occhiali con gravit, quando non ci sono mobili, non si entra in casa mia. La legge autorizza a rifiutare quelli inquilini che non possono dare garanzia coi loro mobili.
E la mia parola d'onore? disse il giovane alteramente.
Non vale i mobili. Lei pu cercarsi un alloggio altrove. Durand, restituite lo scudo che vi ha dato questo signore.
Ma io l'ho gi portato alla cassa di risparmio, rispose il portinaio sbalordito di tanta pretesa.
Capir bene, diceva il giovane, che io non posso mica trovar casa qui sui due piedi. Mi lasci entrare almeno per un giorno o due.
E non ci sono gli alberghi? disse Bernard. Ma a proposito, aggiunse poi per un lampo di genio che gli aveva attraversato la mente, io le posso dare la stanza ammobiliata coi mobili del mio ex-inquilino insolvente. Vuol dire che in questo caso lei mi paga anticipato.
Tutto sta a sapere che cosa lei pretende per quella stamberga.
Oh, una bella cameretta! Date le circostanze eccezionali, venticinque franchi al mese... e anticipati.
Anticipati. Ho capito. Questa frase non meritava l'onore di una replica, rispose il giovane frugando in tasca per prendere il denaro. Ecco qui. Ha lei da spezzarmi questo biglietto da cinquecento franchi?
Cosa? Cinquecento franchi? esclam Bernard al colmo dello stupore.
Cinquecento franchi, la met di mille, disse il giovane con tutta calma. Non ne avete veduto mai di questi biglietti? E fece passare la banconota davanti agli occhi del padron di casa e del portinaio che stettero l l per perdere l'equilibrio.
Adesso le faccio avere il resto, disse Bernard con molto rispetto. Io mi trattengo venti franchi soltanto perch Durand dar indietro il suo scudo.
Se lo tenga, disse il pittore, ma ad un patto: che tutte le mattine venga da me ad avvisarmi che giorno  del mese, che tempo fa, quale  il quarto della luna e... sotto quale governo viviamo. (Nota: Amabile satira ai mutamenti politici in Francia: monarchia di Carlo Decimo Borbone, rivoluzione del luglio 1830, repubblica, monarchia costituzionale e liberale di re Luigi Filippo d'Orlans. Fine nota.)
Grazie, signore, disse il portinaio con un inchino profondo.
Cos voi mi servirete da almanacco, e intanto date una mano al facchino per portar su la mia roba.
Ed io, signore, vado a prepararle la ricevuta, disse Bernard.
E fu cos che la sera stessa il pittore Marcello aveva preso alloggio nella stanza del profugo Schaunard.
Il quale intanto correva le vie di Parigi a far leva di un po' di soldi, perch bisogna sapere che anche nella caccia al denaro egli era un vero artista. Nella supposizione di dovere ricorrere a prestiti esteri, aveva imparato come si fa nelle varie lingue dell'universo a domandare cinque franchi ai forastieri. Aveva inoltre elevato a vera scienza il modo di dar la caccia al denaro. Un marinaio non conosce meglio le ore della marea di quello che Schaunard non conoscesse quando le acque sono alte oppure basse nelle tasche dei suoi amici.
Quando si vedeva apparire Schaunard, non si diceva: "ecco Schaunard", ma si diceva: "ecco il ventisette del mese", o "il primo del mese".
Per facilitare questo lavoro Schaunard aveva diviso Parigi in tante zone con un ruolino dove era segnato in ordine alfabetico il nome degli amici. Accanto ad ogni nome c'era il suo castelletto, cio quale fido, o per dir meglio quale tassa gli si potesse applicare; e altre utili indicazioni: a che ora si trova in casa, a che ora pranza, quale  la lista delle sue pietanze. Aveva inoltre un registro esattissimo di tutti i suoi puffi, il cui totale non doveva in alcun modo oltrepassare un'eredit di l da venire da parte di un certo suo zio, che abitava in Normandia.
Quando il debito con un amico arrivava a venti franchi, chiudeva senz'altro la partita, e lo pagava a costo di andare a chiedere in prestito ad altri.
Questa lodevole abitudine di chiudere i buchi di venti lire era conosciuta, e gli aveva acquistato un certo credito.
Come fosse stato un ministro dello Stato, il musicista Schaunard chiamava questo suo sistema di ricorrere ai prestiti il suo "debito fluttuante".
Dalle ore undici di quella mattina in cui egli si era mosso in cerca dei famigerati settantacinque franchi, non ne aveva potuto raggranellare che cinque soltanto, e aveva messo a contribuire ben tre lettere del suo ruolino. Il restante dell'alfabeto non aveva risposto, perch si trovava press'a poco nelle condizioni di Schaunard. Quando furono le sei, il campanello della fame batt con violenza dentro lo stomaco del povero pittore, musico e anche poeta. Egli si trovava in quel punto alla barriera della Maine dove abitava la lettera U.
Quando in casa della lettera U c'era da mangiare, c'era un posto a tavola anche per lui.
Entra dunque in casa della lettera U.
Dove va? gli domanda il portinaio.
Dal signor U.
Non c' in casa.
E sua moglie?
Nemmeno. Hanno lasciato detto che se viene qualche amico, sono a pranzo in citt. Se questo amico  lei, ecco qui l'indirizzo.
Sopra un pezzettino di carta era scritto cos: "Questa sera siamo a pranzo da Schaunard, via tale, numero tale. Vienici a trovare."
Bene, disse Schaunard andandosene. Quando il caso ci si mette, fa scherzi degni di operetta.
Schaunard si ricord allora che l vicino c'era un'osteria all'insegna: Qui sta mam Cadet. Vi aveva mangiato due o tre volte con poca spesa.
Questa osteria  molto conosciuta fra gli artisti di bassa estrazione. Di solito  frequentata dai carrettieri che vanno ad Orlans, guitti, e canterine di Montparnasse. (Nota: che a quell'epoca era solo un quartiere periferico di Parigi.)
Ma quando viene la buona stagione ci bazzicano letterati che aspettano la celebrit, giornalisti di giornali del tutto sconosciuti, allievi dei molti studi di pittura che sono presso il Lussemburgo. Celebri sono in quell'osteria gli spezzatini di coniglio in umido, i cavoli sotto aceto e un certo vinello bianco e asciutto.
Schaunard and a sedere sotto il boschetto: pomposo nome dato a due o tre alberelle rachitiche le cui foglioline malate cominciavano appena a sbocciare.
Vada come la vuole andare, mi voglio servire un bel pranzetto.
E senza stare a pensarci su, ordin una minestra, una mezza porzione di crauti e due mezze porzioni di spezzatino di coniglio.
Per lunga esperienza egli aveva osservato che col sistema delle mezze porzioni si mangia di pi e si spende di meno.
Una lista di piatti cos spettacolosa fece volger la testa ad una donna di ancor giovane et che mangiava l presso. Ella aveva un abitino bianco, una ghirlanda di fiori d'arancio in testa e scarpette da ballo. Un velo leggero le ondeggiava su le spalle, che se non si fossero vedute era meglio. Era una corista del teatro di Montparnasse, il cui palcoscenico ha per succursale quest'osteria di Mam Cadet.
Colei era venuta l a mangiare approfittando di un intermezzo della Lucia di Lammermoor (Famosa opera del Donizetti) e chiudeva con una tazzettina di caff il suo pranzo, il quale era consistito in un semplice carciofo con olio e aceto.
Due spezzatini di coniglio? disse ella piano alla servetta; ecco uno che si tratta bene. Quanto  il costo?
Quattro soldi il carciofo, quattro il caff, uno di pane, nove soldi in tutto.
Colei pag e se ne and solfeggiando:
Questo amore che  un dono di Dio.
Senti che butta fuori il la, disse un misterioso personaggio che mangiava alla stessa tavola di Schaunard, ed era nascosto dietro una barriera di libri.
Butta fuori il la? A me pare che se lo tenga per s, disse Schaunard. Come si fa a mettere le note musicali sotto aceto?
 un aceto molto forte!  aceto di Orlans, che  famoso, conferm lo sconosciuto.
Schaunard guard quel bell'originale che aveva attaccato discorso con lui. Due grandi occhi azzurri, dolci ed intenti in un volto glabro color del vecchio avorio, gli dvano una soave aria prelatizia. La pappagorgia del mento posava su di una cravatta bianca di cui una punta andava in su e l'altra in gi. La bocca era molto curiosa: pareva disegnata da un principiante a cui uno avesse urtato il gomito. Le labbra grosse e sporgenti scoprivano grandi e forti denti.
Da un feltro larghissimo piovevano folte ciocche di capelli biondi. Portava un vecchio pastrano color nocciola con pellegrina, ma cos consunto che mostrava la corda. Dalle tasche spalancate spuntavano cartafacci ed opuscoli.
Costui lasci che Schaunard lo riguardasse a suo agio e continuava a mangiare con grande soddisfazione i suoi crauti, e mangiando leggeva da un vecchio libro aperto davanti a s, e ogni tanto toglieva dall'orecchio una matita e annotava.
E il mio spezzatino non viene? grid ad un tratto Schaunard, battendo con il coltello sul bicchiere.
Questa  l'ultima porzione, disse la servetta venendo dalla cucina con un piattello in mano. Mi dispiace, ma l'ha ordinato prima il signore. E pos il piatto davanti all'uomo del libro.
Questo mi dispiace molto, disse Schaunard, e l'uomo del libro che ud, sollev gli occhi di sopra del suo bastione di carta e disse:
Dividiamo a met.
Ma le pare? Privarla del suo spezzatino?
E lei vuol privarmi del piacere di offrirglielo? Soltanto badi che la testa del coniglio me la tengo per me.
Questo non sar mai, disse Schaunard.
La testa dell'uomo, osserv gravemente colui,  una parte molto rispettabile, e quella del coniglio nessuno la vuole. A me, invece, piace moltissimo.
Allora se la tenga pure.
Ma nel versare parte dello spezzatino nel suo piatto, Schaunard s'accorse che gli metteva proprio la testa.
Guardi, signore, disse meravigliato, che lei mi ha dato la sua testa di coniglio.
Ma no! Che la testa me la sono tenuta per me.
Scusi, disse Schaunard mettendogli il suo piatto sotto gli occhi, e indicando un pezzetto dello stufatino, questa  una testa.
Gran Dio, che vedo? Proprio una testa! Allora era un coniglio con due teste. Buffon, il grande naturalista, assicura che esistono anche conigli con due teste. Si tratta di mostruosit; ed io sono ben felice di aver mangiato una mostruosit.
Cos si avvi il discorso fra i due; e Schaunard, che non voleva restare indietro in cortesia, fece venire un litro di vino. Lo sconosciuto allora ne offr un altro. Perci Schaunard si credette in dovere di ordinare una porzione di insalata che l'altro accett, a patto di offrire lui frutta e formaggio. Fatto sta che quando furono le otto c'erano quattro litri vuoti su la tavola. Il vino aiut le confidenze e dopo un po' i due erano come se si fossero sempre conosciuti.
Lo sconosciuto si chiamava Gustavo Colline, ed era filosofo di professione. Si guadagnava la vita dando lezioni di logica, di metafisica, di botanica, di matematica e di altre cose ancora.
Il suo guadagno andava tutto a finire in libri. Il suo pastrano, color nocciola, era conosciuto da tutti quelli che tengono le bancarelle dei libri vecchi.
Che cosa poi facesse di tutti quei libri, nessuno sapeva e lui meno degli altri.
Ma era una passione la sua; e se la sera rincasava senza aver comperato un libro, diceva come Tito, imperator romano: Diem perdidi! "Ho perso una giornata".
La grazia ingenua de' suoi modi, la bizzarria del suo discorso, i motti, i bisticci di cui lo infiorava, ebbero la virt di sedurre Schaunard, il quale gli domand il permesso e l'onore di aggiungere il nome di Colline alla sua famosa lista.
Lasciarono l'osteria verso le nove di sera, e si avviarono con quel passo che documenta lunghi e amorosi colloqui con Bacco, datore di letizia.
Colline offr il caff. S, ma a patto che accettasse un bicchierino da Schaunard.
Cos entrarono nel caff che  all'insegna di Momus, l'antico Dio dello scherno, ed  situato in via San Germano.
Una viva discussione era accesa fra quegli avventori.
Uno di essi era un giovane il cui volto si perdeva in una barba grande come una foresta. Per compenso la testa era liscia come un ginocchio. Su questa calvizie erano richiamati alcuni capelli che si potevano contare.
Vestiva abiti di un colore che un tempo doveva essere stato nero, ma se alzava troppo le braccia, si vedevano i gomiti. Le scarpe parevano aver fatto il giro del mondo come quelle dell'Ebreo errante.
Colline e l'uomo dalla barba si salutarono.
Lo conosce lei? domand Schaunard al filosofo.
Lo incontro qualche volta in biblioteca. Deve essere un letterato.
Il vestito, intanto, c', disse Schaunard.
Il pi arrabbiato degli interlocutori era un tale, piccolo uomo, con una testa incassata nelle spalle, una fronte depressa, una voce di castrato. Era un impiegato all'ufficio dei morti.
L'aveva a morte coi giornali e coi giornalisti, scribacchini, penne vendute, che sono quelli che fanno tutte le rivoluzioni. Prova Murat! E confondeva Marat con Murat, e diceva che i Borboni avevano fatto bene a fucilare Marat. E voleva un giornale senza frasi, un semplice registro che registrasse i fatti del giorno, come lui registrava i morti. E poi dar notizie della salute di Sua Maest e basta! (Nota: Gioacchino Murat, fu un famoso generale della cavalleria di Napoleone prima, poi re di Napoli, fucilato al Pizzo di Calabria per sentenza del restaurato Ferdinando Primo di casa di Borbone (1815). Marat, invece, fu un feroce rivoluzionario (1744-1793). L'ignorante che qui parla  un reazionario, avverso al nuovo governo liberale, sorto con la rivoluzione del luglio 1830. Fine Nota.)
Quel letterato, come vide il filosofo, and a sedersi al suo tavolo.
Si present. S, era letterato, si chiamava Rodolfo, era in comunicazione con le Muse.
Schaunard trasse di tasca una sua pipetta di schiuma ben annerita.
Rodolfo lo compliment.
Oh, ma quando vado in societ, ne ho un'altra anche pi bella. Colline, per favore, un po' di tabacco.
Colline non ne aveva, e Rodolfo offr il suo.
A tanta gentilezza Schaunard volle rispondere offrendo un bicchierino a tutti. Ma quando il cameriere venne per portar via la bottiglia, Schaunard disse di lasciarla l. (Aveva inteso che nelle tasche di Colline sonavano monete d'argento da cinque franchi).
Sarebbero rimasti tutta la notte nel caff a chiacchierare se il cameriere non li avesse pregati di andarsene. Ma appena fuori, ecco, gi uno scroscio di pioggia.
Colline il filosofo, e Rodolfo il letterato abitavano ai due punti opposti di Parigi, perci Schaunard disse:
Venite a casa mia; io sto qui vicino. Passeremo la notte in bei discorsi.
Ma s, disse Colline. Tu, Schaunard, farai della musica e Rodolfo ci declamer delle poesie.
Che bella idea, disse Schaunard che non ricordava di non avere pi casa. Cos staremo allegri. Si vive una volta soltanto.
Come furono giunti davanti alla sua casa, Schaunard si sedette sur un pilastrino in attesa dei due amici, che avendo veduto un'osteria ancora aperta vi erano entrati per comperare del vino e qualcosa da mangiare.
Schaunard batt pi colpi alla porta di casa finch Durand, che era immerso nella dolcezza del primo sonno, si dest.
Chi ?
Son io, Schaunard.
Durand, che anche lui non si ricordava pi, apr la porta e quelli entrarono. Quando furono in cima alla scala, Schaunard mand un grido di stupore: c'era la chiave sull'uscio.
Come va questa faccenda? Mi ero messo la chiave in tasca questa mattina quando sono uscito e adesso la trovo qui...
Sar stato un qualche negromante, disse Colline.
Oppure qualche fata, disse Rodolfo.
Ma sentite, sentite, continu Schaunard, il mio piano suona da solo. Do re mi fa sol e sempre quel re in falsetto. Brigante di un re!
Guarda, gli disse Rodolfo, che forse non dev'essere in casa tua. E piano all'orecchio di Colline:  ubbriaco!, E Colline di rimando: Prima di tutto non si tratta di un piano ma di un flauto.
Sei un po' in cimbalis anche tu? disse Rodolfo, che intanto si era messo a sedere sul pianerottolo: non senti che non  un flauto, ma un violino?
Ma senti, ma senti, Schaunard, quello che dice questo poeta. Dice che  un violino...
Sacramento, grida Schaunard, il mio piano suona sempre. Qui c' il diavolo di mezzo.
E la porta si apr e apparve su la soglia un uomo con un torciere con tre candele, di color rosa.
I signori desiderano? domand cortesemente.
Ah, mi sono sbagliato, disse Schaunard. Questa non  la casa mia.
E Colline e Rodolfo dissero allo sconosciuto:
Signore, vogliate compatirlo dell'errore:  ubbriaco che non capisce pi niente.
Senonch in quel punto Schaunard vide queste parole tracciate col gesso su la sua porta: "Sono venuta tre volte per prendere il mio regalo".
Ma s che  casa mia, esclam Schaunard. Questa  la mia porta. C' l il biglietto di visita che l'amabile Eufemia mi ha lasciato al primo dell'anno.
Siamo proprio mortificati, dissero Colline e Rodolfo a quel signore dal torciere fiammeggiante.
Costui sorrise e disse: Se volete entrare per un momento, fate pure: il vostro amico, quando avr veduto la camera, si accorger dell'errore.
E Colline e Rodolfo aiutarono Schaunard ad entrare perch stentava a star ritto con le sue gambe.
Caspiterina, disse Schaunard guardando il paravento di Marcello, come s' fatta bella la mia camera!.. Ma ecco l il mio pianoforte. La bestia riconosce il suo padrone. Do, mi, sol, re. Sempre quel brigante di un re. E questa  la mia veste da camera cosparsa di stelle, e questa  la disdetta giudiziaria che io ho appiccicata qui al muro: "E perci il signor Schaunard dovr il giorno otto di aprile, prima di mezzogiorno, sloggiare da questo appartamento, eccetera eccetera". Non sono io Schaunard quello che ha avuto l'onore di questa carta bollata che costa cinque franchi? E quelle che avete voi nei piedi, o signore, non sono esse le mie pantofole ricamate da una mano adorata? Ors, esclam Schaunard a Marcello facendoglisi sotto il naso, mi spieghi lei la sua presenza entro i miei sacri lari.
 vero, disse Marcello ai due amici, questo signore  in casa sua.
In nome di Dio!, disse Schaunard.
Ma, continu Marcello, anch'io sono in casa mia.
La cosa parve molto strana al poeta e al filosofo, perci Marcello li preg di sedere che avrebbe spiegato l'enigma.
E non si potrebbe, dissero il poeta e il filosofo, ascoltare la spiegazione del mistero mangiando e bevendo quello che abbiamo portato con noi?
Erano di belle fette di carne fredda in compagnia di alcune bottiglie di vino.
Cos fu fatto, e un po' per volta Schaunard cominciava a ricordarsi come era andata la faccenda, quando avvenne che Schaunard, cercando qualcosa in un credenzino, vi scoperse le monete d'oro che erano il resto dei cinquecento franchi scambiati da Marcello.
Vedete, amici, diceva, che il Caso non mi ha abbandonato? Io correvo per Parigi in cerca di lui e lui  entrato mentre io ero fuori. Ho fatto proprio bene a lasciare la chiave sull'uscio.
E si divertiva con quelle monete a far delle file su la tavola.
Amabile follia, diceva Rodolfo.
Sogno, inganno  tutta la vita, diceva il filosofo.
Marcello rideva.
Un'ora dopo dormivano tutti.
Si svegliarono che era mezzod. L per l, non si conobbero e si trattarono con molti complimenti. Ma apparve il portinaio.
Signor Marcello, disse, oggi  il nove di aprile dell'anno 1840. C' molto fango per le strade, e governa sempre Luigi Filippo, re di Francia e di Navarra. To', to', interruppe vedendo Schaunard, il signor Schaunard! Da dove  scappato fuori?
Mi ha portato quass il fattorino del telegrafo.
Ma che non la smette mai, lei, di fare il burlone?
Non permetto, osserv seriamente Marcello al portinaio, che una persona di servizio si immischi nei miei discorsi. Durand, andate qui gi dove c' il ristorante e fate portare la colazione per quattro. Questa  la nota. Svelto!
E, come il portinaio se ne fu andato. Signori e amici, disse, voi questa notte mi avete offerta la cena, permettete che io vi offra la colazione, e non in casa mia, ma vostra, e s dicendo porgeva la mano a Schaunard. La colazione venne, e mangiato che ebbero, Rodolfo disse: Adesso bisogna che io vi lasci.
Ah, no, non lasciamoci mai, esclam pateticamente Schaunard.
No, mai, conferm Colline. Si sta cos bene qui.
Oh, per un momento solo, aggiunse Rodolfo. Domani esce la Sciarpa di Iride, un giornale di moda di cui io sono redattore capo, e devo andare a correggere le bozze.
Per Bacco!, esclam Colline. Mi fate venire in mente che io oggi ho una lezione da un principe indiano che  venuto a Parigi apposta per imparare l'arabo.
La darai domani questa lezione, disse Marcello.
No, perch mi deve pagare oggi. E poi bisogna che vada a vedere se trovo qualche libro...
Ma ritornerai, vero?
Con la velocit d'una freccia scoccata dall'arco, rispose Colline che si dilettava di belle immagini retoriche.
In verit, disse Schaunard a Marcello, che erano rimasti soli, invece di riposare sul guanciale del dolce far niente, io farei meglio ad andare in cerca di un po' di denaro per saziare le ingorde fauci di quel Cerbero del mio padrone di casa. Se no, capisci, tu? Non mi lascia portar via la mia roba.
Questa faccenda dei mobili mi secca un po', disse Marcello, perch la camera che io ho preso in affitto, l'ho presa ammobiliata, e non vuota.
Gi,  vero, disse Schaunard. Gli  che purtroppo non vedo spuntare nemmeno l'alba dei miei settantacinque franchi.
Una splendida idea, esclam Marcello.
Sentiamo, disse Schaunard.
Marcello disse:
Le cose stanno cos: per legge l'appartamento  mio perch l'ho pagato anticipato.
L'appartamento va bene, disse Schaunard, ma i mobili no. Io li posso portar via tutte le volte che voglio, sempre che avessi questi settantacinque franchi. Li porterei via anche in barba alla legge, se potessi.
Allora concludiamo, disse Marcello, tu hai i mobili e non hai la casa, io ho la casa e non ho i mobili. Noi possiamo accomodarci cos: tu resti con me, io ti do la casa, e tu mi dai i mobili.
E la mia pigione scaduta?
Te la pagher io che adesso ho soldi; il mese che viene pagherai tu. Ti va?
Altro se mi va. Quest'alloggio non mi  stato mai cos gradito. Musica e pittura sono sorelle...
In quella entrarono Colline e Rodolfo e seppero con piacere del patto intercorso fra i due.
Amici, disse Rodolfo facendo suonare il borsellino, io offro da pranzo alla compagnia.
Era quello che volevo dire e fare io, disse Colline mettendosi nel cavo dell'occhio una moneta d'oro. Il mio principe me l'ha data perch gli comperi una grammatica araba; e io ne ho trovata una per sei soldi.
E io, disse Rodolfo, mi sono fatto anticipare trenta franchi dall'amministrazione della Sciarpa di Iride. Ho detto che mi devo far vaccinare.
Sono molto avvilito, disse Schaunard, tutti oggi riscuotono qualche cosa, e io niente.
Aspettando che la fortuna venga anche per te, accetta il pranzo che io ti offro.
No, lo offro io, disse Colline.
Facciamo, disse Rodolfo, a testa e croce per vedere a chi tocca.
Si pu fare di meglio, disse Schaunard. Rodolfo paga il pranzo e Colline la cena.
Ecco una sentenza degna del re Salomone, esclam il filosofo approvando.
Si pranz in un ristorante provenzale dove anche i camerieri sanno di letteratura. Durante il pranzo ognuno dei quattro amici spieg il suo stendardo dell'arte. E se l'uno era diverso dall'altro, uguale era la fede, la speranza e l'amore. Tutti e quattro possedevano quella grazia e lepore della parola che d piacere, e non offende; tutti e quattro avevano un cuore sensibile per ogni cosa bella e pietosa, un cuore ricolmo di giovinezza s che posto non v'era per la sfiducia ed il dubbio. Perci pensarono che non il caso ma forse la divina Provvidenza, madre dei miseri, li avesse fatti incontrare, bisbigliando loro quelle divine parole che dovrebbero essere il solo statuto dell'umanit: "Amatevi ed aiutatevi l'un l'altro".
Non deve quindi far meraviglia se il pranzo si chiuse senza volerlo con alcunch di grave e di involontariamente commosso.
Rodolfo brind al suo avvenire, e a quello degli amici, e Colline parl semplici parole, niente affatto in bello stile, ma che venivano dal cuore e non dalla sua biblioteca.
Dopo il pranzo andarono a prendere il caff da Momus, che divenne poi il loro quartier generale, e perci poco abitabile dagli altri avventori.
Ritornarono a casa di Marcello, che fu battezzata col nome di Eliso-Schaunard. Prima di recarsi a cena, quella ordinata da Colline, fecero dalla finestra girandole e fuochi d'artificio cantando gaie canzoni per celebrare un giorno cos avventurato.
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Questi sono i principali personaggi del presente libro che proprio un romanzo non , e non pretende pi di quello che dice il suo titolo: scene della vita di Bohme, cio di gente su la quale il giudizio non  stato sino ad ora troppo benevolo. Sono di gran disordinati, lo so; ma, come si dice, questo  il difetto delle loro virt.
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CAPITOLO 2.
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La divina Provvidenza scende in casa di Schaunard.
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Schaunard e Marcello lavoravano di buona lena sin dal mattino, e Schaunard disse:
Cos'? Oggi non si mangia? Ho una fame che non ci vedo lume.
Quand' mai, disse Marcello, che si mangia due giorni di sguito? Ieri era gioved, oggi  venerd e il precetto della Chiesa dice:
Si digiuna il venerd
parimenti gli altri d.
E va bene!, disse Schaunard, e riprese il pennello.
Il quadro che stava dipingendo rappresentava un prato con due alberi, l'uno rosso, l'altro turchino, i cui rami si davano un'affettuosa stretta di mano. Bellissimo simbolo dell'amicizia.
In quella, il portinaio buss.
Una lettera: tre soldi di multa.
Proprio tre soldi? Bene. Metteteli a credito, e gli chiuse l'uscio in faccia.
Marcello dissuggell la lettera, e non ebbe letto le prime righe che si mise a fare per la contentezza delle capriole per la stanza, e poi inton a gran voce questa canzone, allora di moda, che per lui rappresentava il colmo dell'allegria:
Nella casa eran in quattro,
tutti quattro eran malati.
All'ospedale li han portati.
Ohil, ohil...
E Schaunard continu:
Li hanno messi in un gran letto,
due dai piedi e due alla testa
come fosse un cataletto.
E Marcello a sua volta continu:
Ecco videro arrivare
una bianca monachella
piccolina e molto bella.
Ma basta, esclam Schaunard. Se tu vai ancora avanti mi metto a sonare al piano una sinfonia di mia creazione.
Questa minaccia ebbe per effetto di calmare gli entusiasmi di Marcello.
Guarda, disse mostrando la lettera.
Era un invito a pranzo da parte di un deputato amico delle belle arti in genere e di Marcello in particolare, il quale gli aveva fatto un quadretto della sua villa.
 per oggi, comment Schaunard. Peccato che l'invito sia per una persona sola! Ma adesso che ci penso; il tuo deputato  per il Governo. Tu non puoi, tu non devi in coscienza accettare. Come si fa ad andare a mangiare il pane bagnato nel sudore del popolo?
Veramente, rispose Marcello, il mio deputato appartiene al centro sinistro e ieri ha votato contro il Governo, perci non ho niente da transigere con la mia coscienza; e se anche fosse col Governo, io aspetto da lui delle ordinazioni. Pensa che ha promesso di presentarmi nel gran mondo. E infine, se anche oggi  venerd, sento un appetito degno del conte Ugolino. Io voglio mangiare: questo  quanto.
Capisco, disse Schaunard, un po' invidioso della buona fortuna dell'amico, ma tu non puoi andare a pranzare in una casa di riguardo con quel paltoncino rosso e quel cappellaccio tutto unto.
Andr a chiedere in prestito un vestito a Rodolfo oppure a Colline.
Pazzo che sei! Tu dimentichi che oggi  la fin del mese. Questo  il tempo che gli abiti dei nostri amici vanno in pellegrinaggio al Monte di Piet.
Un vestito nero lo trover ad ogni modo. E se non lo trovo, andr cos come sono. Non sar mai detto che per una miserabile questione di etichetta io lasci perdere questa bella occasione per fare il mio ingresso in societ.
Ma... e le scarpe? obbiett Schaunard che ci pigliava gusto.
Marcello usc di casa, e dopo due ore ritornava con un colletto.
Ecco tutto quello che ho potuto trovare, disse egli avvilito.
Potevi far a meno di uscire, disse Schaunard: con questi cartoncini bianchi che abbiamo qui, ne potevamo fare una dozzina di colletti.
Eppure qualche vestito ci deve essere, andava fremendo Marcello, e si metteva per la disperazione le mani fra i capelli.
Dopo un'ora di ricerca in tutti i cassetti, Marcello riusc a trovare questo vestito: un paio di calzoni a grandi quadretti, un cappello di feltro grigio, una cravatta rossa, un guanto che doveva essere stato gi bianco, e un altro nero.
Volendo, osserv Schaunard, tu puoi dipingere il guanto bianco di nero, cos vai coi guanti neri. Il guaio  che, quando tu sarai vestito cos, assomiglierai allo spettro solare.
Intanto Marcello si provava le scarpe. Maledizione!
Erano dello stesso piede.
Ne trov altre due, ma una con la punta aguzza, l'altra con la punta quadrata.
Ci dar la vernice nera, cos non si vedr.
S, ma e il vestito nero?
Un vestito nero, un vestito nero! La mia vita per un vestito nero, gridava Marcello.
In quell'istante fu bussato alla porta.
Il signor Schaunard? disse un signore entrando.
Io, in persona, rispose Schaunard.
Il nuovo venuto aveva la fisonomia dabbene di un bravo provinciale, e parl cos: Mi chiamo Blancheron, gi sindaco del mio paese, capitano della guardia nazionale e consigliere delegato di uno zuccherificio a Nantes. Inoltre sono autore di un trattato sull'industria zuccherina. Siccome sto per recarmi in colonia per ragioni del mio ufficio, cos prima di partire voglio lasciare un ricordo di me alla mia famiglia. Mio cugino mi ha detto che lei  un bravo pittore che fa molto bene i ritratti; perci io vengo da lei per farmi il ritratto.
Marcello, disse Schaunard, offri una sedia al signore.
Mi raccomando per i colori molto fini, disse il nuovo venuto.
Noi non adoperiamo che colori finissimi.
E il prezzo? Cosa viene a costare un ritratto?
Busto solo senza mani, cinquanta franchi; con le mani, sessanta.
Allora senza mani.
Come crede lei; ma io le consiglio con le mani, cos ci metteremo il suo bel libro su la questione zuccherina. Ci far un bell'effetto.
S, lei dice proprio bene. Allora facciamo il ritratto con le mani.
Marcello, disse allora Schaunard, piano, all'orecchio dell'amico, non vedi? Il nostro uomo ha un bel vestito nero. Lascia fare a me. Adesso lo accomodo io.
 che io avrei premura, dice quel signore.
E io pi di lei, perch domani sono chiamato all'estero. Possiamo cominciare subito.
Ma si fa notte oramai.
Nel mio studio si dipinge anche di notte. Le dispiace levarsi quel vestito?
Per che fare?
Ma come? Non ha detto lei che vuol lasciare un ricordo alla sua famiglia? Si presenta lei in famiglia in abito nero?
No, in veste da camera.
Ebbene noi facciamo il ritratto in veste da camera.
Ma io non ho qui veste da camera.
Previsto il caso. Abbiamo noi veste da camera, perch adesso  di gran moda farsi i ritratti cos.
E gli present un camiciotto imbrattato di tutti i colori come una tavolozza.
Il brav'uomo esitava ad indossarlo.
Questa preziosa sopraveste, disse gravemente Schaunard, gi appartenne ad un visir turco che ne fece omaggio al grande Orazio Vernet, che ne fece dono alla sua volta a me, e di cui io mi vanto scolaro. Perdona, o maestro!, disse fra s. E mentre quelli indossava quella gualdrappa, Schaunard strizzando l'occhio a Marcello, disse forte: Attacca con cura all'attaccapanni l'abito nero di questo signore.
Che minchione, disse Marcello indicando colui, e aveva gi messo le mani sull'abito nero.
Ma tu come fai adesso?
Non ci pensare. Vestiti e fila. Torna per le dieci, e vedi di portarmi qualcosa da mangiare.
Marcello si vest dietro il suo famoso paravento.
L'abito gli andava a pennello. Sgattaiol via per un'altra porticina che era nella stanza.
Schaunard si mise al lavoro. Sonarono le sei, e Blancheron disse: Io devo andare a pranzo.
Anch'io, disse Schaunard, ma per fare cosa gradita a lei rinuncio al pranzo. Pensi che, proprio stasera, io ero invitato da una contessa che abita nel sobborgo di San Germano. Ma capir che, se interrompiamo, l'atto creativo della pittura dopo  molto difficile riprenderlo ancora. Veda come il ritratto vien bene!  proprio tutto lei!
Ma l'altro dice che ha fame.
Quand' cos, faccia venire su il pranzo qui in camera. C' da basso un ottimo trattore.
Piacque l'idea a Blancheron, e preg il pittore di essere suo commensale.
Schaunard accett con un nobile cenno del capo e domand quello che il signore desiderasse da pranzo.
Quello che fa lei  ben fatto.
"Allora lascia fare a me", disse tra s Schaunard; e scese le scale a quattro scalini per volta e ordin un pranzo, innaffiato con bord, che avrebbe fatto invidia a Vatel il grande cuoco del principe di Cond. Il trattore domand chi avrebbe pagato.
Io no, certo, rispose Schaunard, ma un mio zio che  di sopra a casa mia, ed  un buongustaio di primo ordine.
Erano le otto; e Blancheron dopo aver ben mangiato e meglio bevuto, sentiva il bisogno di espandere la sua anima di zuccheriere nel seno del pittore. Costui accompagnava al piano le sue confidenze.
Quando furono le dieci, Blancheron e il pittore si misero a ballare, e si davano del tu.
Arrivati alle undici, l'amore di Blancheron per Schaunard era tale che disse: Io ti nomino mio erede universale.
Anch'io, disse Schaunard.
A mezzanotte Marcello rincas, e vide i due che si abbracciavano e piangevano d'amore come due viti tagliate.
Scorse gli avanzi del banchetto. Guard contro luce le bottiglie. Erano vuote.
Schaunard e Blancheron ora dormivano.
Marcello si prov di svegliare l'amico.
Ti ammazzo se mi porti via il mio Blancheron. Non vedi che mi serve da cuscino?
Ingrato!, esclam Marcello. E dire che gli avevo portato da mangiare!
E trasse di tasca un pugno di nocciole.
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CAPITOLO 3.
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Amori quaresimali.
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Una sera, che era di quaresima, Rodolfo rincas presto con la buona intenzione di mettersi al tavolino e lavorare. Ha intinto appena la penna nel calamaio, che sente un certo curioso rumore. Accosta l'orecchio al tramezzo che divideva la sua camera da quella vicina, e sente un dialogo alternato di baci e di languide espressioni d'amore.
Cspita!, disse Rodolfo fra s guardando l'orologio. E non  ancora mezzanotte! La mia vicina  una Giulietta che ha l'abitudine di tener con s il suo Romeo anche dopo il canto dell'allodola. Ho capito: per questa notte  meglio non pensarci nemmeno a lavorare.
Si rimise il cappello in testa ed usc. Ma quando fu gi per consegnare la chiave in portineria, trov la moglie del portinaio abbracciata con un bel giovanotto.
"Eh, anche la portinaia  infine una donna", disse Rodolfo fra s.
Svolta l'angolo della strada, e trova un bel pompiere ed una servotta che si scambiavano manifesti pegni d'amore.
"Si vede che non sanno che siamo in quaresima, seguit Rodolfo. E andiamo da Marcello. Passeremo il tempo con lui a dire male di Colline".
Va da Marcello e costui gli si presenta in camicia.
Mi dispiace, ma non ti posso ricevere.
Perch?
Guarda l.
Una testolina di donna appariva dietro il paravento. E Rodolfo se ne and e disse: "Andremo da Colline a parlar male di Marcello".
Ma arriva appena in una viuzza oscura e vede un tale che va su e gi, e declamava dei versi.
Oh, guarda!  Colline.
Caro Rodolfo, dove vai?
Venivo a casa tua. Che cosa fai tu qui?
Che cosa faccio? Aspetto.
E chi aspetti?
Ma chi mai si pu aspettare, rispose pateticamente Colline, quando si ha vent'anni, e le stelle brillano nel firmamento e le canzoni volan per l'aria?
Parla in prosa, va l.
Allora ti dir che aspetto una bella fanciulla.
Ciao, e buona notte. E si allontan. "Che sia questa la festa del gran Dio dell'Amore? Non si fa un passo senza incontrare degli innamorati.  una cosa un po' scandalosa. Ma la polizia che cosa fa?"
Il giardino del Lussemburgo era ancora aperto, e Rodolfo vi entr, ma appena entrato, al muovere de' suoi passi, vide ombre fuggire: ombre che poi sono di carne, e vanno a due e due, a core a core, e cercano il silenzio e l'oscurit.
"Che serata romantica!" sospir Rodolfo, e vinto da non so quale dolcezza melanconica, si pos su di un sedile e riguard la luna.
Pass alcun tempo e gli parve di essere trasportato nel mondo delle fate. Le statue degli Dei e degli eroi che ornavano il bel giardino scendevano dai loro piedestalli per andare a fare all'amore con le dee e con le ninfe, le cui belle gambe si disegnavano fuori delle tuniche succinte. Un cigno nuotava silenziosamente verso una ninfa che sorgeva marmorea su le rive del lago.
"Ecco Giove che va a trovar Leda."
Un guardiano gli batt su la spalla:
Si chiude.  ora di uscire.
"Se stavo qui ancora un po', io diventavo pi romantico di un poeta tedesco che coglie i fiorellini azzurri dei non ti scordar di me su le rive del Reno."
...
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...
Dopo un po', si trov davanti un poncino in un caff; e conversava con un tale che aveva un bel naso, un maschio naso, un magnifico naso aquilino il quale poteva raccontare molte avventure galanti; e perci poteva anche essere buon galeotto. Era il naso dell'amico Schaunard.
Dunque tu sei innamorato? domand Schaunard a Rodolfo.
Questa sera, vedi, rispose Rodolfo, l'amore mi rode al cuore. Immagina un terribile mal di denti.
E raccont quel che aveva veduto e sentito.
Hai bevuto vino?
Mai pi: sento il bisogno di abbracciare anch'io qualche cosa. Bisogna che tu mi aiuti a trovare una donna da abbracciare. Andiamo dove si balla. Io ti mostro una ragazza, quella che mi piace di pi, e tu glielo vai a dire.
Non ci puoi andar tu?
Non so fare. Ho scritto molti romanzi d'amore; ma altro  scrivere, altro  vivere.
Conosco una fanciulla che va pazza per il flauto... disse Schaunard.
Ah s; cos va bene, ma la vorrei con gli occhi turchini e con i guanti bianchi.
Con gli occhi turchini pu anche darsi; ma coi guanti bianchi  un pretendere troppo. Ad ogni modo proveremo.
Ed entrarono in una sala dove si ballava. C'era una fanciulla di gentile aspetto e vestita con grazia che stava tutta sola in un cantuccio.
Quella mi pare che vada bene!, disse Schaunard. Tu sta' un po' qui in disparte ed io la vado a silurare per conto tuo.
And, e Rodolfo vide Schaunard galantemente parlare alla fanciulla, finch questa sorrise e fece cenno a Rodolfo di avvicinarsi.
La piccina, disse piano Schaunard all'amico, non  insensibile al tuo mal di denti. Ma ti prego, almeno in principio, di essere molto delicato. Fa' il timido.
Per questo non c' bisogno di raccomandazioni.
...
.
...
Due ore dopo Rodolfo giungeva in compagnia della fanciulla davanti ad una porta in via San Dionigi.
State qui di casa?
S...
E quando vi potr rivedere, amor mio?
Domani a sera alle otto verr da voi.
Davvero?
Ecco qui la mia parola d'onore. E la fanciulla porse a Rodolfo la sua bella guancia fiorita che egli baci come si morde un frutto maturo.
Rodolfo torn a casa sua pazzo di gioia. E non aveva pace e si mise a fare versi.
Oh, amore, amore, amore,
Oh, della giovinezza re e Signore!
Dorm appena, si dest sull'alba. "Ecco il gran giorno! Ma dodici ore come fanno a passare?". La penna gli disse: "Mttiti a scrivere". "No, che tu puzzi d'inchiostro". Sfugg gli amici per timore di essere scoperto nella sua passione e deriso. And fuori di Parigi, cammin tutto il giorno per la primavera della campagna. Torn a casa che era notte. Si fece bello, fece bella la sua cameretta. Ogni volta aveva fatto cos. Candido il letto. Oh, potersi anche lui vestire di candore! Una grande passione, un poema di passione al lume di luna con molte lagrime e sospiri accanto al dolce amore, sotto un salice piangente! Era il suo modo di amare. A tutte le sue belle egli aveva regalato un diadema di sogni e una collana di lagrime.
Gli amici gli avevano detto: "Guarda Rodolfo, che sarebbe preferibile che tu regalassi loro un vestitino o un paio di stivaletti".
Tutto inutile. Egli sognava sempre la donna ideale con un gran manto di broccato, bella come una dea, che accoglie l'omaggio dei suoi patetici versi.
Aveva nella sua stanza una pendola con su Amore e Psiche. Gli parve vedere le due statuette confondere in un solo corpo i loro corpi di alabastro. La pendola suon. Erano le otto, l'ora divina! E un lieve colpo alla sua porta si ud.
Era lei. Disse: Vedete che sono di parola.
Rodolfo tir la tenda e accese una candela nuova.
La fanciulla intanto si era tolto il cappello e lo scialle che pos sul letto. Questo aveva le lenzuola candide, di che ella sorrise, e quasi arross.
Si chiamava Luisina; era pi graziosa che bella; aveva nel visetto fresco alcunch di ingenuo e di malizioso insieme. Pareva una di quelle figurine sentimentali del pittore Greuze, a cui il grande caricaturista Gavarn avesse dato gli ultimi tocchi bizzarri.
Le grazie della sua personcina acquistavan risalto da un vestitino semplice e galante. E vedendo che Rodolfo la guardava con occhi d'artista, si atteggiava in certe pose e mossettine leziose che volevan sembrar naturali.
Piedini abbastanza piccoli, e, quanto alle manine,... esse, ohim, da sei mesi non portavano pi il segno delle punture dell'ago.
Luisina era una di quelle passerette che per capriccio e per bisogno appendono il loro nido per un giorno, o meglio per una notte, in qualche stanzuccia sotto i tetti del quartiere latino. Ci rimangono volentieri anche qualche tempo se un ricco sciallo, un bel nastro, la dolcezza di un bacio sapiente ve le trattiene. Parlarono un po', e Rodolfo le indic la sua sveglia di Amore e Psiche.
 Paolo e Virginia?
S, carina.
Quest'angioletto, disse fra s Rodolfo, non  molto forte in letteratura. Probabilmente non conosce che l'ortografia del sentimento. Le comprer una grammatica.
Mi fanno male le scarpe...
Rodolfo gliele slacci, e la candela nuova si spense.
Chi ha spento la candela? domand Rodolfo.
Rispose la gaia eco di uno scintillare di risa.
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Ahim! Luisina parlava il bel dialetto franco dell'amore, e Rodolfo parlava l'alto linguaggio letterario.
Cos avvenne che Luisina e Rodolfo non si intesero; e dopo otto giorni Luisina avendo trovato nello stesso ballo dove aveva conosciuto Rodolfo un bel biondino, studente di secondo anno, che la fece ballare molto bene, che aveva due begli occhi, il borsellino pieno, e parlava anche lui in prosa, domand carta penna e calamaio e scrisse a Rodolfo semplicemente cos: "Tutto  finito. Ciao, Luisina".
Rodolfo trov questo biglietto sul tavolino, ed era sera.
Mentre leggeva, la candela ancora si spense.
Era la stessa candela che aveva acceso quando Luisina venne per la prima volta.
"Se ci avessi pensato, avrei comperato una candela pi lunga. Peccato!".
Un po' di bruciore per ce l'aveva dentro; e prese il biglietto e lo ripose in un cassettino, che egli chiamava la catacomba dell'amore.
Ora avvenne che alcuni giorni dopo era in casa di Marcello e volle accender la pipa. Prende un pezzetto di carta. To', guarda, una lettera di Luisina. Anch'io ce ne ho una, ma nella mia ci sono meno sbagli di grammatica. Ci vuol dire che voleva pi bene a me che a te.
No, vuol dire che tu sei un po' stupidello. Quando mai una bella donnina ha avuto bisogno della grammatica?
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CAPITOLO 4.
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Rodolfo, turco per forza.
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Da molto tempo Rodolfo viveva pi vagabondo delle nuvole, e aveva ridotto alla perfezione l'arte di andare a letto senza cena, e viceversa. Il suo albergo era all'insegna della Luna, perch il suo padrone di casa, che ignorava i pi elementari doveri dell'ospitalit, gli aveva dato lo sfratto. Ci non impediva a Rodolfo di essere sempre col suo sorriso su le labbra e il manoscritto di un suo dramma in tasca. Questo manoscritto aveva fatto il giro di tutti i capocomici di Parigi.
Si trovava Rodolfo in queste precarie condizioni di vita, quando incontr un suo zio, fabbricatore di stufe di professione nonch sergente della Guardia Nazionale.
Ragazzo mio, gli disse lo zio, commosso alle sventure del suo nipote, vieni che ti aiuter io.
Vogliamo vedere in che modo? Non abbiamo che da salire centoventi scalini, e non di pi, perch dopo si  sopra i tetti.
 una stanzettina piccola, ma con aria fine, e un bel panorama sopra Parigi.
I mobili sono costituiti da stufe, caminetti, laterizi, fornelli, tubi: poi un lettuccio sospeso ad amaca, una sedia a sdraio, ma zoppa, un candeliere col suo piattellino, e molti oggetti bizzarri. La stanzetta ha un balconcino, con alcuni vasi di piante. Questo costituisce il giardino dell'appartamento. Dentro l'appartamento c' un turco il quale, contrariamente alle leggi del Corano, mangia prosciutto e beve vino. Mangiato che ha, si sdraia all'orientale sul pavimento, fuma il narghil, e ogni tanto accarezza un cane di Terranova, che sta fermo, perch  di terra cotta.
Ecco si apre la porta. Un uomo entra; dal fornello di una stufa toglie un quaderno, guarda e dice al turco: Come ? Il lavoro su le stufe non va avanti?
Si gela qui, risponde il turco. Quando mi accenderai un po' di fuoco, allora trover la ispirazione per il poema su le stufe".
L'altro se ne va chiudendo a chiave il turco nella sua camera.
Il turco  Rodolfo, l'uomo-carceriere  lo zio.
Le cose andarono cos: questo signor zio era nato fumista come si nasce poeta. Aveva idee superbe su la grande arte di riscaldare la gente, sul tiraggio delle stufe e perci voleva farle conoscere al mondo. Ma le idee bisogna pur concretarle in un libro; e perci aveva posto gli occhi sul nipote poeta e gli aveva affidato l'incarico di compilare un trattato sul perfetto fumista e sul tiraggio delle stufe.
Alloggiato, spesato, imbiancato, mantenuto in tutto e per tutto, e cento scudi a lavoro finito; anticipo di cinquanta franchi: questo il patto. Ma Rodolfo che non era mai stato padrone di simile tesoro, usc di casa coi cinquanta franchi, e dopo tre giorni rientrava, ma solo. I cinquanta franchi non c'erano pi!
Allora lo zio che aveva fretta, anche perch intendeva con l'aiuto di quel manuale di ottenere il brevetto per certe sue invenzioni di riscaldamento, che cosa fece? Port via a Rodolfo tutti i vestiti, gli lasci in camera un abito da turco, in modo che, anche volendo, non avrebbe potuto uscire in istrada, cos vestito, e poi lo chiuse a chiave con questo ammonimento:
Se non vai avanti, non ti do da mangiare e da fumare.
E Rodolfo peggio di prima.
Lo zio dice sul serio e comincia col fargli mancare il tabacco, e Rodolfo va al balconcello che non ne pu pi dalla voglia di fumare e vede che tutti fumano. Fuma quel bel signore che sta sdraiato in veste da camera al suo balcone; fuma una pipa deliziosa a un altro balcone un altro signore che ha l'aria d'artista. Gi, in fondo alla via, seduto al caff, un signore tedesco fuma e beve birra fresca, e manda, a regolari intervalli, voluttuose boccate di fumo dalla grossa pipa teutonica. Schiere d'operai passavano con le loro pipette di gesso in bocca.
Tutti fumano, sospir Rodolfo, all'infuori di me, e di questi camini in gelo di mio zio.
Lo riscosse un'allegra risata dal balcone sottostante. Rodolfo si sporse per vedere chi era: era madamigella Sidonia, prima attrice nel teatro del Lussemburgo.
Ella rotolava con abilit castigliana un pizzico di biondo tabacco entro un foglietto di carta velina.
Felice quest'angiolello che fuma!, sospir Rodolfo.
Oh, guarda! Al Bab!, disse madamigella Sidonia guardando in su. Poi, per capriccio di attaccar discorso con un turco, aggiunse s da essere udita:
Dio! Non ho fiammiferi!
Signorina, gliene offro io, se lei permette, disse Rodolfo, in buon francese, e ne lasci cadere alquanti in un cartoccino.
Tante grazie, e accese la sigaretta.
Adesso, signorina, mi faccia lei un piacere: mi dia un po' di tabacco. Ho soltanto la pipa, ma tabacco niente, e son due giorni che non fumo!
Madamigella Sidonia fu tanto gentile che invit il turco a scendere da lei.
Non posso, sono chiuso a chiave, ma far cos, e con una cordicella cal la pipa che madamigella Sidonia riccamente riemp.
Delizioso questo tabacco; ma pi delizioso ancora se avessi potuto accendere la mia pipa alle fiamme de' suoi belli occhi. Cos disse Rodolfo.
Il complimento non era nuovo, ma non per questo dispiacque a madamigella Sidonia.
 proprio turco lei?
Turco per forza, signorina. Io sono un poeta drammatico.
Ed io attrice. Vuole venire, signor turco, a pranzo da me?
Lei mi spalanca con la sua offerta le porte del paradiso, ma come fare? Come le ho detto, mio zio, illustre fabbricatore di stufe e del quale io sono in questo momento il segretario, mi ha vestito cos e poi mi ha chiuso a chiave affinch io lavori senza fumare e senza mangiare ad un suo manuale di stufe. E non uscir di qui finch non avr finito; ed io chi sa quando finir.
La cosa divert molto madamigella Sidonia, la quale disse: Lei pranzer ugualmente con me. Stia attento dove io busso sul soffitto. L trover una piccola btola, che  stata chiusa. Lei non deve far altro che scoprirla e levare l'assicella che la ricopre.
Cos fu fatto, e Rodolfo disse: Il buco  piccino, ma il mio cuore ci passa.
Ed io, disse madamigella Sidonia, le faccio passare da mangiare.
Rodolfo cal il suo turbante e lo tir su pieno di buona roba. Coi denti sgretolava e con gli occhi divorava la bella Sidonia da quel bucanino.
La fame dello stomaco  sazia, disse Rodolfo, ma non cos quella del mio povero cuore che  digiuno da tanto tempo. Non pu lei darmi alcun conforto?
Ah, povero ragazzo!, esclam Sidonia, e montata sopra un tavolino gli porse per quel pertugio la sua manina da baciare.
Che peccato che lei non possa fare come San Dionigi che portava la sua testa in palmo di mano!
(Nota: Saint Denis, apostolo dei francesi, martirizzato nel 270. La leggenda racconta che questo santo corresse con la propria testa in mano da Parigi sino a Saint-Denis per farvisi seppellire e dare al luogo il suo nome. Fine Nota.)
E finito che fu il desinare, Rodolfo sdraiato sul pavimento leggeva a Sidonia la sua tragedia e Sidonia, che aveva messo una poltroncina sopra il com, stava ad ascoltare.
Ella proclam che quella tragedia era una meraviglia, e l'avrebbe fatta rappresentare.
Nel momento pi bello della lettura ecco si ode nel corridoio il passo dello zio.
Rodolfo ebbe appena il tempo di chiudere la botola che quegli entr. Era latore di una lettera per Rodolfo, nella quale lo si informava che aveva vinto un premio di trecento franchi in un concorso letterario.
Presto il mio soprabito, i miei vestiti, gridava Rodolfo. Io vado a cingere alla mia fronte la corona di alloro. Caro zio, il trionfo mi aspetta.
Non si esce di qui, rispose il terribile zio, prima di aver terminato il mio manuale.
E usc chiudendo ancora a doppio giro la porta.
Allora Rodolfo leg la coperta del letto al suo balcone e si cal gi, sul balcone di madamigella Sidonia.
Signorina, aprite, disse battendo alla finestra.
Chi ? Cosa volete? rispose colei molto spaventata.
E non immagina chi ? Sono il turco. Vengo a riprendere il mio cuore, che ho lasciato cadere da quel bucolino.
E tutto felice mostr la lettera. La gloria mi arride, e perch non mi arride l'amore?
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La mattina seguente Rodolfo con un vestito che gli aveva procurato madamigella Sidonia, pot uscir di casa, e corse a prendere il premio: una rosa d'oro del valore di cento scudi, che vissero quanto vivono le rose.
La tragedia merc il talento e l'abilit di Sidonia ottenne di poter essere recitata diciassette volte, e frutt a Rodolfo quaranta franchi.
Rodolfo mand un biglietto d'invito anche allo zio. Dopo qualche tempo egli era ancora come prima: la sua casa era come quella degli uccelli del buon Dio: sopra gli alberi della foresta.
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CAPITOLO 5.
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Lo scudo di Carlo Magno.
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Sul finir del dicembre, un'agenzia di pubblicit diramava cento biglietti d'invito di cui ecco il testo autentico: "Illustrissimo signore, i signori Rodolfo e Marcello pregano la S. V. di intervenire sabato, vigilia di Natale, a casa loro. Ci sar molta allegria.
Poscritto: Non t'arrabbiare, la vita  breve.
Programma della festa:
Parte prima
Ore sette: apertura delle sale con conversazioni molto animate.
Ore otto: ingresso nelle sale dove i gentili poeti, nutriti del latte delle Muse, composero il dramma La montagna grvida, che fu rifiutata al teatro dell'Odon.
Ore otto e mezzo: il celebre pianista Alessandro Schaunard si produrr gentilmente nella sua sinfonia su L'influsso del colore azzurro in tutte le arti.
Ore nove: Contraddittorio fisico-metafisico fra il filosofo Gustavo Colline e il signor Alessandro Schaunard. Per evitare colluttazioni i due oratori saranno legati insieme.
Ore dieci: Il signor Tristano, gran letterato, racconter le sue prime avventure d'amore. La recita sar accompagnata al piano dal signor Alessandro Schaunard.
Ore undici: Lettura di un memoriale su l'abolizione dell'elemento tragico nella tragedia.
Parte seconda
Mezzanotte: Marcello, pittore di quadri storici, dipinger ad occhi bendati l'incontro di Napoleone con Voltaire ai Campi Elisi. Studio comparativo tra la Zaira e la battaglia d'Austerlitz.
Ore dodici e mezzo: Il signor Gustavo Colline in abito adamitico si produrr per eseguire la imitazione dei giochi olimpici della quarta olimpiade.
Ore una del mattino: Seconda lettura del memoriale sull'abolizione dell'elemento tragico nella tragedia. Questua per i poveri tragedi disoccupati.
Ore due: Ballo le Quadriglie dei lancieri, e giochi di societ.
Ore sei: Veduta del levare del sole, e coro finale.
Durante tutto lo spettacolo funzioneranno i ventilatori.
Nota bene: se alcuno volesse leggere i suoi versi, sar senz'altro chiamata la polizia.
Si prega di non portar via i moccoli delle candele".
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Ci sarebbero state anche le dame: Eufemia che voleva essere la reginetta della festa e poi le altre gentildonne che avrebbe condotto Schaunard.
Quest'annuncio dest grande rumore nel mondo della bohme.
Ecco l'origine di questa serata di gala. Da un anno Schaunard e Marcello ne avevano dato l'annuncio per il sabato prossimo venturo; ma cinquantadue settimane eran trascorse e non se ne era fatto nulla. Gli amici un po' reclamavano il mantenimento della promessa, un po' schernivano. Bisogn fare onore all'impegno, e cos fu.
Ora che l'invito  stato diramato, disse Rodolfo, non si pu tornare pi indietro. Noi abbiamo tagliato i ponti per la ritirata. Ci vogliono almeno cento franchi per fare le cose a modo.
Se ci vogliono cento franchi, li troveremo, rispose Marcello.
E si addormentarono nella dolce certezza che i cento franchi erano gi in cammino lungo la via dell'inverosimile.
Ma quando fu la vigilia del sabato, i cento franchi non erano ancora arrivati.
Qui, dissero i due amici, bisogna venire in aiuto al Dio Caso, se non si vuol fare una brutta figura.
Cominciarono a modificare il programma della festa, e riducendo sempre pi su la riduzione dei dolci e delle bibite, si arriv a quindici franchi.
Bisognava per trovare questi quindici franchi.
Cinque franchi li rimedio io, disse Rodolfo. Vado da mio zio che ha fatto la campagna di Russia con Napoleone e mi faccio raccontare la famosa ritirata. Lui si entusiasma, io lo ascolto con devozione; e ci produce sempre l'effetto che mi regala ogni volta cinque franchi.
E io, disse Marcello, vado da Medici l'antiquario a vendergli un castello abbandonato. Sono altri cinque franchi. Se faccio a tempo a dipingere anche due torri desolate, c' caso che me ne dia dieci, e cos siamo a posto.
Si addormentarono tanto contenti che sognarono persino la principessa Cristina di Belgioioso che diceva loro: "Vi prego, signori, rimandate il vostro ricevimento ad altro giorno, se no mi portate via i miei invitati".
(Nota: Questa dama lombarda, ardente patriotta, famosa per la sua bellezza pallida e scarna e per le sue bizzarrie, era esule dalla patria, e teneva allora in Parigi un salotto illustre, frequentato dai pi noti poeti, scrittori e uomini politici. Fine Nota.)
Si svegliarono all'alba. Marcello prende il pennello e costruisce il suo maniero. Rodolfo va dallo zio. Si incontrarono verso le due in piazza del Carosello. Avevano tutt'e due un'aria avvilita, e Marcello aveva ancora il suo quadro sotto il braccio.
Quell'animale dell'antiquario non vuole il castello, ma il bombardamento di Tangeri. E tuo zio?
 andato a Versaglia.
Ma che proprio non ci sia il becco di un quattrino in questa casa? disse Marcello a Rodolfo quando furono risaliti nella loro stanza. E se cercassimo sotto i mobili, dentro l'imbottitura delle sedie? Si dice che gli emigrati, al tempo della Rivoluzione, nascondevano i loro tesori dentro i mobili. Chi ti dice che questa vecchia poltrona non sia appartenuta ad un emigrato?  Sfondarono la pancia alla poltrona, e Marcello mostr all'amico una vecchia moneta incrostata di verderame, su cui per appariva netta la leggenda e la data del regno di Carlo Magno.
Varr trenta soldi, disse Rodolfo.
Trenta soldi bene impiegati, possono fare miracoli. Napoleone con un migliaio di soldati sbaragli gli eserciti dell'Austria. E corse dall'antiquario a vendere la moneta.
Rodolfo and da Colline: Ho bisogno di un piacere. Nella mia qualit di padrone di casa, mi ci vuole un abito nero. Io non ne ho, prstami il tuo.
Ma anch'io, rispose titubante Colline, nella mia qualit di invitato ho bisogno dell'abito nero.
Resta a casa e prstami l'abito.
Come faccio che ci sono anch'io nel programma?
Vieni in maniche di camicia. Ti far passare per il mio cameriere.
Ti pare? disse Colline un po' offeso. Be', verr col mio soprabito color nocciola. Oh, ma aspetta, aggiunse vedendo che l'amico si era gi impadronito del vestito. Nelle tasche c' qualche cosa.
Quest'abito in origine blu-scuro, e per convenzione chiamato fra gli amici l'abito nero di Colline, era fornito di tasche molto profonde, nelle quali alloggiava in permanenza una dozzina e pi di volumi, cos che si diceva che durante la chiusura delle biblioteche gli studiosi si potevano rivolgere alle tasche ambulanti di Colline.
Liberate che furono le tasche dai libri, Colline lasci che Rodolfo si vestisse a suo agio. Ma come fu giunto a casa, una grande sorpresa lo attendeva: Marcello giocava alle piastrelle con tre scudi d'argento.
Hai svaligiato forse qualcuno? domand Rodolfo. Dimmelo che io non profani la mia mano stringendo quella di un rubatore di strada.
La tua coscienza pu dormire in pace, rispose Marcello. Devi sapere che appena mi presento da quello strozzino di Medici, vi trovo un altro antiquario che appena vede la mia moneta, sta l per svenire. Era la sola moneta che mancava al suo medaglione. Guarda con la lente;  proprio quella! Mi offre cinque franchi. Medici mi tocca di fianco, mi sbircia e mi fa capire che se gli do la provvisione del cinquanta per cento far salire su il prezzo. Cos si arriva a trenta franchi. Io ne ho lasciati quindici nelle unghie di quel giudeo, ed ecco il resto, quanto basta per un ricevimento da far strabiliare i nostri invitati.
Oh, guarda: tu hai un abito nero?
S, disse Rodolfo,  di Colline; e frugando nelle tasche per prendere il fazzoletto, ne fece venir fuori ancora una grammatica di lingua cinese.
Subito in gran fretta i due amici si diedero ad allestire la stanza: accesero la stufa, sospesero al soffitto un lampadario di legno velato di cotonina bianca, con le candele. In mezzo fu posta la tavola che doveva funzionare da tribuna per gli oratori, e davanti ad essa fu collocata l'unica poltrona per il critico molto autorevole che doveva intervenire. Sopra un'altra tavola furono disposti in bell'ordinanza le opere, i romanzi, i poemi, i giornali degli illustri invitati, e infine per evitare conflitti, la stanza fu divisa in quattro compartimenti stagni con queste indicazioni: Classici, Romantici, Poeti, Prosatori.
Le dame furono disposte nel centro.
Ma, e le sedie? disse Rodolfo.
Pigliamo quelle dei nostri vicini che sono attaccate su nel pianerottolo.
Quando furono le sei, accesero le candele. Che splendore!
Alle sette ecco arriva Schaunard con tre dame.
Esse avevano dimenticato a casa le loro collane di perle e i loro monili di diamanti. Una di esse portava uno scialle rosso picchiettato di nero.
 una dama di molto riguardo, avvert Schaunard: una dama inglese, esigliata dopo la caduta degli Stuardi. Suo padre fu cancelliere sotto Cromwell, a quanto ella assicura. Vive modestamente dando lezioni di inglese. Vi prego, amici, di essere molto gentili con lei; e non darle affatto del tu.
Si ud gran gente su per le scale: erano gli invitati che arrivavano. Molto si meravigliarono vedendo il caminetto acceso.
Rodolfo in abito nero faceva gli onori di casa, accoglieva le dame baciando loro la mano con una grazia degna del tempo della Reggenza.
Mi pare ora di far servire qualche cosa, disse Schaunard. Siamo gi in venti.
Si aspetta l'arrivo del critico molto autorevole per accendere sotto il ponce, disse Marcello.
Alle otto il critico molto autorevole non arrivando, fu dato principio al programma e alla fine di ogni numero si passava in giro un vassoio di qualche cosa, qualche cosa di non facile definizione.
Alle dieci apparve il gil bianco del critico molto autorevole. Si trattenne un'ora appena e si degn appena di assaggiare qualche cosa.
Quando fu mezzanotte il fuoco stava per spegnersi. Faceva molto freddo, e si tir a sorte chi doveva buttare la sua sedia nel fuoco.
Al tocco dopo la mezzanotte, tutti gli invitati erano in piedi, perch tutte le sedie furono buttate nel fuoco.
La pi cara allegria regn per tutta la serata. Non si ebbero a lamentare incidenti di sorta eccetto uno strappo all'abito nero di Colline, e uno schiaffo che Colline regal alla signorina inglese, figlia del cancelliere di Cromwell.
La memorabile serata form per una settimana l'oggetto delle conversazioni in tutto il quartiere. Eufemia, che era stata la reginetta della festa, soleva dire alle amiche: Una cosa superba! C'era persino uno splendido lampadario di candele.
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CAPITOLO 6.
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Madamigella Musetta.
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Madamigella Musetta era una graziosa fanciulla di vent'anni, la quale dal tempo che era arrivata a Parigi era diventata quello che diventano le graziose fanciulle quando hanno una fine persona, molta civetteria, molta ambizione e poca conoscenza delle buone regole della grammatica.
Con la sua vocina fresca, se pur non sempre intonata, era stata la delizia delle allegre cene del Quartiere latino cantando stornelli e canzonette villerecce che le valsero il dolce diminutivo di Musetta, sotto il quale nome fu poi celebrata dai pi fini dicitori in rima. Aveva poi abbandonato l'umile abitazione del Quartier latino per salire le scale dell'alta galanteria.
Conquist ben presto un grado molto distinto nella gerarchia delle sacerdotesse di Venere: i giornali mondani citavano il suo nome, i suoi ritratti erano esposti nelle vetrine alla moda.
Ma con tutto questo Musetta era diversa dalle sue consorelle. Bench figlia del popolo, possedeva un'aristocrazia naturale, s che collocata anche nel palazzo di un re, si sarebbe sentita a suo posto. Era in lei qualcosa di fine e di delicato che la portava istintivamente verso tutto ci che  bello e gentile. Non si sarebbe mai data ad un uomo brutto; certi vanesi, anche se ricchi e giovani, non li poteva soffrire.
Un gran signore, chiamato per soprannome il bue d'Oro, che abitava un superbo palazzo nell'aristocratica strada di Antin, aveva messo i suoi tesori a disposizione dei capricci della cara fanciulla. Ma era un vecchio ed ella aveva rifiutato.
Oh, indimenticabile Musetta! Ella non faceva contratti in materia di galanteria. Amava per capriccio e non stava l tanto a guardare se uno era ricco o povero. Bastava che le piacesse, e per ci non deve meravigliare se la sua vita era soggetta ad alternative profonde: ora passava per via in una carrozza turchina, tirata da superbi corsieri, o invece doveva servirsi dell'omnibus, la carrozza di tutti; ora alloggiava in un superbo fastoso palazzo, ora in una stanzuccia al quinto piano; ora era coperta di velluto e di seta; ora di miserabile cotonina.
O Musetta, amabile creatura, palpitante poema della spensierata giovinezza! Chi ha udito il tuo riso squillante e le tue gaie canzoni non le dimentica pi!
O gentile sorella di Berneretta e di Mim Pinson! Perch non ho io la penna di Alfredo De Musset per scrivere degnamente di te?
Ben egli, il nobile poeta, avrebbe celebrato anche te, se ti avesse udito come io ti udii, cantare il tuo rondello pi caro con quella tua voce in cui era ancora il respiro e il profumo dei campi:
Quando maggio era in fiore
nella fresca mattina
incontrai Brunettina
e le richiesi amore.
Amore ella aveva in core
e in testa una berretta
sembiante a farfalletta.
Al tempo della nostra storia, Musetta era l'amante di un consigliere di Stato che le aveva affidato la chiave della sua cassa forte. Perci Musetta dava ricevimenti non inferiori per splendidezza ai pi fastosi ricevimenti di Parigi, con la differenza che l ci si annoia, e da Musetta ci si divertiva moltissimo.
Ora Rodolfo che era non pi che fratello per Musetta (e non si seppe mai perch) domand a Musetta il permesso di presentarle il pittore Marcello, un ragazzo di ingegno a cui le fate stavano ricamando a fili d'oro l'abito verde per entrare nell'Accademia dei quaranta Immortali di Francia.
E Musetta acconsent.
Marcello and ai ricevimenti di Musetta con una camicia colorata con grave scandalo di Rodolfo. Per compenso aveva un colletto nuovo e la camicia non si vedeva in virt di un suo pastrano abbottonato sino al collo. Questo pastrano era in origine di colore verde, ma, di sera, Marcello poteva assicurare che era nero. Per la sua vetust era onorato del nome di Matusalemme.
Musetta dava ricevimento nel cortile. Che cosa era successo? Era successo questo: che Musetta si era bisticciata col suo Consigliere di Stato. Costui le aveva tagliati i viveri nel momento che lei aveva pi che mai bisogno di soldi. I creditori e il padron di casa fecero sequestrare i mobili e portarli gi nel cortile per essere venduti all'asta il d seguente. Questa non era una buona ragione per Musetta di rimandare i suoi ricevimenti. Dispose i mobili con bel gusto, nel cortile; stese tappeti, sparse fiori, fece una grande illuminazione, invit tutti gli inquilini della casa. Questa bizzarria ottenne un immenso successo. Si ball, si cant sino al mattino quando arriv l'usciere coi facchini per portar via i mobili. Allora soltanto la festa ebbe fine, e Musetta di commiato ai suoi ospiti cantando questa canzoncina:
Per gran tempo si parler
della mia festa di gioved.
Per gran tempo si parler,
la ri l, la ri l.
Marcello e Rodolfo rimasero soli con Musetta.
Nell'appartamento non restava che il letto.
L'avventura, disse Musetta,  meno allegra che non sembri. Dovr andare ad alloggiare all'Albergo della Luna. Non mi  nuovo, ma vi sono troppe correnti.
Ah, dama, esclam Marcello, potervi offrire un palazzo pi bello di quello della Regina di Saba!
Grazie della buona intenzione. Del resto erano mobili che li avevo comperati sei mesi fa. Erano vecchi.
Era mattina e Musetta disse che aveva fame. Una trattoria si apriva allora allora. V'entrarono e fecero colazione, che la pag Rodolfo, il quale aveva nella notte guadagnato un po' di soldi alla zecchinetta. Non avevano pi voglia d'andare a dormire. Presero il primo treno in partenza e andarono in campagna, fra i boschi. Tornarono a Parigi alle sette di sera, ma Marcello assicurava che era appena mezzod. Diceva che era buio perch il cielo era coperto. Non sapeva pi dove si fosse, n che ora fosse tanto s'era innamorato della bella creatura: la aveva baciata nelle mani, sul collo e sue appendici. Musetta si era lasciata baciare. Marcello aveva tentato anche un assalto a fondo: questo la fanciulla lo aveva respinto.
Diceva Marcello: Quando vendo il mio quadro del Passaggio del Mar Rosso, vedr, signorina, che mobilia le compro! Altro che quella che le hanno portato via.
Rodolfo lasci Musetta e Marcello soli. Questi la accompagn sino a casa: Permette, signorina, che la venga a trovare? Le far il ritratto.
Ma s, carezza, disse Musetta, soltanto che non so dove, perch io non ho pi casa. Verr io da te e ti rammender il vestito.
Ti aspetter come la Madonna.
Allora vedrai che la Madonna verr presto, disse ella ridendo.
Marcello se ne andava e pensava: "Che amore di ragazza! Bene io far altri strappi al mio vestito", e in quella Musetta inaspettatamente lo raggiunse e disse: Siete voi leal cavaliere, Marcello?
Ben lo sono, rispose Marcello. Il mio stemma : Rubens e la mia dama.
Ebbene, o nobile sire, abbiate piet di me. Sono senza casa. Il padrone di casa mi ha portato via la chiave del mio appartamento.
Marcello offr a Musetta il braccio e la ospitalit della sua casa. Musetta cadeva dal sonno, e tuttavia ebbe la forza di dire a Marcello: Ricordatevi la vostra promessa.
Dolce creatura, disse Marcello quasi commosso: dormite in pace e sicura. Io me ne vado.
Perch? Mi fido di voi. Rimanete nella camera.
 che io non mi fido di me. Io ho ventidue anni, e voi venti. Non vorrei mancare al giuramento di cavaliere che mi avete domandato.
Cos se ne and, e tornando al mattino recava un vasetto di fiori. Trov Musetta che si era buttata vestita sul letto, e dormiva tuttavia.
Si dest e tendendo la mano a Marcello: Che bravo ragazzo!, disse.
Voi volete dire: che sciocco!
Ma perch? Non dite cos, e datemi piuttosto quel vasetto di fiori.
Per voi l'ho comperato, e in pagamento dell'ospitalit che vi ho dato cantatemi una delle vostre dolci canzoni. Quando voi sarete partita di qui, le pareti di questa camera conserveranno ancora l'eco della vostra voce e il profumo della vostra persona.
Mi volete mandar via? disse Musetta. E se io non me ne volessi andare? Sentite, Marcello, io ho l'abitudine di parlar franco: voi mi piacete come io piaccio a voi. Rester qui fintanto che questi fiori non saranno appassiti.
Ah, l'avessi saputo, esclam Marcello, avrei comperato dei sempre-verde!
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Da quindici giorni Musetta e Marcello vivevano la pi consolata vita del mondo. Musetta sentiva nel cuore una tenerezza che non aveva provato mai. Marcello aveva paura di essere innamorato sul serio, e poich non sapeva che anche Musetta temeva di essere innamorata, ogni mattina egli guardava quei fiori, perch il patto era questo: si sarebbero lasciati quando i fiori fossero morti. E i fiori non morivano.
Qui sotto c' un mistero.
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Il mistero fu presto scoperto. Una notte Marcello, destandosi, non trov pi Musetta vicino a s. Ogni notte, mentre egli dormiva, ella si levava e andava ad innaffiare i fiori affinch non morissero.
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CAPITOLO 7.
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Il fiume d'oro.
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Se anche dovesse arrivare all'et di Matusalemme, Rodolfo non dimenticher mai il giorno 19 di marzo, festa di san Giuseppe, ore tre dopo mezzod: aveva riscosso da un banchiere cinquecento franchi in moneta vera e avente corso legale.
Egli avrebbe potuto con questo tesoro, che dal cielo era piovuto nelle sue tasche, pagare i suoi debiti. Ma innanzi tutto egli aveva giurato solennemente davanti a se stesso di fare tutti i risparmi possibili ed evitare tutte le spese eccezionali, in secondo luogo aveva fissato questa saggia regola di economia: prima il necessario e poi il superfluo; e perci non pag i debiti, ma comper una bellissima pipa turchesca, da lui invano per molto tempo desiderata. Con la quale in bocca e facendo lietamente sonare in tasca i suoi scudi s che pareva un carillon delle Fiandre, entra da Marcello, il quale da assai tempo gli dava ospitalit perch lui non aveva pi casa.
Marcello era tutto intento a dipingere il suo famoso Passaggio del Mar Rosso, e udendo quel perturbante tintinnio dell'argento, si pens fosse un suo vicino, giocatore di borsa, che passasse in rassegna i suoi laidi guadagni; e ne aveva dispetto perch gli veniva in mente questo reo pensiero: "Non  meglio fare il ladro invece che seguire voi, o divine Muse?".
E Rodolfo lascia cadere uno scudo sul pavimento. Si riscosse Marcello, e leva gli occhi, e vede Rodolfo che stava l monumentale e solenne come un articolo della Revue des deux Mondes.
Da persona bene educata Marcello raccolse lo scudo pellegrino che aveva domandato ospitalit in casa sua, e sapendo che Rodolfo era uscito per cercar denaro nulla gli domand, e riprese il pennello con il quale era allora intento ad affogare i soldati del Faraone nel Mar Rosso.
E Rodolfo senza far motto butta un secondo scudo.
O che diamine, dice l'altro; c' anche il ritornello?
Non aveva finito di raccattare questo secondo scudo, che tutto uno squadrone di scudi fece irruzione nella stanza. Facevano a chi corre di pi, Marcello era impietrito dallo stupore come la moglie di Lot. Ora Rodolfo si smascellava dalle risa. Rovesciava le tasche, pareva Giove quando si tramut in pioggia d'oro per sedurre la bellissima Danae.
Sogno o son desto? esclam Marcello ripetendo la vecchia frase dei melodrammi. Egli camminava sopra un pavimento di scudi d'argento. Come  questo mistero?
Se te lo dico, non  pi un mistero, rispose Rodolfo. Poi raccogliendo gli scudi e disponendoli in belle pile ordinate sul tavolo, con gesto solenne e voce di gran dignit parl cos:
Questo tesoro, o amico, che risplende davanti alle tue stupefatte pupille non  figlio della colpa; non  frutto di una penna venduta. S, io sono ricco; ma la mia ricchezza proviene dal nobil sudore della mia fronte. Una mano generosa ha riconosciuto i miei meriti, ed io ho fatto solenne giuramento di vivere d'ora innanzi come si conviene a persona virtuosa, seria, ordinata. Il lavoro anzi tutto, perch il lavoro  quella cosa che nobilita l'uomo.
S, come il somaro  il pi rispettabile degli animali, gli rispose Marcello.
Non scherzare, amico, te ne prego. Le punte della tua ironia si infrangono contro la corazza adamantina della mia volont. Siedi, e mi ascolta: per prima cosa io dar un addio, e per sempre, alla Bohme; mi metter al lavoro per condurre a termine il mio poema da cui avr perpetua fama fra le genti; poi comprer un rispettabile abito nero col quale entrer nella societ delle persone per bene. Vuoi tu seguirmi per questa via? Se tu lo vuoi, io acconsento a vivere con te, ma ad un patto: che tu accetti il mio programma, di cui il primo articolo  l'economia. L'economia innanzi tutto! Questo denaro ci difende dai miserabili bisogni materiali e ci permette di lavorare per la gloria e per l'avvenire senza pi l'assillante domanda di ogni giorno: "Dove, come e che cosa si mangia oggi?". Ma economia, economia innanzi tutto! L'economia pi rigorosa presieder alla nostra esistenza.
Veramente, rispose Marcello, l'economia sta bene ai ricchi; ma ai poveri a che serve? Ecco perch io e tu ignoriamo persino i primi elementi di questa nobile scienza. Possiamo tuttavia fare una cosa: prelevare su quel denaro sei franchi e comperare le opere dell'insigne economista Gian Battista Say. Ma che vedo? Tu hai fatto gi una spesa voluttuaria; hai comperato una pipa turchesca che vale almeno venticinque franchi.
Sempre per economia, rispose Rodolfo. Io rompevo una pipa di gesso tutti i giorni. Fatti i dbiti conti, la mia pipa turchesca rappresenta non una spesa voluttuaria, come tu dici, ma una saggia economia.
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In quella son mezzogiorno, e Rodolfo pens ad un'altra economia. Il tempo  denaro. Time is money, come dicono gli inglesi. Ci  evidente.
Noi perdiamo il tempo a preparar da mangiare in casa. Mangiamo al ristorante e cos faremo grande risparmio di denaro.
C' un mezzo anche pi bello per fare economia anche di tempo, disse Marcello. Prendiamoci in casa un cuoco che ci faccia anche da servitore: ci terr in ordine la casa, ci pulir i pennelli, ci lustrer le scarpe.
E io ho un'idea anche pi bella, disse Rodolfo, e che pu ridurre l'economia al massimo grado: te ne parler poi a tavola.
Poco dopo erano seduti l'uno di fronte all'altro nel ristorante, e sempre infervorato nel suo argomento dell'economia, Rodolfo disse: E se invece di un cuoco, pigliassimo una bella cuoca? Essa ci servirebbe anche da concubina. Pensa che economia!
Questa, osserv Marcello, sarebbe un'economia che confinerebbe con l'estremo opposto della prodigalit, perch noi due faremmo getto della vita uccidendoci a colpi di coltello per amore della cuoca. Poi, credi, un servitore d una idea di maggior seriet.
Dici bene: troveremo un ragazzo intelligente, e io gli insegner la grammatica e lui mi far anche da copista.
Bravo!, approv Marcello. Impara l'arte e mttila da parte. Ma come va questa faccenda? Quindici franchi il conto dell'oste? Mi pare un po' troppo. Di solito con trenta soldi ce la caviamo.
S, osserv Rodolfo. Ma mangiavamo male, ed eravamo obbligati a mangiare anche la sera; invece cos abbiamo mangiato bene, e ci basta una volta sola. Questa  economia.
Ragioni magnificamente, disse Marcello.
Si lasciarono: Rodolfo disse che andava dal suo caro zio per informarlo delle sue ottime intenzioni di fare economia, e riceverne savi consigli di vita morigerata. Marcello disse che andava dall'antiquario per sentire se avesse vecchi quadri da restaurare. Invece che avvenne? Tutti e due si incontrarono poco dopo in un certo ritrovo che per decoro si tace.
Oh, guarda? Non hai trovato tuo zio?
E tu non hai trovato il tuo antiquario?
Si guardarono in faccia, e morivan dal ridere.
Ritornarono a casa presto da quel ritrovo... ma era il mattino seguente.
Dopo due giorni Rodolfo e Marcello erano tali che nessuno li avrebbe pi riconosciuti: vestiti a nuovo, lucidi, stirati.
Sei tu Marcello?
Sei tu Rodolfo?
Il loro sistema di economia era entrato in vigore ma quanto all'economia,  un altro affare.
Avevano preso un servitore di circa trentacinque anni, svizzero d'origine il cui nome era Battista.
Battista non era nato per essere servo; e se doveva portare un pacco un po' voluminoso: Io, signori, portare questo? domandava indignato, e chiamava un facchino.
Per se gli si dava una lepre, sapeva cuocerla in salm.
Ma la sua specialit era nei liquori, perch avendo da giovane lavorato in una distilleria, cos conservava un grande amore per le bevande spiritose, e molto tempo perdeva nel meditare il segreto di un elixir a base di malli di noce a cui avrebbe consegnato la gloria del suo nome.
Ma dove era inarrivabile era nel fumare i sigari di Marcello, accesi con le poesie di Rodolfo.
Una volta Marcello volle far posare Battista vestito da Faraone per il suo quadro del Mar Rosso. E Battista rifiut.
Un'altra volta Rodolfo lo incaric di andare alla Biblioteca a prendere degli appunti, e Battista rifiut. Perci decisero di licenziare Battista come colpevole se Marcello non aveva potuto finire il suo quadro, e Rodolfo il suo poema. Licenziarlo assolutamente; ma prima bisognava pagarlo.
Disse Rodolfo:
Dammi il denaro per regolare i conti con Battista.
Denaro? Ma non sono io, sei tu che tieni le chiavi della cassa forte, disse Marcello.
Ma no, caro, che sei tu il cassiere. Oh, non sei tu l'amministratore generale?
Io ti assicuro, dice Marcello, che non ho pi il becco di un quattrino.
Cinquecento franchi in otto giorni col sistema della pi feroce economia? Ci sar qualche errore di contabilit. Bisogna verificare il libro delle spese.
S, verifichiamo pure, disse Marcello. Ci sar qualche errore, ma i soldi non ci sono pi.
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Ecco un saggio della contabilit cominciata dai due amici sotto gli auspici della pi rigorosa e santa economia.
Pipa turca, franchi 25; pranzo, franchi 15; poi, subito dopo, sotto il vago titolo di "spese di vario genere", franchi 40.
Enorme!, esclam Rodolfo. Ma dove abbiamo speso una somma cos favolosa?
Non ti ricordi il primo giorno che ci siamo trovati in quel tal luogo, e non siamo ritornati a casa che la mattina dopo?
 vero, rispose Rodolfo. Ma dopo tutto abbiamo risparmiato su la legna per il riscaldamento e sull'illuminazione.
Il libro mastro dei conti portava ancora un altro pranzo fuori di casa, a cui seguivano altri trenta franchi, sempre sotto il titolo vago e perfido di "spese di vario genere".
Come sono cari questi vari generi! Essi allontanano molto dai santi principi dell'economia.
Trovarono anche tre anticipazioni a Battista per il totale di 14 franchi.
Ma perch tutti questi anticipi? domand Marcello.
Per dargli meno dopo, rispose Rodolfo.
Ma anche con tutti questi generi diversi, tirate le somme, non si arriva ai cinquecento franchi. Qualcosa deve avanzare. Invece il cassetto era vuoto. Non c'era che un pezzo di carta. Guardano: era la ricevuta dell'ultimo mese d'affitto.
Oh, come  venuta qui questa ricevuta? disse Rodolfo.
E c' anche tanto di saldato e di firma, osserv Marcello. Hai tu pagato il padrone di casa?
Io? dice Rodolfo. Neppur per sogno. Ti pare che io paghi il padrone di casa?
Questo  un mistero, esclamarono i due amici.
"Come va questo mistero?" si misero a cantare su di un'arietta allora in voga.
Battista che amava la musica si fece da presso; e Marcello gli mise sotto gli occhi quella ricevuta.
Ah, s, signori miei, rispose candidamente Battista. Mi ero dimenticato: stamane, mentre le signorie loro erano fuori di casa,  venuto il padrone di casa a reclamare l'affitto. Il cassetto era aperto, ed io ho preso il denaro per risparmiare a quel signore il disturbo di ritornare una seconda volta. Anzi mi sono detto: i miei padroni hanno lasciato aperto il cassetto appunto perch io paghi il padrone di casa.
Battista, disse Marcello pallido e tremante per la rabbia, da oggi in poi voi siete libero. Restituite la vostra livrea!
Battista si tolse il berretto di tela cerata che costituiva tutta la sua livrea.
Ed ora andatevene.
E il mio mensile?
Sfacciato! E avete il coraggio di domandarlo? Voi avete avuto quattordici franchi di anticipo, tre volte pi di quanto vi era dovuto. Dove avete speso tanto denaro? Avete qualche baldracca da mantenere?
Ah, povero me, fece Battista rendendo il berretto. E adesso dove poser la mia testa?
Riprendete la vostra livrea, rispose Marcello a cui era sbollita la collera, e gli restitu il berretto.
 stato lui che ha divorato tutto il nostro tesoro, disse Rodolfo additando Battista che scendeva le scale. E noi oggi dove pranzeremo?
Te lo sapr dire domani, gli rispose Marcello.
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CAPITOLO 8.
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Quello che costa uno scudo.
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Un sabato sera, quando Rodolfo non s'era messo ancora insieme con Mim, di cui parleremo fra poco, fece conoscenza in trattoria con una gentile donnina che era padrona d'un negozio di biancheria.
Costei, sapendo che lui era redattore del giornale di mode La sciarpa d'Iride, lo stuzzic con tante parolette graziose perch poi lui le facesse reclm nel suo giornale.
Rodolfo aveva risposto con un fuoco di fila di madrigali da far invidia ai pi galanti rimatori del genere.
S, io sono poeta, aveva detto Rodolfo.
E io mi chiamo Laura. Volete essere il mio Francesco Petrarca?
E gli aveva dato appuntamento per il d seguente. "Costei  una ragazza che sa di letteratura, ed  molto gentile, ed ha un guardaroba assai ben fornito. Ella  degna che io la renda felice", cos disse Rodolfo fra s, e le offerse il braccio per accompagnarla a casa.
Ma sto molto lontano, aveva detto lei.
Desidererei che steste a Mosca o alle isole della Sonda per poter pi a lungo essere vostro cavaliere, aveva risposto il giovane inchinandosi con fine galanteria.
E nell'accomiatarsi, le aveva chiesto licenza di baciarle la mano nella localit della sua vezzosa guancia. E senz'altro, la baci in bocca prima che Lauretta potesse opporsi.
"Impertinente!" pens la sartina entrando in casa.
"Caro angioletto!" esclam Rodolfo ebbro di gioia.
S'addorment facendo i pi dolci sogni del mondo. Nei balli, al teatro, a passeggio, teneva sospesa al suo braccio quella dolce Lauretta vestita di seta e d'oro da fare invidia a tutte le donne pi belle. Si dest alle undici, come il slito, e il suo primo pensiero fu per Lauretta.
"Ragazza molto per bene. Certo  stata educata a San Dionigi. Ah, finalmente prover la felicit di avere un'amante di riguardo! Qui si tratta di spendere: ci vuol un paio di guanti; bisogner condurre Lauretta in un ristorante dove vi siano tovaglia e tovaglioli puliti. Andiamo subito a cercar danaro all'amministrazione della Sciarpa d'Iride". Senonch appena fu su la strada, vide passare un omnibus dove era scritto: "Oggi domenica, gran festa dei giochi d'acqua alle fontane di Versaglia". "Maledizione! Oggi  domenica. Gli uffici sono chiusi. Dove vado a pescare uno scudo? Tutti gli scudi sono avviati oggi verso Versaglia. Del resto, chi sa? E se il cassiere del giornale fosse in ufficio?".
C'era infatti un momento fa; ma  partito per Versaglia a vedere le fontane, gli fu risposto.
"Del resto adesso  mezzogiorno, l'appuntamento con Lauretta  per questa sera. Che in cinque ore non riesca a trovare uno scudo?".
Cos pens Rodolfo, e sal le scale di un giornalista che lui chiamava il critico molto influente, e abitava l presso.
"Certo oggi  in casa, diceva Rodolfo salendo le scale; questo  il giorno in cui deve uscire la sua appendice letteraria. Gli domander in prestito cinque franchi".
Guarda chi si vede, disse colui. Arrivate a proposito. Ho bisogno di un piccolo favore da voi.
"Guarda che bella combinazione!" pens Rodolfo.
Eravate ieri sera al teatro dell'Odon?
Non manco mai.
Allora avrete assistito alla nuova commedia?
Se non l'ho vista io, chi pu averla vista?
Ma gi! Dimenticavo che voi siete una delle colonne dell'Odon. Be', potreste farmi il resoconto di questa nuova commedia?
Altroch! Me la ricordo benissimo: ho una memoria feroce come quella di un creditore.
E Rodolfo si mise a scrivere. Dopo un po' aveva finito.
Ecco una relazione con tutti i sacramenti.
S, ma  troppo corta.
Ci mettete delle lineette, e qualche vostro giudizio personale. Cos diventa pi lunga.
Non ho tempo, e poi i miei giudizi sono spicci, e prendono poco posto.
Mettete allora un aggettivo ogni tre parole.
E non potreste voi, caro Rodolfo, aggiungere alla relazione le vostre opinioni personali sull'arte drammatica?
Badate che le mie opinioni le ho stampate una dozzina di volte, le ho urlate dai tetti, le ho proclamate in tutti i caff.
Ebbene che importa? Che cosa v' di nuovo al mondo, eccezion fatta della virt? Piuttosto, dite: quante linee di stampa occupano queste vostre opinioni?
Quaranta linee.
Cspita: voi avete grandi idee. Prestatemi le vostre quaranta linee di grandi idee.
E Rodolfo pens:
"Gli scrivo per venti franchi di opinioni; me ne prester almeno cinque". E si rimette ancora a scrivere. Ecco qua!, dice presentando le cartelle.
Fulmini e tuoni!, esclama il critico molto autorevole. Quaranta linee non bastano. Devo riempire due colonne del giornale. Non avete, caro amico, delle bizzarrie, dei motti, dei paradossi per colmare l'abisso di queste due colonne?
Ecco, dice Rodolfo, di mio non ho niente; ma ne ho una certa provvista da un povero disgraziato mio amico, che me le ha cedute a cinquanta centesimi l'una. Son tutte inedite, nuove di zecca.
Ah, magnificamente.
Adesso ve le trascrivo.
E si mise a scrivere per la terza volta. "Caro amico, pensava, adesso, invece di cinque franchi te ne domando dieci. Non sai che a questi lumi di luna un paradosso fatto bene costa pi di una pernice?"
Il critico molto autorevole lesse e approv le facezie di Rodolfo.
Aspettate: scrivete anche questa: non  una novit, ma bisogna riempire la colonna: "La galera  il solo luogo dove si incontra qualche persona per bene". E adesso siamo a posto. Presto, il manoscritto in tipografia, disse al cameriere.
Mi potreste, caro amico, disse Rodolfo con gran dignit, prestare cinque franchi?
Ma se non ho nemmeno un centesimo? Lolotte mi consuma tutto in profumi. Gli ultimi soldi me li ha portati via per andare a Versaglia.
"Questa Versaglia  la mia maledizione" pensa Rodolfo.
Ma se  lecito, per quale motivo avete bisogno di denaro?
Ecco la mia tragedia! Adesso, alle cinque ho un appuntamento con una dama di gran condizione. Capirete bene che bisogna che io la conduca almeno in omnibus, poi a pranzo, poi al ballo. Io ho bisogno assoluto di cinque franchi. Se io non trovo cinque franchi, la letteratura francese  coperta d'infamia nella mia persona.
E non potreste, osserva il critico molto autorevole, domandare i cinque franchi in prestito a questa dama?
La prima volta?... Via, non  possibile. Qui non c' che voi che mi possiate togliere d'impaccio.
Per tutte le mummie del sacro Egitto, vi giuro che io non ho un soldo da comperare una pipa di gesso o la verginit di qualche cosa. Vi posso dare dei libri. Ecco! Andateli a vendere.
Oggi, domenica? Impossibile. Tutte le bancarelle fanno vacanza. E poi che libri sono? Volumi di poesia col ritratto dell'autore? Roba che non si vende.
A meno che l'autore non abbia ottenuto una condanna in Corte d'assise, osserv il critico molto autorevole. Sentite: io vi do tutto quello che ho. Proprio l'obolo della vedovella. E diede a Rodolfo un fascicolo di romanze per pianoforte; inviti pei concerti; le opere di Bossuet; un gesso che raffigurava il signor Odilon Barrot.
Grazie della buona intenzione, disse Rodolfo prendendo quegli oggetti. Sono tesori, lo vedo, ma sar un miracolo se ne ricaver trenta soldi. Avrei preferito che mi aveste regalato un paio di calzoni.
Dopo molto girare, Rodolfo, con l'eloquenza che sapeva sfoderare nelle grandi occasioni, riusc ad impegnare Bossuet, Barrot, le romanze per pianoforte e i poeti presso la sua stiratrice. Ne ricav due franchi.
"Adesso andiamo dallo zio a trovare il resto".
Come lo zio l'ebbe visto, cap subito dalla fisonomia la ragione di quella visita e cominci a lamentarsi che i tempi son duri, il pane  caro, quelli che devono pagare non pagano, quelli che devono avere non lasciano respirare, che il commercio delle stufe  arenato e altre simili querimonie da buon mercante.
Lo credi tu, nipote mio, che ho dovuto farmi prestar denaro dal mio garzone di bottega per far fronte a una cambiale in scadenza?
Dovevate, caro zio, mandare da me. Ve l'avrei prestato io il denaro. Ho riscosso duecento franchi proprio tre giorni fa.
Grazie del tuo buon cuore, figliuolo; ma so che anche tu hai bisogno del tuo. Ah, gi che sei qui, copiami queste fatture che io devo spedire ai miei clienti. Tu hai un caratterino cos bello...
"Ecco, pens Rodolfo, cinque franchi che costano cari". E si mise a scrivere. Poi disse: Caro zio, so che voi amate molto la musica: io ho qui dei biglietti d'invito per concerti...
Ti ringrazio della tua gentilezza. Vuoi restare a pranzo da me?
Magari, caro zio; ma sono aspettato alle cinque da una duchessa che abita nel sobborgo di San Germano, e non ho tempo nemmeno di andare fino a casa a prendere il denaro, che ho dimenticato, per comperarmi un paio di guanti.
Ti presto i miei.
Non mi vanno bene. Piuttosto se mi prestassi...
Ventinove soldi per comperarne un paio? Ben volentieri, figliuolo. Eccoti i ventinove soldi. Quando si va in societ bisogna essere vestiti bene. Vedo con piacere che tu ti slanci nel gran mondo. Bravo! Ti vorrei dare di pi, ma qui nel cassetto non ci ho altro. Dovrei andar di sopra a prenderli; ma capirai, lasciare la bottega sola, coi clienti che vengono a ogni momento...
Ma se dicevate che il commercio delle stufe va male?
Il caro zio fece proprio orecchi di mercante; e mentre Rodolfo intascava i ventinove soldi:
Non ti dar premura di restituirmeli, disse il buon zio. Me li darai quando potrai.
Brutto pidocchio, esclam fra s Rodolfo andandosene. Mancano ancora trentun soldi per arrivare ad uno scudo. Dove trovarli? Ora che penso, andiamo al trebbio della Provvidenza.
Cos Rodolfo chiamava il centro di Parigi dove  il Palazzo Reale; ed  impossibile star l cinque minuti senza che passi qualche conoscente, specialmente se  un creditore. Si mise di sentinella presso un pilastro del Palazzo Reale. Non tard molto che la Provvidenza gli venne incontro nella persona di un caro giovane. Una Provvidenza molto ben vestita, con un bel pastrano verde, un gran cappello bianco e nelle mani un bastone con un bel pomo dorato. Questo giovane, bench fosse fornito di molti beni della fortuna, era un seguace entusiasta del comunismo falansteriano di Carlo Fourier.
Quanto sono contento di vedervi!, esclam questo bravo giovane scorgendo Rodolfo. Fatemi un po' di compagnia. Scambieremo due chiacchiere insieme.
"S, su le delizie del falansterio" pens Rodolfo.
Ma quando fu sul ponte degli Invalidi, alz gli occhi all'orologio che  sopra l'Istituto, ed esclam: Mio Dio, le quattro e tre quarti. Sono un uomo rovinato.
Che cosa vi succede? fece l'altro con gran meraviglia.
 che per stare attento ai vostri affascinanti discorsi sul comunismo, io ho perduto un appuntamento.
Importante?
Pi di cos? Dovevo riscuotere un certo credito alle cinque precise alle Batignolles. Impossibile arrivare a tempo. Come faccio?
Venite a casa mia, disse il buon falansteriano. Vi presto io quello che vi occorre.
Ma voi state di casa a Montrouge e alle sei io ho un altro affare da sbrigare alla Chausse-d'Antin.
Ho qualche soldo in tasca.
Se avete tanto da prendere una vettura, son salvo. C' caso che arrivi in tempo alle Batignolles.
Ecco tutto quello che ho qui nel borsellino. Trentun soldi.
Grazie, disse Rodolfo. Prese quei soldi e corse all'appuntamento di Lauretta. "Ecco lo scudo preciso preciso" diceva Rodolfo contando il denaro. Questa sera io riabiliter la letteratura, e Lauretta si accorger che un poeta  il gentiluomo pi perfetto se appena ha un po' di denaro da spendere".
Lauretta lo aspettava all'appuntamento, precisa come un cronometro.
Fu una serata deliziosa e lo scudo venne fuso tutto quanto nel crogiolo della prodigalit. Lauretta era incantata di tante gentilezze, e non s'accorse che Rodolfo non la conduceva a casa sua se non quando entr nella camera di lui.
Faccio male, diceva la cara fanciulla, ma spero che non me ne farete pentire con quella ingratitudine che  una specialit di voialtri uomini.
Ah dama, esclam Rodolfo, io sono il pi fedele degli amanti. I miei amici lo sanno tanto bene che mi chiamano il generale Bertrand dell'amore. (Fedelissimo generale di Napoleone).
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CAPITOLO 9.
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Le violette del polo nord.
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Quando Rodolfo era invaghito della sua cuginetta Angiolina, il termometro segnava in Parigi dodici gradi sotto zero.
Questa Angiolina era la figliuola del fabbricatore di stufe, e aveva diciotto anni. Da piccina aveva intessuto con Rodolfo, bambino anche lui, un piccolo idillio alla Paolo e Verginia come avviene spesso fra cuginetti. Poi Angiolina aveva lasciato Parigi ed era andata a stare in Borgogna presso una sua zia, e vi era rimasta cinque anni.
Questa zia era ricca e pinzocchera e aveva detto alla bimba: "Quando morir lascier tutto a te, a patto che tu sia brava e buona, e timorata di Dio e dei santi".
Che cosa era avvenuto? Che Angiolina era ritornata bens a Parigi che era una bella e fiorente fanciulla, ma il suo sangue era diventato acqua benedetta e il suo cuoricino, a furia di Agnus Dei, di prediche e di giaculatorie, si era ridotto alla funzione pura e semplice di una piccola pompa.
Rodolfo ebbe un bel ricordarle il passato amore, ebbe un bel da fare a mettere in vibrazione il suo cuore; ma non ne fu nulla. Angiolina era gelata con Rodolfo come la temperatura che allora era in Parigi. Ora avvenne che Angiolina si doveva recare alle nozze di una sua amica, e Rodolfo le disse: Vi regaler un mazzetto di viole.
S, grazie, rispose Angiolina, ma voglio violette bianche.
Rodolfo fu tutto felice, and da una fioraia, vide in vetrina viole bianche, e domand quanto costassero. Un mazzettino piccino piccino costava dieci franchi.
"E dove lo vado io a pescare questo tesoro? E mancano otto giorni! Non importa! Angiolina vuole violette bianche, e le avr".
Queste cose avvenivano al tempo che Rodolfo faceva la sua vigilia d'armi presso il tempio della sacra Poesia, e godeva della munificenza di quindici franchi mensili, da parte di un tale, che dopo aver fatto anche lui per lungo tempo il poeta in Parigi, si era ritirato in provincia a fare il maestro di scuola.
Questi quindici franchi gli andavano via nei primi tre o quattro giorni, e il resto del mese lo viveva con le briciole che cadevano dalle mani della Divina Provvidenza. Non perci Rodolfo era meno felice. Le Muse a cui aveva giurato eterna fede lo nutrivano di canzoni, di sogni e di rugiade.
Egli allora abitava una stanza grande con quattro finestre, in cima ad uno dei pi alti palazzi di Parigi, che la leggenda diceva vi avesse abitato quel frate Giuseppe, che fu poi chiamato l'Eminenza Grigia: il terribile consigliere segreto del cardinale di Richelieu.
Comunque sia, quella stanza era piacevole come una veranda al tempo d'estate, ma d'inverno era una Siberia. Da un enorme camino invece di salir su le fiamme, scendeva il vento aquilonare con tutti i suoi fratelli e giocavano ai quattro cantoni.
Quella sera che Rodolfo aveva promesso ad Angiolina le violette bianche, il vento aveva spezzato una delle vetriate. Rodolfo aveva riparato alla breccia con un ritratto di un suo amico, e si era coricato vestito sotto il materasso, sognando violette bianche.
Passarono cinque giorni e i dieci franchi per comperare le violette non c'erano ancora, anzi la temperatura essendo discesa anche di pi, le violette, probabilmente, sarebbero aumentate di prezzo.
Ed ecco come la Provvidenza gli stese la mano e lo aiut a comperar le violette.
Era andato da Marcello per vedere se avesse qualcosa da dargli da mangiare; e c'era l una vecchierella vestita di nero: era una vedova che voleva dal pittore Marcello un quadro con su dipinta una mano maschile, e la scritta: "Moglie mia adorata, io ti aspetto!".
Questo quadro doveva essere messo sopra la tomba, e: Cosa costa un quadro cos? E badi bene, che se mi fa spendere poco, quando io morir ordiner nel mio testamento un'altra mano, la mia, col braccialetto d'oro e l'iscrizione: "Eccomi, amor mio!".
Allora faremo un prezzo di favore, aveva risposto Marcello, sempre nella speranza che lei abbia da far presto la seconda commissione.
Ah, mi dimenticavo una cosa, aggiunse la buona donna andandosene: mi dica lei, starebbe bene su la tomba una bella poesia dove sono raccontate tutte le virt di mio marito?
Oh, una cosa molto distinta!
S, ma quanto costa? Io vorrei spender poco, e lo scrivano pubblico che sta sotto la mia casa, mi ha domandato l'osso del collo per fabbricare questa poesia.
E Rodolfo ammiccava a Marcello.
La fortuna, signora,  venuta in suo aiuto, disse Marcello. Ecco qui questo mio amico, che pu servirla in questa sua dolorosa emergenza. Gran poeta! Meglio di cos ella non potrebbe trovare.
Ma sa fare poesia funeraria?
 la sua specialit.
E conosce bene la grammatica?
Perbacco! La sa tutta a memoria. Ha sempre avuto il primo premio nelle scuole tanto sapeva bene la grammatica.
La vecchierella esitava perch non era sicura che i versi sarebbero stati funerari abbastanza come voleva lei.
Oh, signora! Che dice ella mai!, esclam Marcello. Tutta la vita di questo infelice giovane qui presente  stata una tragedia. Nessuno  pi melanconico di lui. Non vede che aria da funerale che ha? Questo  il solo rimprovero che gli fanno i giornali: grande poeta, le dico, ma troppo melanconico.
I giornali parlano di lui? esclam la vecchierella. Allora  anche pi bravo dello scrivano pubblico.
Si convenne per dieci franchi. La vedova spieg minutamente tutte le virt di suo marito, e poi concluse:
Dieci franchi, ma badi bene a patto che io sia contenta, e presto.
Domattina tutto  pronto. O fedele Artemisia , esclam poi che la buona donna se ne fu andata, io scriver per la tomba del tuo Mausolo i versi pi lugubri che furono mai scritti; e in ricompensa della tua generosit, possa Iddio farti campare un secolo, come la grappa, quella buona.
Non posso ammettere l'augurio, disse Marcello; perch se vive un secolo, io ci perdo la seconda commissione.
Scusa, hai ragione. Non ci pensavo pi. Disperdi, o Cielo, la mia preghiera. Ho proprio avuto una bella fortuna a venire da te.
Ma gi, che cosa volevi da me?
Prima di tutto, da mangiare; poi gi che devo lavorare questa notte a far l'epitaffio, dammi una candela, un po' di tabacco da metter nella pipa, e la tua pelle d'orso bianco.
Vai al ballo in maschera?
No, ma a casa mia si muore intirizziti come l'esercito di Napoleone quando si ritir dalla Russia. Io possiedo abiti tutti quanti primaverili che andrebbero bene per vivere sotto l'equatore, ma assolutamente inadatti per le regioni polari.
Prendi la mia pelle di capra. Starai caldo come una ciambella nel forno.
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Mangiato che ebbero, Rodolfo usc con la pelle di capra indosso.
Vuoi andare per Parigi cos?
E chi se ne frega? D'altronde oggi  il primo giorno di carnevale; mi prenderanno per una maschera.
Il portinaio si prese una grande paura nel vederlo passare, e quando fu lass, a casa sua, mise un paralume di carta attorno alla candela affinch i venti coi loro scherzi non la spegnessero. E cominci a scrivere. Stava calduccio, ma il freddo gli mordeva le dita, e lasci cadere la penna.
Impossibile scrivere, esclam avvilito. Cesare pot passare il Rubicone, ma non avrebbe mai passato la Beresina.
Ad un tratto mand un grido di gioia e si lev da sedere con tanta furia che l'inchiostro si rovesci sul candore della pelle di capra. Una splendida idea!
Rodolfo lev di sotto il letto una montagna di carta: erano le copie del suo famoso dramma Il Vendicatore. In due anni aveva fatto e rifatto il suo capolavoro una dozzina di volte. Circa sette chilogrammi di dramma tragico!
Conserv l'ultima copia e le altre butt nel camino.
"Lo sapevo bene, diceva alle sue carte che si tramutavano in fiamme, che col tempo e con la pazienza avreste servito anche voi a qualche cosa!".
Ad uno ad uno i cinque atti della tragedia furono rappresentati sul focolare con molto stupore dei venti che videro il fumo salire dal camino.
Il vento di tramontana disse agli altri venti: "Fratelli miei, facciamo un bello scherzo a questo poeta: mandiamogli tutto il fumo dentro la camera".
"Guardate per, osserv lo sciroccale, che il signor Arago il grande astronomo, sta alla finestra del suo osservatorio. Non vedete che ci minaccia con la mano? Ehi l, signori venti, dice, cosa fate? Il mio almanacco segna tempo tranquillo. Non bisogna essere in contravvenzione con l'Almanacco del signor Arago, altrimenti lui ci mette in multa".
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Fu cos che Rodolfo pot sgranchirsi le mani rattrappite e scrivere l'epitaffio in bellissimi versi dove erano descritte tutte le virt del defunto marito, come voleva la buona vedova.
E fu cos che la cuginetta Angiolina pot in quella sera stessa, al ballo di nozze, far pompa delle preziose violette bianche, le quali attrassero l'ammirazione universale.
L'amor proprio di Angiolina ne fu molto soddisfatto e avrebbe anche pensato con riconoscenza a Rodolfo, se non ci fosse stato il suo ballerino, un bel biondino con due baffetti impertinenti, che sono uncini a cui amore attacca il coricino delle fanciulle ancora innocenti.
Mi dia, signorina, disse quel giovincello, la prego, quel suo mazzolino di viole.
Angiolina aveva detto: no, no!, Ma poi aveva finito col dimenticarle sopra un sof le povere viole, e il bel giovane tutto felice era corso e le aveva prese. Adesso non gliele restituisco pi, signorina.
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Nella stanza di Rodolfo il termometro segnava quattro gradi sotto zero.
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CAPITOLO 10.
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Il promontorio delle Tempeste.
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Il primo e il quindici del mese sono giorni terribili. Non  l'Amore dalle rosee dita che apre il cielo; ma sono creditori, padroni di casa, padroni di bottega, uscieri, notai e simile gena coi loro libelli, citazioni, liste lunghe come la fame, da saldare.
Rodolfo chiamava questi giorni: i promontor delle Tempeste.
Era il 15 aprile, una mattina, e Rodolfo assai dolcemente dormiva. Sognava che uno zio d'America gli faceva magnifico dono del Per, con tutte le sue miniere d'oro, e tutte le pi belle donne del Per. Ed ecco uno scricchiolio dell'uscio lo dest. Si leva sul letto e vede un uomo in montura con il cappello militare in testa. Sbuffava per la fatica delle scale e il passo era molto pesante. Un gendarme forse, o gran Dio?
Ma una borsa di cuoio ben gonfia, che l'uomo portava a tracolla, lo persuase che non si trattava d'un gendarme, ma probabilmente era il messo dello zio d'America che gli portava un acconto sui tesori del Per.
Va bene, dice Rodolfo. Posate pur l; e se volete una ricevuta, c' l penna e calamaio. Favoritemeli.
E colui, invece, gli sciorina sotto gli occhi una striscetta di carta filogranata, piena di cifre e di geroglifici.
Spavento! Era un effetto cambiario che scadeva proprio in quel 15 aprile, e quello l era un fattorino di Banca.
Centocinquanta franchi! Il mio sarto! Gi: avevo ordinata una redingote. Eccola l: quella  la causa, questo  l'effetto. La causa  ormai bell'e sciupata e l'effetto, e guardava la cambiale, fresco come una rosa novella. Ma come? Oggi  il 15 aprile? Impossibile! In aprile vi sono le fragole, ed io non ho ancora mangiate fragole.
Signore mio, disse il fattorino seccato, Lei ha tempo sino alle quattro per pagare.
Per vostra norma, disse Rodolfo con gran dignit, per un gentiluomo non esiste limite di tempo.
E colui se ne and.
"Briccone! Porta via anche la borsa!". E Rodolfo si addorment di nuovo, e sogn che il direttore del Teatro francese veniva da lui umilmente col cappello in mano a pregarlo perch gli scrivesse un dramma per il suo teatro. "S, ma io domando un acconto". E l'altro, tutto felice, gli apriva il portafogli, quando ecco entr un secondo personaggio del 15 aprile.
Era il signor Benoit, padrone di casa, calzolaio e usciere insieme, dei suoi inquilini. Quella mattina l'egregio uomo puzzava, lontano un miglio, di acquavite e di ricevute da saldare.
Oh guarda! Non  il direttore del Teatro! Gi se fosse, avrebbe la cravatta bianca. Buon giorno, signor Benoit; quale felice occasione mi procura l'onore di una sua visita?
Oggi  il 15 aprile.
Oh, come fugge veloce il tempo. Fugit irreparabile tempus! Lei, signor Benoit, mi fa ricordare che bisogna che io ordini al mio sarto un paio di calzoni primaverili di nankin. (Nota: cotonina giallo-chiara, importata da Nanchino, in Cina. Fine Nota). Non pu credere quanto io le sia riconoscente di questo tacito avvertimento.
 che c' un conticino di centosettantadue franchi e io ho premura, disse il signor Benoit.
Io non ne ho affatto. Ma perch si  incomodato, signor Benoit? Poteva aspettare, cos il conticino diventava un bel conto grosso.
Ed  cos appunto che lei, signor mio, ribatt il padron di casa,  andato sempre avanti senza mai pagare.
E allora paghiamo, signor Benoit. Pagare oggi o pagare domani, per me  lo stesso. Meglio oggi che domani, vero, signor Benoit? La vita e la morte sono nelle mani del Signore.
Un grazioso sorriso illumin tutte le rughe del volto del signor Benoit.
Dunque dicevamo?
Tre mesi d'affitto, a venticinque franchi il mese, fanno settantacinque franchi.
E poi?
Tre paia di scarpe, a venti franchi il paio...
Un momento, un momento, caro signore! Qui scompare il padrone di casa e compare il calzolaio. I conti sono conti, e non ci vogliono confusioni. Io voglio due conti separati...
Ebbene: ecco qui il conto delle scarpe, sessanta franchi; pi ventisette franchi che le ho dato in prestito.
Alto l, signor Benoit! Lei mi fa ancora delle confusioni. Adesso scompare il calzolaio e compare l'amico. Vediamo il conto dell'amico. Lei dunque calcola l'amicizia per me sino a...
Ventisette franchi...
Un amico, un vero amico che  un tesoro, come dice il proverbio, lei lo ha per ventisette franchi. Un'inezia. E tutto sommato?
Centosettantadue franchi.
Che bella cosa la somma!, esclam Rodolfo. Facciamo una cosa, caro signor Benoit, adesso che abbiamo regolati i nostri conti, io sono cos sicuro di lei come lei  sicuro di me. Il mese venturo io le dir: Caro signor Benoit, mi mandi il conto. Intanto in un mese la sua amicizia per me aumenta ancora. Non  cos? E allora, o io posso ottenere la dilazione di un altro mese; oppure siccome lei  per me l'amico, il calzolaio, e il padron di casa, cos l'amico pu dire al calzolaio ed al padron di casa: "Abbiate un po' di pazienza, lasciatelo respirare quel caro, quel povero Rodolfo". Pensi che fortuna essere come lei, diviso in tre persone come la Santissima Trinit.
Mentre cos Rodolfo parlava, il signor Benoit si faceva di tutti i colori per la bile.
Lei si piglia gioco di me? Intanto lei se ne vada da questa casa, e se questa sera non ho il mio denaro, so io quello che mi resta da fare.
Il denaro? Domando io forse il denaro a lei? Pagher quando ne avr. E se anche avessi denaro, oggi non pago perch oggi  venerd. Pagare di venerd lei sa benissimo che mena gramo.
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Se i mobili non fossero stati suoi, il signor Benoit li avrebbe fracassati tanto era il suo furore. Se ne and via bestemmiando.
"Qui non ci si pu pi stare, disse Rodolfo vestendosi in fretta. L'esercito alleato dei creditori avanza sempre di pi in ordine compatto. Andr da Schaunard; gli domander da mangiare e per di pi cento franchi".
Schaunard abitava a Montmartre, quindi c'era da attraversare tutta Parigi: viaggio pericoloso in quanto le strade sono in questo giorno selciate di creditori. Ma vi passano anche i fattorini di Banca e gli esattori. "Chi sa mai che qualche biglietto da mille non caschi per terra? Io lo raccoglier come san Vincenzo de Paoli raccoglieva i bimbi abbandonati".
Fu per questa dolce speranza che Rodolfo non segu la via dei bastioni fuori di porta, ma attravers il centro di Parigi con gli occhi fissi a terra. Non trov che uno spillo.
Arriv infine da Schaunard.
Mi dai da colazione?
Se arrivavi un quarto d'ora prima c'era anche qualche cosa per te...  venuta Eufemia, e ha mangiato tutto.
Allora prestami cento franchi. Te li restituisco luned.
Schaunard lo guard con immenso stupore:
Anche tu, Rodolfo, mi domandi denaro? Tu pure ti unisci ai miei mortali nemici? Non sai che oggi  il 15 del mese? Per non darti alla disperazione. Tu puoi incontrare prima di sera la Provvidenza. Sai bene che se non  mezzogiorno lei non esce di casa, la dormigliona!
La Provvidenza, esclam Rodolfo, adesso che  aprile, non ha tempo per pensare a noi. Ha da badare a tutti i suoi uccelletti.
E and da Marcello.
Lo trov meditabondo davanti al suo passaggio del Mar Rosso.
Mi sembri un po' mortificato, disse Rodolfo.
Gi,  da quindici giorni che sono entrato nella mortificazione della Quaresima. Vigilia nera! Aringhe e ravanelli.
Conosco benissimo, disse Rodolfo. Puoi prestarmi cento franchi?
Cento franchi? Sei matto? E chi ha questa cifra fantastica? Hai preso forse l'asc, o canapa indiana, amico?
Magari!  che non ho preso niente.
E Rodolfo lasci Marcello in riva al suo Mar Rosso.
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Gir tutto il giorno, buss da tutti i suoi amici: da per tutto si sentiva l'influsso maligno del 15 del mese. L'ora del pranzo si avvicinava, ma il pranzo, ohim, non si avvicinava all'ora del pranzo.
Rodolfo aveva la sensazione di essere un naufrago abbandonato sopra una zattera.
Ma attraversando il Ponte Nuovo, "Il 15 aprile, esclam. Ma io ho un invito a pranzo per oggi!".
Frug nelle tasche e vi trov questo biglietto:  Barriera della villetta. Sala da pranzo per 300 persone. Banchetto commemorativo della nascita del Messia dell'Umanit. 15 aprile 184... Non si ha diritto che a mezza bottiglia di vino. "Io non condivido le opinioni del Messia dell'Umanit, pens Rodolfo, ma condivido volentieri il suo banchetto".
La sala era immensa, la folla pi immensa ancora.
Agli occhi di Rodolfo apparve la deliziosa visione di una distesa di tavole e di piatti enormi di vitello con patate e carote.
Si cominciava a servire, ed ecco entra nella sala un commissario di polizia seguito dalle guardie. Il banchetto  proibito. Ordine a tutti di uscire.
"Il fato politico si mangia il mio pranzo", disse Rodolfo.
Ritorn triste e avvilito a casa. Erano le undici di notte.
Il signor Benoit era l che aspettava:
Si ricorda il discorso di questa mattina? Ha o non ha soldi da pagare?
Aspetto un vaglia questa notte. Pagher domattina.
E and a prendere la chiave di casa e il lume, ma non trov nulla.
Come va questa faccenda?
Va, risponde il signor Benoit, che la sua camera  stata affittata. Mi dispiace; ma lei pu cercare altrove.
Per un'anima grande come quella di Rodolfo che cos' una notte all'albergo della luna? In caso di cattivo tempo poteva andare a dormire al teatro dell'Odon, la quale avventura gli era accaduta altre volte.
Reclamo le mie valigie, per!
(Le sue valigie consistevano in un pacco di carta scritta).
Mi guarder bene dal conservare questi suoi tesori, disse il signor Benoit. Venga su con me e prenda la sua roba, se per il nuovo inquilino non  gi a letto.
Il nuovo inquilino era una fanciulla, chiamata Mim; con la quale Rodolfo aveva intessuto nel tempo passato il primo atto di un delicato idillio d'amore.
Si riconobbero e si salutarono.
Sentite come piove, disse piano Rodolfo a Mim.
E Mim disse al padrone di casa: Chi le ha dato il permesso di entrare in casa mia? Io aspettavo appunto questo signore.
Il padron di casa fece una brutta smorfia e se ne and.
E Mim preparava qualcosa da mangiare, quando mezzanotte suon.
Adorabile Mim, disse Rodolfo, ecco che il 15 del mese  passato. La nave della mia vita ha varcato anche questa volta il capo delle tempeste.
E strinse la fanciulla fra le sue braccia, e le impresse un bacio sul collo: Lo sapevo, Mim, disse dolcemente, che voi avevate il genio dell'ospitalit.
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CAPITOLO 11.
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Un caff della Bohme.
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Qui si racconta come e qualmente Carlo Barbamosca, letterato e filosofo platonico, nella ancor giovane et di ventiquattro anni, entr a formar parte della nobile compagnia della Bohme.
A quei tempi Gustavo Colline, l'illustre filosofo, Marcello il sommo pittore, Schaunard il divino musicista, e Rodolfo il grande poeta (cos si chiamavano fra loro) frequentavano il Caff Momus; e poich erano sempre insieme, li chiamavano i quattro Moschettieri.
Il loro accordo era ammirabile, anche nel non pagare il conto.
La saletta dove essi si radunavano era abbastanza grande, ma avevan finito col trovarsi soli perch se qualche avventore vi capitava, doveva fuggir via e lasciare a mezzo il caff e la lettura del giornale tanta era la tempesta delle discussioni e dei paradossi su l'arte, su la politica, sul sentimento.
Il cameriere che li serviva si era imbecillito, ed era nel fiore della giovinezza!
Le cose giunsero al punto che Momus, il proprietario del caff, perdette la pazienza e una bella sera si present ai quattro illustri seguaci delle muse e fece le sue rimostranze cos:
"Punto primo:
Il signor Rodolfo viene tutte le mattine a far colazione e prende per s tutti i giornali appena arrivano, cos che gli altri avventori non possono essere illuminati su la pubblica opinione intorno alle questioni pi importanti del giorno.
Il detto signor Rodolfo a furia di domandare il giornale Il Castoro, ha obbligato il proprietario del caff ad abbonarsi a questo giornale, in quanto che tutti gli altri avventori, incuriositi, volevano Il Castoro.
Ora questo giornale non  che un periodico mensile, organo della federazione dei cappellai e non ha altro merito che di contenere un articolo filosofico del signor Colline. Il quale signor Colline, e questo  il punto secondo, unitamente al suo amico Rodolfo, per riposare la loro mente dalle alte fatiche intellettuali, non fanno altro che giocare a tric-trac, dalle dieci del mattino a mezzanotte; e siccome non esiste che una sola tavola di tric-trac, cos gli altri avventori sono privati dei loro diritti di giocare a tric-trac.
Punto terzo:
Il signor Marcello, dimenticando che un caff  luogo pubblico, ha spinto la sua impudenza sino a trasportarvi il suo cavalletto da pittore. Ma c' di peggio: vi fa spogliare i suoi modelli, maschi e femmine, con grave scandalo della pubblica morale.
Item: punto quarto: il signor Schaunard per fare come fa il signor Marcello, ha intenzione di trasportare nel caff il suo pianoforte per eseguirvi dei cori ricavati dalla sua sinfonia L'influsso dell'azzurro sopra le arti.
Ma c' anche di pi: detto signor Schaunard non ha avuto scrupolo di valersi del trasparente luminoso del caff per farsi della reclam con un avviso di questo genere: si dnno lezioni gratuite ad ambo i sessi tanto di musica vocale, quanto di musica istrumentale. Rivolgersi al banco per informazioni. Cos che il banco  diventato il ritrovo di persone laidamente vestite che domandano: si passa di qui per andare a queste lezioni gratuite? Ma non basta ancora: il signor Schaunard d appuntamento, qui nel caff, ad una dama chiamata Eufemia Teinturire, la quale si permette di entrare nel locale senza cuffia in testa.
Punto quinto:
Questi signori, oltre a non consumare niente, con la scusa che il caff non  vero moca ma cicoria, si fanno il caff da per loro mediante una macchinetta a spirito, e si portano da fuori il cartoccio dello zucchero; e tutto ci con grave discredito del buon nome del locale.
Punto sesto:
Il cameriere, corrotto dagli empi discorsi di questi signori, e non ricordandosi pi della sua condizione di cameriere, si  permessa la spudoratezza di indirizzare alla signora padrona del caff una poesia contenente l'apoteosi dell'adulterio e il disprezzo della maternit. Lo stile orgiastico di questa poesia rivela che essa fu scritta sotto l'ispirazione nefasta e deleteria del signor Rodolfo e della sua letteratura.
Tutto ci visto e considerato, il signor Colline e compagni sono pregati di scegliere altro luogo per i loro trattenimenti rivoluzionari."
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A questo messaggio rispose Colline, che era l'oratore ufficiale della compagnia, e dimostr che le cose erano pienamente il contrario di quanto sonava l'atto d'accusa.
Pensi quale onore, signor Momus! La sua modesta bottega di caff elevata all'onore di faro delle idee, di centro intellettuale di Francia!
Capisco, disse Momus, ma voi non date commercio. Consumate cos poco...
Questa temperanza, replic Colline, lungi dall'essere deplorata,  un argomento in lode dei nostri virtuosi costumi. Del resto la cosa dipende da lei, signor proprietario; ci apra una partita di crdito, e lei vedr che spese noi faremo!
Noi, disse Marcello, le forniremo gratis il libretto del conto corrente.
A questa proposta Momus, il caffettiere, fece finta di non capire, e domand ragione delle indegne lettere in versi che il cameriere, per suggerimento di Rodolfo, si era permesso di indirizzare alla sua signora.
L'ho fatto, rispose vivacemente Rodolfo, per documentare che quella non  una donna, ma un'inespugnabile fortezza della virt, anzi la stessa fedelt coniugale in forma di donna.
Infatti, rispose Momus con un sorriso di compiacimento, la mia signora  stata educata nel nobile convento di San Dionigi.
In breve si venne ad un concordato, che fu cos: prima di tutto chiusura assoluta di credito; poi la signorina Eufemia Teinturire si sarebbe messa la cuffietta in testa tutte le volte che veniva al caff; la nobile compagnia smetter di fare il caff per conto proprio; il giornale il Castoro sar dato gratis; il tavolino del tric-trac rester a disposizione degli altri avventori.
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Le cose procedettero bene per alcuni giorni, finch venne la vigilia di Natale e i quattro amici entrarono nel caff Momus accompagnati dalle loro amiche.
C'era Musetta, c'era Mim, l'adorabile Mim dalla voce squillante come il cembalo, c'era Eufemia con la sua cuffietta in testa.
La dama di Colline non c'era perch lei rimaneva sempre a casa a mettere virgole e puntini sui manoscritti del suo amico.
Fu ordinato il caff, il quale fu accompagnato da un corteo di bicchierini. Poi fu ordinato il ponce. Non abituato a simili magnificenze, il cameriere si fece ripetere l'ordinazione. Venne il ponce in bei bicchieri a calice, e la signorina Eufemia, non abituata a questi lussi, era estasiata di bere il ponce in bei bicchieri a calice. Marcello guardava la graziosa cuffietta di Musetta. Troppo bella, troppo elegante! Dove, come l'hai comperata?
Mim e Rodolfo, ancora in piena luna di miele, tubavano e si baciavano come due tortorelle. Quanto a Colline andava dall'una all'altra dama sciorinando con voce soave e con le labbra strette a cuore tutte le galanterie e i madrigali che si trovavano nell' "Almanacco delle Muse".
E c'era l un caro giovane che li osservava. Da pi che mezzo mese era l che non si moveva dal caff; e i suoi occhi erano fissi per vedere i diportamenti dei quattro amici e le sue orecchie erano intente per udirne i colloqui. Pareva estasiato.
Aveva una catena e un orologio d'oro; e una volta per pagare la sua bibita scambi una moneta d'oro.
Marcello se ne accorse, e senz'altro diede allo sconosciuto il soprannome di Capitalista.
Schaunard dunque gir quel suo sguardo di lince all'intorno, vide i bicchieri del ponce vuoti, e disse: Oggi  la vigilia di Natale e tutti noi siamo buoni cristiani. Bisogna far festa.
Hai ragione, disse Marcello: ordiniamo qualcosa di eccezionale, di meraviglioso. Colline, ti prego: chiama il cameriere.
Colline tir il campanello furiosamente.
Il cameriere venne, e Colline inchinando le dame disse:
Vogliono comandare?
Io, disse Musetta, facendo schioccare la lingua, non rifiuterei dello sciampagna.
Sei tu pazza? disse Marcello.
E se anche lo fossi? Lo sciampagna aiuta a diventar pazzi.
Io, disse Mim avvolgendo Rodolfo nella malia del suo sguardo, preferirei una dolce coppa di vino di Beaune.
Ma tu perdi la testa, disse Rodolfo.
No, non l'ho persa. La voglio perdere con te.
Un brivido corse per le midolle del giovane, e non fe' motto.
Ed io, disse Eufemia rimbalzando per la gioia sull'elastico del divano, voglio quel liquore stomatico che si chiama Il perfetto amore. Mi sento un po' languida.
Schaunard grugn non so quali sarcastici motti sul languore della sua dama.
Ebbene, esclam Marcello, facciamo almeno per una volta un bel conto di centomila franchi di consumazioni.
Tanto pi, aggiunse Rodolfo, che il padrone si lamenta che noi non spendiamo abbastanza.
E Colline gravemente disse:
Noi dobbiamo alle nostre dame la pi assoluta ubbidienza come si conviene a cavalieri perfetti. L'amore vive di devozione; il vino  il sugo del piacere; il piacere  dovere della giovent; la donna  un fiore e langue se su di essa non cade la rugiada dell'amore. Perci, o cameriere, porta di che innaffiare queste dame.
Il cameriere accorse, e udendo parlare di sciampagna e di liquori di gran marca, si stava un poco interdetto, quando Mim disse:
Io ho un piccolo buco nello stomaco, e per chiuderlo mi andrebbe bene un po' di prosciutto.
Anch'io ho qualche buco, disse Musetta, e per chiuderli, invece del prosciutto, preferirei delle sardine col burro.
Per i miei buchi, disse Eufemia, ci vogliono ravanelli con molta carne di contorno.
Ragazze mie, disse Marcello, allora dite che volete cenare.
Ebbene, o cameriere, ordin Colline, allestisci le cene.
A tale ordine, sbalordito, il cameriere si ritrasse senza far motto e and ad avvertire il padrone. Questi accorse: I signori, per quel che ho capito, sono in vena di scherzare...
Noi intendiamo celebrare qui da lei la sacra cena di Natale, e perci ella si compiaccia servire quanto le  stato ordinato.
Cos parl Colline, la cui parola filosofica, grave insieme e soave, produceva un certo effetto su la anima caffettiera del proprietario.
Nulla rispose, e usc a ritroso in grande impaccio facendo dei nodi con il mantile che avea tra mani.
And al banco, e si consult con la sua signora. Non per nulla costei aveva avuto un'educazione raffinata nel convento di San Dionigi, e ricordava che le arti e le lettere qualcosa pur valevano nel mondo, e perci diede voto favorevole perch la cena fosse servita.
"E poi chi mi dice che almeno una volta all'anno quei signori non abbiano qualche soldo in tasca?"
Cos pens Momus il caffettiere, et his fretus, dispose che la cena venisse servita. Ci fatto si mise a giocare una partita a picchetto con un vecchio avventore. Fatale imprudenza!
Dalle dieci a mezzanotte Musetta non fece altro che ordinare pietanze; Mim si era ubriacata bevendo nel bicchiere di ognuno.
Schaunard beveva che pareva avesse una spugna in gola; Colline mandava fuoco dagli occhi spiritati e pizzicava le gambe della tavola credendo di pizzicare le cosce di Eufemia. Solo Marcello e Rodolfo erano ancora saldi in su la sella della realt e vedevano con terrore avvicinarsi la catastrofe del dramma quando il cameriere avesse portato il conto.
Lo sconosciuto, quegli che solitario si stava sempre senza perdere un motto o un gesto della bizzarra compagnia, sorrideva d'un suo riso impercettibile: ma pi che su le labbra, il riso era nel cuore.
Ed ecco arriv il conto: venticinque franchi e centesimi settantacinque.
Disse Marcello: Tiriamo a sorte chi andr a parlamentare con Momus.
Tocc a Schaunard: ma se questi era musico illustre viceversa era cattivo diplomatico. Per colmo di sventura Momus aveva perduto tre partite a picchetto, l'una dopo l'altra, ed era perci di pessimo umore. Alle prime parole di Schaunard and su tutte le furie. Schaunard rispose per le rime con insolenze anche maggiori. Il diverbio divent feroce al punto che Momus entr nella saletta del simposio intimando:
O pagare, o non si esce di qui.
Parl Colline con la sua dolce persuasiva parola, ma fu come gettar l'olio sul fuoco.
Momus stese la sua mano profana sul pastrano color nocciola di Colline e su le pellicce delle signore.
Una battaglia di male parole si ingaggi fra Momus e i moschettieri delle Muse.
Le dame pur conversavano, fiorettando di amori, di piume, di nastri.
Allora lo sconosciuto si lev lentamente, si avvicin a Momus e parl piano al suo orecchio.
Si figuri, disse Momus. Per conto mio non ho nessuna difficolt.
E colui avanz verso Rodolfo e Marcello, si scopr il capo, inchin le dame e con delicate parole e con voce resa timida dall'emozione, parl cos:
Scusino, i miei signori, la libert che mi prendo; il vero  che da assai tempo ardevo dal desiderio di fare la loro conoscenza, ma non si  mai presentata l'occasione propizia. Si presenta adesso. Ne posso approfittare?
Ma certo, ma certo, disse Colline che indovin subito dove lo sconosciuto sarebbe andato a parare.
Marcello e Rodolfo si limitarono ad un lieve assenso del capo, ma la suscettibilit di Schaunard poco manc non mandasse tutto per aria.
Noi, signore, disse con alterezza, non abbiamo l'onore di conoscere lei; n lei conosce noi. Mi vuole regalare forse una pipa di tabacco? Del resto se i miei amici dicono di s, io non far opposizione.
Signori, disse il giovane, io mi chiamo Carlo Barbamosca; anch'io sono come voi un seguace delle Muse. Sentendo i vostri bei discorsi, mi sono innamorato di voi, e nulla pi ardentemente desidero che di essere dei vostri. Momus  una vera bestia; ma io l'ho placata con due parole. Io oso sperare che voi mi vogliate accogliere come amico, e non rifiuterete il piccolo favore che mi son preso licenza per voi.
Ah, impossibile, signore, esclam Schaunard. Noi non possiamo permettere che lei approfitti del momentaneo malore in cui si trovano le nostre borse, se non ad un patto: lei ha pagato il conto per noi; ebbene, io la sfido ad una partita a bigliardo per la somma che lei ha pagato. Per di pi le regalo dei punti.
Il giovane accett, e fu tanto delicato da perdere la partita.
L'onore  salvo!, esclam Schaunard.
C' di pi, disse Colline, possiamo domandargli da cena un'altra volta.
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E salutarono quell'amabile giovane dandogli appuntamento per il d seguente.
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CAPITOLO 12.
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Come fu ammesso un nuovo socio nella Bohme.
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Carlo Barbamosca quella notte si accompagn con Colline. Era Colline quello fra i quattro fedeli d'Amore per cui Barbamosca provava maggior simpatia. Colline era Socrate, e Barbamosca ne doveva diventare Platone, il fidato discepolo.
E cos andando, Barbamosca disse a Colline vedendo un caff ancora aperto:
Posso offrirle qualche cosa?
Colline non soltanto rifiut, ma affrett il passo e cal su gli occhi il feltro del suo cappellaccio.
Perch, signor mio, non vuole entrare in quel caff? domand quel caro giovane di Barbamosca.
Perch al banco c' una padrona che si occupa con troppo entusiasmo di questioni aritmetiche. Io dovrei discutere lungamente con lei, e perci da mezzogiorno a mezzanotte cerco di non passare mai per questa strada.
Avrei avuto tanto piacere di offrirle un ponce, e cos stare ancora un altro poco a parlare con lei. Ma non c' pi presso qualche altro luogo dove possiamo entrare senza che lei debba aver noie per questioni di aritmetica?
Colline medit alquanto, e poi disse:
C' qui vicino una piccola bttola.
Barbamosca guard e parve esitare:
Ma  poi un luogo decente?
Ai modi compassati, alle parole misurate e discrete, alla bella catena con l'orologio d'oro, Colline aveva preso il suo nuovo compagno per un addetto a qualche ambasciata, e perci disse:
Non abbia timore di essere riconosciuto. A quest'ora il corpo diplomatico  tutto a dormire.
Allora Barbamosca si decise a varcare la soglia di quella osteria, ma avrebbe voluto avere almeno un naso finto per non essere riconosciuto. Comunque, domand uno stanzino a parte e mise un tovagliolo contro la vetriata. Prese queste precauzioni, gli parve di essere pi tranquillo. Il calore e il liquore del ponce sciolsero la sua riservatezza; si anim, parl di s e poi fece capire che sarebbe stato tanto contento di poter entrare a far parte della nobile compagnia della bohme.
Non potrebbe lei aiutarmi in questa mia aspirazione?
Io posso, caro signore, rispose Colline, sostenere la sua domanda; posso anche assicurarle il mio voto; ma non posso garantire nulla del voto dei miei amici.
Ma perch non mi dovrebbero accettare?
A tale domanda Colline pos il bicchiere che stava portando alle labbra, assunse un fare assai grave e domand:
Lei  un cultore delle belle arti?
Ogni mio studio  nel fecondare modestamente, secondo le mie forze, i nobili campi della intelligenza.
Piacque la ornata risposta a Colline, e domand:
Conosce lei la musica?
Ho suonato il contrabasso.
Istrumento grave e filosofico. Ora se lei conosce la musica, sa benissimo che in un quartetto non si pu introdurre un quinto sonatore senza ledere le leggi dell'armonia; perch in tale caso non  pi un quartetto ma un quintetto. E cos se alla Santissima Trinit lei aggiunge una quarta persona, ecco che la Trinit muta aspetto; e da triangolo diventa un quadrato. E allora, addio religione!
Veramente capisco poco dove lei vuole arrivare, rispose l'onesto giovane un po' smarrito fra queste strane comparazioni.
Adesso le faccio capire subito, disse Colline. Cerchi di seguire il mio ragionamento. Conosce lei l'astronomia?
Ho il diploma di baccelliere in belle lettere.
Benissimo! Allora lei non ignora che i punti cardinali sono quattro. Supponga che venisse fuori un quinto punto cardinale, addio armonia del creato. Le pare?
S, capisco, ma che vuole lei concludere?
Oh bravo! Lei mi domanda la conclusione che  appunto la fine di ogni ragionamento, come la morte  il termine estremo della vita, come il matrimonio  la tomba dell'amore. Ebbene, caro e stimato signore, noi quattro siamo abituati a vivere insieme e, ragionevolmente, temiamo che un quinto personaggio abbia a guastare quell'armonia di gusti, di vita e di opinioni che regna fra noi. Noi rappresentiamo i quattro punti cardinali dell'arte moderna, e glielo dico chiaro e tondo: ci seccherebbe di veder nascere un quinto punto cardinale.
Ma quando si  in quattro, si pu anche essere in cinque, os dire Barbamosca.
S, ma non si  pi in quattro, perch si  in cinque.
Piccolezze.
Piccolezze le chiama lei? Nulla vi  di piccolo nel mondo: i ruscelletti formano i fiumi, le sillabe formano i versi, le montagne sono formate da granellini di sabbia.
Cos che lei crede che quei signori non mi vorranno nella loro compagnia?
Ho forti dubbi in proposito. Ad ogni modo, tanto per sapere: quale  il genere di cultura da lei preferito nel nobile campo dell'intelligenza?
La filosofia ed i classici. Il virtuoso Telemaco di Fnelon fu la mia prima ispirazione.
Ottimo libro e molto morale che si trova su tutte le bancherelle. Io ne ho comperata una copia per cinque soldi e sono disposto a privarmene per fargliene dono.
L'alta filosofia e la letteratura sana e morale sono il mio ideale. L'arte per me  una religione, disse Barbamosca animandosi.
Bravo, bravo, rispose Colline. C' anche una canzoncina in proposito:
S,  un sacerdozio l'arte
 e noi siam sacerdoti.
Mi pare che sia nell'operetta Roberto il Diavolo.
E perci, continu Barbamosca con pi passione che mai, essendo l'arte la pi sublime funzione dell'uomo, cos gli scrittori devono procurare...
Gi, ma mi pare che sia un poco tardi, disse Colline sentendo da un campanile vicino battere le ore piccole. Oggi  diventato domani, e a casa c' una persona cara che m'aspetta, e le avevo promesso di ritornare presto. Era proprio oggi il suo giorno, disse poi fra s.
Infatti  ora di tornare a casa, disse Barbamosca.
Lei sta molto lontano di qui? domand Colline.
Sto in via Sant'Onorato al numero 10.
Colline si ricord che l c'era un magnifico palazzo.
Ebbene, disse accommiatandosi, io parler ai miei amici e far di tutto per sostenere la sua ammissione nella nostra societ. Ah, mi dimenticavo un consiglio: procuri di essere molto cavaliere con le signorine Mim, Musetta ed Eufemia. Questa  la via migliore per arrivare al cuore dei miei amici.
Il d seguente Colline capit nel dolce convento dei suoi fedeli d'amore, i quali con le loro dame si abbandonavano alle delizie di una colazione di carciofi ben conditi col pepe.
Qui si sta sempre allegri a banchetto, disse Colline. Sta a vedere se pu durare sempre cos. Basta: io sono qui come ambasciatore del felice mortale che ci pag la cena ieri notte al caff.
Forse che vuol essere rimborsato? domand Marcello.
Oh, mi pare impossibile, disse Mim. Aveva l'aria di persona tanto per bene.
Non  per questo, disse Colline.  che quel bravo giovane vuole esser della nostra compagnia.
I tre amici levarono il viso a tali parole, e si guardarono fra loro.
Quale  la condizione sociale del tuo raccomandato? domand Rodolfo.
Io non ho raccomandati, rispose Colline. Ieri sera ci siamo accompagnati insieme; egli fu verso di me molto gentile, e di belle parole e di eccellenti liquori. Credete voi forse che io mi sia venduto?
Se non ti sei venduto, non hai fatto altro che il tuo dovere, sentenzi Schaunard.
Dacci un'idea dell'uomo, disse Marcello.
Animo nobile, costumi severi al punto da aver riguardo ad entrare in una bettola; baccelliere in belle lettere, candido come l'ostia santa, suona il contrabasso, e ha l'abitudine di cambiare spesso pezzi da cinque franchi.
E a che cosa aspira? domand Schaunard.
A un ideale sublime: essere nostro amico.
Per sfruttarci, forse; per farsi vedere anche lui insieme con noi sul nostro carro trionfale, disse Marcello.
E di quale fra le grandi arti liberali egli  seguace? domand Rodolfo.
Letteratura congiunta a filosofia, rispose Colline. L'arte  per lui una religione. Il virtuoso Telemaco  l'esemplare della sua vita. (Nota. Si cita il romanzo, Le avventure di Telemaco, il libro d'oro per i figli dei re scritto dall'abate Fnelon. Fine Nota.)
E il suo stato sociale? domand Rodolfo. Di che vive? dove vive? come si chiama?
Carlo Barbamosca si chiama.  di onorata famiglia, vive di rendita,  professore di ogni scienza, abita in un superbo palazzo in via sant'Onorato.
Domando la parola, esclam allora Marcello. Per me la cosa  troppo evidente: Colline ha venduto la sua anima per una serie di bicchierini che colui ha pagato. Taci, parlerai dopo, disse a Colline che si era levato in piedi in atto di protesta. Colline, anima venale, tu ci presenti questo sconosciuto sotto un aspetto troppo bello perch corrisponda al vero. Io ho gi intuito i fini obliqui di questo messere; egli si  detto fra s: ecco quattro eroi lanciati verso l'avvenire, io mi imbarco con loro e arrivo senza fatica al porto della gloria.
Egregiamente detto, sentenzi Schaunard; per qui non vi sono pi carciofi.
Edizione esaurita, disse Rodolfo.
E non potrebbe anche darsi, continu Marcello, che questo signore di cui Colline si  fatto patrono e avvocato, voglia sotto il folgorante mantello dell'arte introdursi nel sacrario del nostro focolare domestico per insidiare quale vile fellone alle virt delle nostre dame?
E riguard Mim, Musetta ed Eufemia.
Protesto, grid Rodolfo, contro la figura retorica usata da Marcello: l'arte non ha mantello.  nuda.
Il mio ufficio, disse Colline,  qui di semplice referendario, e nulla pi. L'insinuazione maligna del nostro caro amico Marcello non ha altro fondamento che la gelosia che lo divora. Questo grande pittore, voi lo vedete,  impazzito d'amore, e ne  prova la stolta figura retorica che egli ha introdotto nella sua orazione e che cos finemente venne rilevata da Rodolfo.
E tu, Colline, sei un idiota, grid Marcello facendo con un pugno su la tavola sobbalzare piatti e bicchieri. Colline  incompetente in materia d'amore. Nel suo petto non c' un cuore ma un libraccio qualsiasi, come nelle sue tasche.
Fu gran tumulto, e sghignazzar di risa dal naso di Schaunard.
Signori, disse Colline appena fu fatto un po' di silenzio; e le parole gli fluivano solenni e persuasive per le pieghe commosse della sua cravatta bianca. signori, io con un solo motto far scomparire i vani sospetti concepiti da Marcello sul conto dell'ottimo Carlo Barbamosca.
Prvati se sei capace.
Cos come faccio adesso, e spense con un soffio il solfanello con cui aveva accesa la pipa.
Sentiamo, sentiamo, dissero ad una voce le donne incuriosite, e Schaunard e Rodolfo.
Ebbene, o signori, continu Colline, ancorch assalito in questo nobile consesso da accuse di venalit e di simonia, tuttavia forte dell'usbergo del sentirmi puro non mi difender. La mia lealt, la mia moralit, la mia probit sono superiori ad ogni sospetto.
E col pugno si percosse la pancia.
La commozione era grande in tutti.
E Colline continu:
Ma quello che non posso tacere  quando si dubita della mia saviezza come colui che per stoltizia introduce un serpente tentatore nel dolce nido della vostra felicit sentimentale. Io non dir che questa accusa costituisca un oltraggio contro la ben provata virt di queste nobili damigelle, ma dir che costituisce un'offesa al loro buon gusto. Carlo Barbamosca  bruttissimo.
Niente affatto:  carino!, fa la signorina Eufemia.
Schaunard, sotto la tavola, le applica un calcio.
E Colline continu:
Ed ecco l'argomento che incenerisce i sospetti che Marcello suscit in voi, amici miei: Carlo Barbamosca  un amante platonico.
Che cosa vuol dire? domand Eufemia.
Vuol dire che  malato, spieg Mim.  la malattia di quegli uomini che non hanno il coraggio di abbracciare una donna. Di amanti cos fatti ne ho avuto uno, e l'ho sbrigato in un'ora.
Ma v' gente cos imbecille? domand la signorina Musetta.
Hai ragione, amor mio, disse Marcello: la filosofia platonica  in amore quello che  l'acqua nel vino. Beviamo, amor mio, il vino schietto e puro!
Evviva la giovinezza!, disse gaiamente Musetta.
Questa dichiarazione di Colline provoc una reazione in favore di Carlo Barbamosca; e Colline ne approfitt continuando cos:
Ora io non trovo ragione alcuna per dar voto contrario a questo caro giovane che fu tanto gentile con noi. E quanto all'accusa di leggerezza che voi mi fate, io la considero come una offesa personale alla mia dignit. Io ho agito con la prudenza del serpente; e se un voto unanime non mi conferma questa mia bella virt, io do le mie dimissioni.
Ne fai una questione di gabinetto? domand Marcello.
Certamente.
I tre amici si consultarono fra loro, e di comune accordo deliberarono di restituire a Colline quella stima nella sua prudenza, alla quale virt egli tanto teneva.
Marcello esitava ancora quanto a dar voto favorevole al nuovo candidato; e perci propose questo emendamento:
"Considerando che l'introduzione di un nuovo socio nella nobile compagnia della bohme pu essere materia di disunione e litigi, cos si stabilisce quanto segue: ciascuno dei quattro amici rimarr per un giorno intero in compagnia del nominato Carlo Barbamosca allo scopo di studiarne inclinazioni, ingegno, e anche la sua guardaroba.
Fatto questo, essi si raduneranno ancora per deliberare se accettare o respingere il nuovo socio.
Non basta: in caso di accettazione, si propone un mese di noviziato nel quale tempo il candidato non potr prendersi alcuna confidenza con gli altri soci: non dar loro del tu, non prenderli a braccetto.
Trascorso questo tempo, e venuto il giorno dell'ammissione solenne, sar dato uno splendido banchetto a spese, si intende, del candidato. La somma da erogarsi per il festino non dovr essere inferiore a dodici franchi."
Questo emendamento fu approvato alla maggioranza di tre voti, in quanto Colline diede voto contrario, ritenendo la cosa lesiva alla sua saviezza e prudenza.
La sera stessa Colline si rec per tempo al caff a dare la buona notizia a Carlo Barbamosca. Ed ecco appare Barbamosca con tre bei mazzi di rose.
Oh, che vuol fare lei di questo maggio fiorito? domand Colline con gran meraviglia.
Non mi ha detto lei che dovevo cercare di ingraziarmi le dame? Per questo ho comprato queste rose che sono assai belle.
S, mi piace. Il valore di quindici soldi.
In dicembre come siamo? Lei vorr dire quindici franchi.
Tre scudi per questo effimero dono di Flora? Ma lei  pazzo. Tanto pi che bisogner buttare queste rose dalla finestra.
Che dice ella mai?
Cos : lei, caro Barbamosca,  puro come un bambino al fonte battesimale, e le sue intenzioni sono immacolate; eppure...
E raccont la gran discussione fra lui e Marcello.
La prima cosa da farsi per dissipare la gelosia di Marcello  di evitare ogni galanteria con le dame, e perci via subito queste rose!
E senz'altro prese le rose e le nascose in un bugigattolo.
E non basta: i miei amici intendono eseguire una regolare inchiesta sul conto di lei: costumi, vita, carattere, abitudini. Aspetta, caro, che per facilitarti l'impresa ti far la prosopopea di ciascuno dei tre.
E a brevi motti schizz il ritratto di Schaunard, di Rodolfo e di Marcello.
E i tre arrivarono con le tre dame.
Rodolfo fu gentile, Schaunard si dimostr espansivo, Marcello sostenuto e freddo.
Carlo Barbamosca fece di tutto per essere lieto e affettuoso con loro, riservatissimo con le signore.
Nell'accomiatarsi, quando fu sera, Barbamosca invit Rodolfo a pranzo a casa sua per il d seguente, e il poeta accett.
"Cos, disse fra s, cominceremo la inchiesta sul nostro uomo".
Quando fu il d seguente, Rodolfo si rec da Barbamosca che lo fece passare per un appartamento molto signorile prima di arrivare alla sua stanza. Questa stanza meravigli molto Rodolfo, ch, pur essendo di giorno, tutte le finestre erano chiuse, le tende abbassate, ed era illuminata dalla luce di due doppieri.
E perch mai cos? domand Rodolfo.
Lo studio, rispose il virtuoso giovane,  figlio del silenzio e del mistero.
Si sedettero e si misero a conversare.
Dopo un'ora di conversazione, Barbamosca con molta abilit e bei giri di parole seppe condurre il discorso a questo, che Rodolfo si compiacesse di ascoltare un piccolo componimento, frutto delle lunghe sue veglie.
Con molto piacere, rispose Rodolfo che cap d'essere stato preso in trappola. "Pazienza, ma cos vedremo come scrive costui".
Barbamosca non se lo fece dire due volte. Gir a chiave la serratura della porta, e ritorn con un piccolo manoscritto.
"Per fortuna  una cosa breve" disse Rodolfo fra s sbirciando il manoscritto.
Tutto qui, vero? domand.
Ah, no! Questo non  che il catalogo delle mie opere inedite. Cerco quale  meglio che io le legga. Ah, ecco qui, il numero 14; un romanzo: Don Lopez ovvero la fatalit, terzo palchetto a sinistra. E ci detto, apr un armadio dove Rodolfo vide con terrore tutta una serie di manoscritti. Barbamosca ne prese uno e ritorn con esso a sedersi presso Rodolfo.
Erano quattro quaderni, in folio, grandi come una piazza d'armi.
Versi? domand Rodolfo.
No, prosa.
"Meno male, disse Rodolfo fra s, ma che terribile titolo: Don Lopez!..".
Barbamosca cos diede principio alla lettura:
Era una fredda notte d'inverno, e due cavalieri ravvolti nei loro mantelli, valicavano lentamente a cavallo delle loro mule gli aspri deserti della tragica Sierra Morena.
Tutto il racconto era su questo tuono romantico, e Rodolfo sentiva un vago sudor freddo imperlargli la fronte.
"Adesso come faccio a liberarmi? Le finestre sono chiuse, e poi? Fossero anche aperte, come faccio io a buttarmi gi che siamo al quarto piano? Adesso capisco perch lui ha chiuso tutte le finestre".
Che le pare del primo capitolo? domand infine Barbamosca. Non abbia alcun riguardo; mi dica proprio quel che ne pensa.
Rodolfo si riscosse, e ricordando non so quali enfatici monologhi in istile filosofico dove l'eroe del romanzo invocava la morte, rispose cos:
Bellissima la figura del suo Don Lopez; splendido il paesaggio: la mula, poi, un capolavoro. Quanto ai pensieri, io ci sento tutta l'anima romantica di Gian Giacomo Rousseau trapiantata nel paesaggio spagnolo del nostro caro Lesage (Nota. Ren Lesage, autore del grande romanzo picaresco Gil Blas de Santillane). Permetta soltanto che le faccia una osservazione: lei mette troppe virgole e abusa di troppi allora al principio dei periodi.
Barbamosca, tutto lusingato del giudizio, prese il secondo capitolo del suo Don Lopez, quando Rodolfo disse:
Io ho conosciuto un Don Lopez a Bajona, che era commerciante di cioccolata e di sigari. Era forse un parente del suo eroe? No? Allora vada pure avanti, caro amico.
E Barbamosca declam tutto il secondo capitolo.
Scusi, domand Rodolfo, non si sente lei la gola un po' secca?
Affatto. Adesso al terzo capitolo comincia la patetica storia della giovane Agnese.
Sono molto curioso di sentirla. Per se lei fosse stanco...
Ma Barbamosca aveva gi attaccato il terzo capitolo. Mentre costui leggeva, Rodolfo lo andava esaminando, e avendo osservato in lui il collo un po' corto e il colorito acceso del volto, pensava fra s: "Forse gli pu capitare un colpo apoplettico, ed io sono salvo".
Ma non ne fu nulla, e Barbamosca entr trionfalmente nella lettura del capitolo quarto, quando riguardando Rodolfo lo vide con la testa protesa e l'orecchio intento, come persona che sta in ascolto di suoni lontani.
Che c'? domand Barbamosca.
Mi pareva di aver udito la campana a martello. Ci dev'essere un qualche incendio. Vogliamo andare a vedere?
Ma io non ho inteso nessun rumore...
Allora mi sar ingannato io. Vada pure avanti. Sapesse come  interessante la storia del suo... Don Alvaro... Un vero cavaliere, prode e fedele.
E Barbamosca tutto felice, si di a declamare con patetica voce questa dichiarazione d'amore: "O Agnese, sia tu angelo o demonio, io ti adoro, e ti seguir nel paradiso e nell'inferno".
In quel momento fu bussato alla porta.
Era il portinaio che portava una lettera.
Quanto mi dispiace!, disse Barbamosca dopo aver letto in fretta la lettera. Bisogna che io esca. Rimetteremo il resto della lettura ad un altro giorno.
"Oh, lettera spedita dal cielo, disse Rodolfo tra s, tu porti il bollo della Divina Provvidenza".
...
.
...
Quando fu la sera, gli amici domandarono a Rodolfo:
, Be', sei rimasto soddisfatto di Barbamosca?
S, ma caro mi costa: mi son dovuto sorbire tutta la lettura d'un suo romanzo dove gli eroi si chiamano Don Lopez e Don Alvaro e le loro amanti si chiamano angeli e demoni.
Spavento!, dissero tutti.
Ma a parte il romanzo, disse Rodolfo, si tratta di un bravo figliuolo. Oh, domani tocca a te, Schaunard. Anzi sei invitato a colazione. Soltanto sta attento all'armadio di manoscritti.  molto pericoloso.
Schaunard and, e fece la sua inchiesta con la minuziosit severa di un usciere che viene per un sequestro, e quando fu sera, rifer agli amici le sue osservazioni, con speciale riguardo ai vestiti ed ai mobili di Barbamosca:
Questo ragazzo, disse,  foderato di ottime qualit; conosce il nome dei vini pi squisiti e mi ha offerta una colazione quasi pi delicata di quelle di mia zia, nel giorno del suo onomastico. Mi sembra inoltre in relazioni molto eccellenti con i migliori sarti e calzolai di Parigi, ed essendo egli a un di presso della nostra statura, ci potrebbe essere molto utile. Quanto alla sua morale, essa  meno rigida di quanto assicura Colline: l'ho condotto dove mi  piaciuto, e lui non ha detto di no. Domani tocca a Marcello.
Ora Barbamosca, che sapeva come Marcello era il pi restio ad accoglierlo nella nobile societ della bohme, si mostr con lui pieno di riguardi.
Era Barbamosca precettore di un nobile giovanetto, e aveva la sua stanza appunto nel palazzo di suoi signori.
Signor Marcello, disse dunque Barbamosca, io procurer di farle fare il ritratto del mio allievo, dei suoi genitori, e di tutti i suoi parenti.
Fu per tal modo che cadde ogni prevenzione di Marcello verso Barbamosca.
Ecco Barbamosca con sua grande letizia accolto in quella compagnia, ma ad un patto, disse Colline: lei possiede troppe, ah troppe abitudini borghesi e filistee, di cui bisogna assolutamente correggersi.
Far quel che potr, rispose quel caro giovane.
Cos cominci il noviziato di Barbamosca, il quale nella dimestichezza dei quattro amici ebbe pi volte a meravigliarsi dei loro strabilianti costumi, e le sue convinzioni platoniche ne subirono una scossa assai forte.
Un giorno Colline gli disse:
Il noviziato  finito, non rimane che il solenne banchetto, l'agape fraterna. Stabilisca lei il giorno e il luogo.
Mi pare cosa molto semplice, rispose Barbamosca. I genitori del signorino, affidato alle mie cure, sono presentemente in villa. Io pregher il mio allievo di permettermi di far l'invito in palazzo. Ci troveremo pi a nostro agio, soltanto che bisogner invitare anche il signorino.
La cosa  un po' delicata, osserv Colline; ma gli far bene, cos noi gli apriremo tutti gli orizzonti dell'arte e della poesia.
Or dunque Barbamosca parl al suo allievo e gli disse come egli era stato accolto in una delle pi illustri Accademie di Francia, e che per celebrare questa solennit, egli intendeva offrire un banchetto a questi illustri accademici.
Io non potrei ritornare a casa che ad ora assai tarda, perci ho pensato col di lei acconsentimento di offrire il banchetto qui nel palazzo. Lei, naturalmente, sar dei nostri, e cos avr occasione di conoscere artisti e poeti fra i pi famosi di Francia.
Gente che ha stampato libri? domand il giovanetto.
Altroch stampato! Uno di essi  redattore in capo della Sciarpa d'Iride, giornale di moda a cui  abbonata persino madama la contessa sua madre. Oh, gente di gran distinzione, come le loro signore.
Vi saranno anche delle signore? domand il giovanetto.
S, e molto carine.
Caro professore, esclam il giovanetto, che piacere lei mi fa! S, s, faremo la festa qui. Io far accendere tutti i doppieri del salone e portar via le fodere ai sof e alle poltrone.
La cosa fu annunciata al Caff Momus, e furono invitate anche le dame.
Badate bene, ragazze, dissero i poeti alle loro dame, che questa volta si va a pranzo in salotti autentici della vera aristocrazia: dunque toletta da sera, elegante ma semplice.
Bast questo perch tutti nel quartiere sapessero che Mim, Eufemia e Musetta dovevano andare ad un gran ricevimento nella pi alta societ.
Senonch al mattino del giorno stabilito per il banchetto, Barbamosca si vide con suo grande stupore capitare in casa i quattro amici.
Cos' successo? Non potete pi venire stasera?
Possiamo e anche non possiamo, disse Colline. Si tratta di questo: noi siamo gente molto alla buona, come lei ha potuto vedere; ma quando siamo tra noi. Quando invece siamo davanti agli estranei, ci teniamo moltissimo alla nostra dignit.
Barbamosca non capiva dove la mossa andava a parare. E Colline continu: Lei capisce benissimo che noi non possiamo presentarci davanti al contino che ci apre le sue sale dorate, in cappotto e in giacchetta. Ci favorisca, dunque, per questa sera i suoi vestiti neri.
Ma io non ho quattro vestiti neri.
Ci dia tutto quello che ha, e poi non ci pensi: ci accomoderemo noi.
E allora facciano pure, disse Barbamosca, aprendo gli armadi della sua guardaroba.
Ma questo, disse Schaunard,  tutto un emporio di eleganza. Tre cappelli! E come si fa ad avere tre cappelli quando si ha una testa sola?
E le scarpe? esclam Rodolfo. Ma questo  un reggimento di scarpe.
In un battibaleno tutta la guardaroba di Barbamosca fu spogliata, e andandosene gli dicevano: Questa sera le nostre dame saranno uno splendore!
Capisco, rispose Barbamosca; ma come le ricever io che non m'avete lasciato niente? Non mi restano che le pantofole e la veste da camera.
Ma lei, caro,  il padrone di casa, e pu ricevere anche in pantofole e in veste da camera. La dispensiamo dall'abito nero anche in nome delle dame.
...
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...
Alle sei un pranzo eccellente era servito nella sala da pranzo del palazzo.
Gli amici arrivarono in gran festa con le loro dame; soltanto Marcello era di malumore e zoppicava un po'.
Il signorino si fece con gran cortesia incontro alle dame, e le condusse a sedere a tavola nel posto d'onore. Mim aveva una toletta fantastica, Musetta era deliziosamente provocante, quanto ad Eufemia, ella era cos sgargiante che assomigliava ad una vetriata a colori. Faceva complimenti col signorino, non aveva coraggio di mettersi a tavola.
Il pranzo dur quasi due ore fra la pi grande allegria.
Il signorino cercava col suo piede il piedino di Mim, che gli sedeva da presso; e calcava forte. Eufemia domandava sempre al cameriere un secondo servito. Schaunard era in cimbali, Rodolfo improvvisava versi e nel segnare il tempo coi bicchieri, ne ruppe pi d'uno per effetto di troppo entusiasmo. Colline conversava con Marcello, il cui pessimo umore era tutt'altro che dissipato.
Be', cos'hai?
Ho che queste scarpe mi fanno male: Barbamosca non ha piedi da uomo, ma da signorina.
Sta' tranquillo. Ci penser io: gli dir che d'ora innanzi si faccia fare le scarpe pi larghe. Ma andiamo di l nella sala dove sono serviti caff e liquori.
La festa riprese con pi ardore di prima.
Schaunard si mise al piano e suon con uno slancio magnifico la sua ultima sinfonia: La morte di una vergine. Suon poi la marcia funebre: L'Avanzata del creditore. Fu costretto a ripeterla tre volte, e ruppe due corde al piano.
Marcello aveva per sempre il volto tragico.
Barbamosca affettuosamente and a domandargli perch.
Perch, signor mio, disse Marcello, fra me e lei esiste una disparit fisica troppo forte, che  indizio di una forte disparit morale.
Non capisco.
Lei capir subito, e mostrandogli il piede, le sue scarpe, aggiunse, sono troppo strette per me, e ci vuol dire che anche moralmente io e lei siamo molto diversi. A parte questo, la sua festa mi  piaciuta.
All'una dopo mezzanotte i quattro amici ritornarono alle case loro, ma camminando un po' a zig-zag per le vie.
Quanto a Barbamosca, si sent poco bene nei d seguenti e fece discorsi molto stravaganti al suo allievo.
Questi se ne sarebbe meravigliato assai, ma non se ne accorse perch pensava sempre agli occhi azzurri di Mim.
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CAPITOLO 13.
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Il focolare domestico.
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Queste cose che ora dir avvennero qualche tempo dopo che Rodolfo si era messo insieme con Mim. Da otto giorni Rodolfo era irreperibile. I suoi amici stavano forte in pensiero. Lo cercarono dovunque egli era slito andare, e tutti rispondevano: "Da otto giorni non lo si vede pi".
Ma il pi preoccupato di tutti era Colline. Perch Colline aveva consegnato all'amico uno scritto di alta filosofia da inserire nel giornale di Rodolfo, il Castoro. Il suo articolo era s o no stato pubblicato? E se era stato pubblicato, quale giudizio ne aveva fatto la critica mondiale?
Il povero Colline aveva speso sei franchi di ingresso in tutti i gabinetti di lettura di Parigi per trovare questo famoso giornale il Castoro, e non l'aveva trovato!
Disperato, giur a se stesso di scoprire Rodolfo, scoprirlo ad ogni costo, e vi riusc. Infatti si present davanti alla sua porta che erano le sei del mattino.
Rodolfo abitava in quei giorni in un appartamentino ammobiliato al quinto piano di una casa solitaria in una viuzza del sobborgo di San Germano; ed era il quinto piano perch mancava il sesto.
Buss, e nessuno rispose. Torn a bussare tanto che il portinaio venne su per vedere che cosa era quel fracasso.
E si bussa alle porte a quest'ora? La gente dorme.
Appunto perch dorme, io la voglio svegliare, rispose Colline. E torn a bussare ancora.
Si vede allora che non vogliono rispondere, e cos dicendo quel brav'uomo posava l sul pianerottolo un paio di scarpe di vernice e un paio di stivaletti da donna, che egli aveva ben lucidati.
Un momento!, esclam Colline. Un paio di scarpe di vernice, e per di pi anche nuove? E delle scarpette da donna? No, non  qui che sta Rodolfo.
Sta proprio qui.
Allora  lei, egregio portinaio, che si  sbagliato nel portare le scarpe. Queste scarpe verniciate di chi sono?
Del signor Rodolfo.
E anche queste scarpette sono del signor Rodolfo?
No, ma sono della sua signora.
Ah, il vizioso, il sibarita! Ecco perch non vuole aprire.
Che meraviglia? disse il portinaio.  giovane,  libero il signor Rodolfo, e pu ben fare quello che fa. Mi dica, signore, il suo nome e io lo riferir al signor Rodolfo.
Non importa, rispose Colline. Verr io pi tardi.
E corse ad annunciare la gran nuova agli amici.
Caro Colline, gli dissero gli amici, le scarpe nuove di vernice sono un prodotto della tua fantasia; e che egli abbia messo su casa con una donna  inverosimile.
...
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...
Ma non era niente affatto inverosimile, perch gli amici ricevettero la sera stessa una lettera che diceva cos:
"Rodolfo e la sua signora, letterati di professione, pregano gli amici di venire a pranzo a casa loro domani a sera alle cinque precise.
Poscritto: Si avverte che vi saranno piatti e bicchieri".
Allora  vero che ha messo su casa, disse Marcello, se ci invita a pranzo. Il poscritto assicura che egli possiede anche l'occorrente per la tavola. Ci mi pare un volo pindarico da quel poeta che egli . Ad ogni modo, prima di credere, bisogner vedere coi nostri occhi.
Il d seguente, all'ora fissata, i tre amici si recarono da Rodolfo. Avevano molta fame, come un buon cristiano in fin di quaresima. Trovarono Rodolfo che giocava con un gatto rosso, mentre una giovane donna preparava la tavola.
Amici miei, disse Rodolfo, lasciate che io vi presenti la padrona di casa.
Era Mim.
Oh, Mim, esclam Colline, siete voi? Oh, fresco giglio delle convalli! Splendida come la rosa di Gerico.
Schaunard come vide che la tavola era apparecchiata veramente, volle anche andare a vedere quello che c'era in cucina, e scoperchiando una pentola, vide un'aragosta che bolliva. Molta fu la sua commozione.
E il mio articolo? domand piano Colline a Rodolfo.
 in tipografia: uscir gioved.
La gioia del filosofo fu immensa.
Parl al fine Rodolfo e disse cos:
Scusate, amici, il mio silenzio e la mia assenza: navigavo in piena luna di miele. E raccont come aveva sposato Mim che gli aveva portato in dote la sua giovinezza, due tazze di porcellana e un gatto rosso che chiamava Mim anche lui.
Io vi ho invitati a inaugurare la mia casa e ad assidervi al mio focolare. Se il pranzo sar modesto, scusteci. Invece di tartufi vi sar un piatto di buon viso.
La pi cordiale allegria regn per tutto il pranzo, il quale fu superiore alle previsioni e non manc d'una certa grazia signorile. C'erano persino i piatti da cambiare!
Mim, esclam Colline al colmo dell'entusiasmo, tu sei degna del cinto azzurro onde son coronati i re e le regine dei fornelli.
La frase era troppo lirica per la fanciulla, ma tradotta in cordon bleu fu compresa, ed ella sorrise di compiacimento.
Nota: Cordon bleu: nastro azzurro dell'ordine cavalleresco di Santo Spirito. Poi, per celia, significa cuoco di grande merito. Fine Nota.)
L'arrivo dell'aragosta dest la generale ammirazione, e quell'affamato di Schaunard sotto pretesto di studiare storia naturale, volle scalcare lui, e si prese il pezzo migliore con grande scandalo di tutti. Non basta; ne mise da parte un po' sotto la speciosa ragione che doveva dipingere un quadro di natura morta. Alle bottiglie sigillate di rosso, succedettero bottiglie sigillate di verde, finch apparve anche una bottiglia di sciampagna, di quelle che a Parigi si vendono a due franchi l'una; ma non  sempre la perfezione delle uve che forma l'eccellenza di una bottiglia di vino.
Il tappo non salt con molta vivacit, ma d'altra parte la spuma fu molta, e le coppe erano proprio quelle per il vino di sciampagna. Perci parve squisitissimo.
Schaunard adoperava gli ultimi intervalli di lucidit mentale nello scambiare il suo bicchiere vuoto con quello pieno di Colline; il quale mentre bagnava i biscotti nel vasetto della mostarda, spiegava a Mim i sensi reconditi del suo articolo di filosofia che doveva apparire nel giornale di Rodolfo.
A un certo punto impallid, e domand il permesso di alzarsi per andare alla finestra a contemplare il tramonto del sole. Erano le dieci di sera!
Peccato che questo sciampagna non sia in gelo, diceva Schaunard, cercando ancora di prender il bicchiere del suo vicino di tavola.
Signora Mim, disse Colline che si era rimesso a sedere, lei deve sapere che per gelare lo sciampagna ci vuole il ghiaccio, il quale  formato con l'acqua, idor in lingua greca, la quale acqua gela alla temperatura di zero gradi, e ci avviene nell'inverno che  una delle quattro stagioni, le quali sono primavera ed autunno. L'inverno poi fu la cagione della disfatta di Napoleone in Russia, perci ti prego, o Rodolfo, di versarmi ancora un emistichio di sciampagna.
Mim domand a Rodolfo che cosa volesse dire questa parola emistichio.
Emistichio, rispose Rodolfo, vuol dire in lingua greca mezzo verso, e perci Colline vuol significare che tu gli riempia un mezzo bicchiere di sciampagna.
Ad un tratto Colline batt su la spalla di Rodolfo e ingarbugliando le sillabe, domand:
Domani  gioved?
No, rispose Rodolfo, domani  domenica.
Ma no, gioved.
Ti dico che domani  domenica.
Ah, domenica!, fece Colline, crollando la testa. Ma se era gioved?
E s'addorment l su la tavola.
Cosa gli saltava in mente con quel gioved? domand Marcello.
Ma!, rispose Rodolfo. Poi ricordandosi:  l'idea fissa di quel suo articolo che gli ho detto che deve uscire gioved. Guardatelo l: sogna il suo articolo...
Cos star senza caff, disse Schaunard. Non  vero, signora Mim?
E Mim si alz per andare a prendere il caff; ma Colline che aveva sentito nominare il caff, rattenne Mim per la vita e in gran segretezza le disse cos:
Signora, il caff  originario dell'Arabia felice e noi dobbiamo la meravigliosa bevanda al genio di una capra che per prima la scopr. Dall'Asia il caff pass in Europa tanto che il signor di Voltaire ne prendeva sessantadue tazze al giorno. A me piace bollente e senza zucchero.
Dio, come  spaventosamente istruito quest'uomo, diceva ridendo Mim che veniva col caff e con le pipe.
Era passata oramai la mezzanotte, e Rodolfo fece capire agli amici che era tempo d'andarsene. Marcello, infatti, che era pi in s degli altri due, si lev. Ma Schaunard diceva che non era ancora la mezzanotte perch c'era ancora dell'acquavite in una bottiglia. Quando non ce ne sar pi, allora sar mezzanotte.
Colline, a cavalcioni di una seggiola, mormorava:
Luned, marted, mercoled, gioved...
Cari amici, disse Rodolfo un po' impacciato, io non vi posso tener qui tutta la notte. In altre occasioni, capisco, ma adesso...
E guardava Mim, le cui pupille luminose parevano dire: "Quando se ne vanno?".
Marcello, disse piano Rodolfo, trova tu qualche gherminella per mandarli via.
Aspetta, rispose Marcello. Mi viene in mente come fece un cameriere intelligente a mandar via dalla casa del suo padrone tre beoni importuni che non se ne volevano andare.  in una commedia, nel Kean; cos vediamo se teatro e realt sono uguali. Ehi, l, Schaunard, grid Marcello.
Be', che c'?
C' che qui le bottiglie sono vuote, e io ho ancora sete.
Gi,  vero. Sono bottiglie che tengono tanto poco...
Allora, disse Marcello, bisogna andar gi a prenderne altre finch i negozi sono aperti, cos passeremo qui tutta la notte bevendo.
E Rodolfo disse:
Va' gi tu, Schaunard, dal mio droghiere, che sta sull'angolo della via e prendi due bottiglie di rum per mio conto.
S, s, benissimo!, fece Schaunard, e usc prendendo il cappotto di Colline, il quale non se ne accorse, perch era occupato a fare col coltello dei ricami a losanga su la tovaglia.
E uno!, disse Marcello. Ora a Colline; ma questi qui sar pi duro ad andarsene. Aspetta, m' venuta un'idea. E diede uno spintone al filosofo.
Eh, eh! Che c'?
Schaunard  andato via, e s' preso il tuo palt.
Colline d un'occhiata e vede, invece del suo palt color nocciola, il soprabito a scacchi di Schaunard.
Mi ha preso il mio cappotto, l'infame!, grida Colline. C' dentro la mia biblioteca. C'era persino una grammatica finlandese.
Non l'ha fatto apposta.  stato uno sbaglio.
Sia pure, ma i miei libri?
Sta' sicuro che non li legge.
Non li legge, sta bene, ma pu servirsene per accender la pipa.
Se hai questa paura, crrigli dietro.  ancora gi per le scale.
E Colline si mette in testa il suo cappello grande come un vassoio per dieci persone, e si precipita fuori.
E due, disse Marcello andandosene anche lui. Dir al portiere che se bussano, non apra.
E Rodolfo tornando su per le scale dall'avere accompagnato l'amico, ud un miagolio, a cui rispondeva il lamentoso miagolio del suo gatto lass.
Povero Romeo, mormor; ecco la tua Giulietta che ti chiama, e apr la porta e lasci passare il suo gatto rosso.
E Mim davanti allo specchio vezzosamente si acconciava per la notte i suoi capelli neri.
Rodolfo la strinse fra le sue braccia, la fece sedere su le sue ginocchia, e con le mani palpava il giovanile corpo di lei, come un musico fa del suo istrumento.
Un lungo bacio sonoro che le impresse su la spalla, lo fece accorto che l'istrumento entrava in vibrazione per l'accordo perfetto.
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CAPITOLO 14.
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La signorina Mim.
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O amico Rodolfo, perch mi sei mutato cos? Che cosa ti  successo? Quale  stato il colpo che schiant a terra la fortezza dell'abile filosofia con cui tu affrontavi sorridendo i colpi della nemica fortuna?
Dovr io dunque, nel mio racconto, mutare il canto dionisiaco nella triste elegia? Vero?  vero quello che si racconta di te? S, la sventura  stata grande, Rodolfo; ma non c' ragione per disperarsi. Mettiamo una croce sul passato; ecco tutto!
Non ti abbandonare alla melanconia delle dolci memorie del passato. Disperdi al vento il caro nome di lei, che amasti di tanto amore e col suo nome tutto ci che lo pu ricordare.
Addio per sempre belle trecce, che le tue labbra mordevano in un impeto di volutt; addio per sempre piccole anfore di vetro di Murano che contenevano i profumi di lei. Non respirarle pi. L'olezzo che ancora vi rimane ti farebbe pi male dei pi crudeli veleni.
Getta alle fiamme i fiori, i bianchi gelsomini, i non-ti-scordar di me dal colore turchino, gli anemoni che paiono ancor bagnati dal sangue di Adonais. Ella ne faceva corone al tempo del dolce amore.
Ma soprattutto alle fiamme i nastri, i veli e le trine dai vivaci colori; le vestine e le cuffiette graziose con cui ella si ornava per andare a fare all'amore a un tanto all'ora con Tizio, Cajo, Sempronio, ed altri galanti del calendario; e tu ne attendevi il ritorno alla finestra mentre cadeva la fredda bruma invernale!
Alle fiamme tutto quello che ti pu ricordare di lei, alle fiamme le sue lettere d'amore! Alle fiamme questo biglietto che ti ha fatto tanto piangere! Ti ricordi quella sera, o Rodolfo? Tu sei venuto da me. Non avevi pranzato, ma eri lo stesso tutto scintillante di gioia e di motti bizzarri. Mi hai fatto vedere quel biglietto che diceva cos: "Ti ho aspettato, e siccome tu non torni, io vado a dormire a casa di mia zia. Scusa se porto via quel po' di soldi per prendere una carrozza. Mim".
Tu credevi che Mim fosse andata da sua zia; e se io ti avessi detto che meglio tu la avresti cercata presso il signor Tale, o il signor Tal'altro, tu mi avresti strozzato.
Butta al fuoco anche quest'altro biglietto: "Vado a prendermi la misura d'un paio di stivaletti; bisogna assolutamente che tu trovi i soldi per pagarli domani l'altro".
Quegli stivaletti, povero amico mio, hanno ballato molte contraddanze, dove tu non c'eri. Brucia dunque, tutte queste memorie e disperdine al vento le ceneri. Per l'amor dell'umanit e per la gloria della tua Sciarpa d'Iride e del tuo giornale il Castoro, sta attento a quello che fai! Come redattore capo di due giornali di mode, se tu perdi il tuo senno, chi sa mai a quali orrori di maniche, di calzoni e di cappelli arriver il genere umano!
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L'amore di Rodolfo per Mim fu cos. Egli aveva ventiquattro anni quando fu preso da questa passione che doveva tanto influire su la sua vita.
La vita che egli conduceva fu quale noi abbiam cercato di descrivere nei precedenti capitoli. E se v'era uno che nel regno della Bohme lietamente portasse lo scettro della sua povert, questi era Rodolfo.
Gli bastava di essersi sfamato appena, e d'aver fatto sfoggio del suo spirito e dei suoi spaventosi paradossi con gli amici, per camminare altero come un re per le vie di Parigi, che spesso costituivano il solo suo albergo. Dentro il suo sdrucito abito nero egli era allora pi felice che un imperatore nel suo manto di porpora e d'oro.
Era di moda fra gli amici simulare un certo disprezzo per le pene d'amore, era cosa elegante deridere il terribile Iddio. Falsi atei della suprema divinit della vita! Colline, ad esempio, che aveva per amica una sartina e se ne serviva come copista, soleva dire che l'amore era una specie di purgante che  bene prendere ogni mutar di stagione per sbarazzare il corpo dai cattivi umori. Rodolfo, no! Egli credeva in quel Dio, e cos come credeva, non si vergognava di parlarne con reverenza; e se cominciava, non la finiva pi. Era una lirica immensa in cui sfilava tutto il paesaggio sentimentale ed aereo che la Germania aveva messo di moda: sospiri e lagrime, laghi azzurrini, chiaror di luna, concerto di stelle. Oh, gioia suprema di amare e di essere amato!
Schaunard gli aveva messo nome l'arpa angelica, e Marcello non ti scordar di me, il nome del fiorellino azzurro, ricorrente nella poesia romantica. La verit era questa: Rodolfo credeva morto il suo cuore, morto oramai l'amore per lui. Ma l'amore e il suo cuore erano soltanto dormienti in agguato, e pronti a ridestarsi nell'ineffabile passione che egli disperava di non provare mai pi, e di cui ora soffriva tutte le pene.
Ma fu tua la colpa, o Rodolfo! N io ti compianger perch se questo  martirio, non v' gioia pi grande di questo martirio.
Rodolfo conobbe Mim che era l'amante di un suo amico, e la fece sua sposa. Lo scandalo fu grande fra i bohmiens; ma Mim era molto graziosa, con pochi scrupoli, non soffriva di mal di testa quando gli amici fumavano la pipa; ascoltava con piacere i loro discorsi d'arte e di poesia, e perci finirono per trattarla come una loro compagna. Ella aveva ventidue anni, era piccina, vivace, e assai fine. Il suo visetto aveva un'aria aristocratica, illuminata da due grandi occhi limpidi e azzurri. Senonch in certi momenti, o fosse noia o bizzarria di carattere, questo aspetto soave si scomponeva in certi lampeggiamenti quasi feroci di insensibilit e di egoismo implacabile.
Questa cosa accadeva di rado. La sua incantevole testolina era tutta irradiata da un gioioso sorriso ebbro di giovinezza; lo sguardo si posava or pieno di languore, or pieno di affascinante impero. Le vene azzurre del suo vivo sangue trasparivano sotto il candore di camelia della sua pelle.
Di questa strana e un po' malata bellezza Rodolfo si innamor, e molte ore della notte egli passava a coronare di baci la fronte di lei, e le pupille socchiuse sotto l'onda delle brune sue chiome.
Ma ci che pi di ogni altra cosa sedusse Rodolfo furono le mani di lei, quelle manine cos graziose, cos delicate, cos bianche, anche con tutti i lavori di casa, quelle mani dove egli aveva deposto il suo cuore, e ne dovevano fare strazio senza piet. La cosa cominci cos: che Mim prese a frequentare alcune mondane che abitavano in quel quartiere; e le dicevano: "bella come siete, Mim, come fate a stare insieme con un poeta disperato che non vi pu regalare nemmeno cento franchi per comperare un vestito?"
E Mim che sino allora era contenta nella sua povert, cominci a sognare vestiti di velluto e di seta, e a cercare chi glieli potesse procurare.
Rodolfo si era accorto di tutto questo, ma non voleva credere ai suoi occhi. Il suo amore per Mim si era fatto bizzarro, fantastico, con scoppi continui di gelosie e di furori.
L'amore invece di Mim per Rodolfo era fatto piuttosto di abitudine; e d'altra parte il suo cuore era piccolo e lo aveva per met regalato al primo amante, e l'altra met era l'archivio di questo primo suo amore.
Cos passarono otto mesi fra tempeste e sereno. Pi volte Rodolfo fu preso dalla disperazione e giurava in cuor suo di abbandonare per sempre Mim, la quale, poich non amava pi, aveva per Rodolfo tutte quelle raffinatezze di crudelt che sono proprie della donna quando non ama pi. Erano giorni d'inferno; ma come fare a lasciare Mim? Era come lasciare la sua giovinezza.
E poi v'eran giorni in cui Mim sapeva fingere cos bene da dissipare tutti i sospetti che a lui rodevano il cuore.
Gli si inginocchiava a' suoi piedi, volgeva verso di lui quei suoi occhi azzurri, in cui pareva che la poesia, la giovinezza e l'amore avessero il loro nido. Erano oasi di tenerezza e di dolci parole, erano motti di volutt disperata, e allora Rodolfo con la viva testa di lei fra le mani le parlava per ore ed ore il divino, delirante linguaggio della sua passione. Lagrime e sorrisi, speranze e sogni passavano nell'onda delle sue parole.
Ella ascoltava senza comprendere, ma travolta a poco a poco suo malgrado da quella passione dell'uomo; e non sapendo con le parole, rispondeva coi baci; e l'alba li ritrovava avvinti l'una entro le braccia dell'altro; gli occhi fissi negli occhi, le mani intrecciate alle mani mentre le labbra madide di baci ed ardenti di volutt ripetevano le eterne parole che, da che mondo  mondo, fioriscono su la bocca degli amanti.
Ma poi bastava il pi lieve pretesto a sollevare una tempesta, e il dolce Amore, atterrito, fuggiva via e per molti giorni non si faceva pi vedere.
Ma venne pur il giorno che Rodolfo s'accorse che Mim non l'amava pi, che quelle manine gentili stavano per spingerlo gi per un baratro dove avrebbe perduto l'onore e la vita. Apr gli occhi e disse a Mim: Tu mi vuoi bene come una moglie quando vuole dal marito un bel sciallo del Cashmir. Tu mi abbracci per capriccio di sensualit, ma mentre ti abbandoni a me, pensi non a me, ma ai tuoi amanti. Va', cercati un altro che io non ti voglio pi.
Mim diede in uno scoppio beffardo di risa. Va, disse, che tu non puoi stare senza di me.
Ed ella andava, tornava dopo una notte, un giorno passati fuori di casa, e con sua meraviglia trovava Rodolfo sempre fermo nella sua risoluzione: Va a cercarti un altr'uomo. Io non ti voglio pi.
Ci la turb alquanto, e per due o tre giorni si prov ad essere gentile con Rodolfo; ma Rodolfo ogni volta le domandava:
Quest'amante l'hai trovato?
Non l'ho nemmeno cercato.
Invece aveva cercato. Una di quelle cortigiane di sua conoscenza le aveva proposto uno studente di matematica il quale aveva fatto brillare agli occhi di Mim bei scialli di Casmir e una bella stanza con mobili di palissandro.
Ma Mim trov che costui se era dotto in matematica, non era gran che in amore, e lo abbandon coi suoi scialli e coi suoi palissandri, ancora in fronde di alberi nelle foreste d'America. Mim avrebbe dovuto fargli scuola d'amore; ma questo mestiere non le piaceva.
Allora trov un gentiluomo di Brettagna, un conte, che le and a genio, e non le fu mestieri di molte preghiere per diventare contessa...
Naturalmente Mim neg tutto a Rodolfo, ma questi lo venne a sapere; e una mattina, che Mim non era rientrata in casa, la sorprese, con gli occhi stanchi di volutt, uscire da un albergo a braccio del suo nuovo signore e padrone.
Vedendo Rodolfo, Mim sembr un po' turbata; gli si avvicin. Parlarono un po' tranquillamente e poi si separarono.
Addio, Rodolfo.
Addio, Mim.
Ritornato in casa, Rodolfo pass tutto il giorno a raccogliere, e fare involti di tutto quello ch'era appartenuto a Mim.
Il d seguente ricevette gli amici, che molto si congratularono con lui di aver egli spezzato quelle catene crudeli.
Noi ti aiuteremo, dicevano, a ritirare il dolente tuo cuore dagli artigli di quella cattiva Mim; e quando sarai guarito, troverai un'altra Mim pi bella e pi buona con la quale andrai a spasso per i sentieri fioriti della primavera.
Ma Rodolfo assicurava che era guarito oramai, e si lasci condurre nelle eleganti sale da ballo di Mabille, dove aveva ingresso libero nella sua qualit di redattore della Sciarpa d'Iride, bench, a dir vero, il suo povero vestito stonasse alquanto col lusso e la signorilit di quel luogo. Trov amici, bevve con essi, e raccont tutta senza riguardi la sua avventura d'amore. Fu meraviglioso per brio, per festevolezza, per feroci sarcasmi, per paradossi incredibili sull'amore.
Ahi! Troppo allegro  Rodolfo, diceva Marcello ascoltandolo.
 delizioso, disse invece una giovane donna a cui Rodolfo aveva offerto dei fiori. Se anche  un po' male in arnese, io ballerei con lui assai volentieri.
E Rodolfo che ud, la invit al ballo con frasi di tanta grazia e di cos bizzarra cortesia che parve un cavaliere dei tempi antichi. La dama ne fu commossa e accett l'invito.
Ora Rodolfo conosceva il ballo come l'algebra. Non importa. Cre lui una danza furibonda, ignorata nella storia della coreografia, con gran meraviglia di tutti; e pur danzando, non cessava di tempestare la sua dama delle frasi pi galanti e bizzarre, profumate di muschio e di benzoino.
Era costei una bella e gagliarda figliuola di Normandia, venuta su dai campi, ma la cui rozzezza natia s'era raffinata squisitamente nell'ozio e nelle eleganti mondanit della vita parigina.
Il suo nome era Serafina, ed era mantenuta da un gentiluomo, pari di Francia, ma vecchio e pieno di reumatismi.
Costui le passava cinquanta luigi al mese: denaro che lei poi divideva con un commesso di negozio, il quale ogni tanto la picchiava.
Ora Rodolfo le era piaciuto, e lo invit a casa sua.
Non ci sono per nessuno, aveva ella detto alla sua cameriera; ed era andata per un momento nella sua camera e ne era uscita adorna appena di una lieve vestaglia sotto la quale balenava tutta l'opulenza delle sue splendide carni.
Ma con suo grande stupore trov Rodolfo che si stava muto ed immobile.
Perch non mi guardi? Perch non parli? disse la bellissima donna, e gli si sedette da presso e lo avvolse nel contatto delle sue carni, e gli porse le mani profumate e perfette.
Allora si destarono i sensi nell'uomo, il cuore balz precipitoso: sent balzare il cuore di lei. Quale strumento perfetto d'amore gli si offriva! Le fiamme della volutt imporporavano gi come aurora tutto il volto di lei, quand'ecco il campanello suon con violenza.
Mim, Mim, grid la bella donna alla cameriera,   di' che io non sono in casa.
Nell'udire quel nome di Mim, due volte ripetuto e obliato per un istante, Rodolfo trasfigur. D'un balzo fu in piedi e:
Addio, signora, disse. Bisogna che io me ne vada. Sto molto lontano di qui. C' un mio parente che  venuto da lontano a trovarmi, e mi aspetta.  uno zio d'America, e mi diserederebbe se non mi trovasse in casa.
Voi ve ne andate? Perch? Temete di qualcuno?  disse turbata ed offesa la bellissima donna. Ma io sono del tutto libera di me.
No! No! Bisogna che io vada. Bisogna assolutamente.
E fugg dalla camera; ma nel passare vide colei che la formosa cortigiana aveva chiamata col nome di Mim, ed era l col candeliere per fargli lume. La fiss, e arretr davanti a lei come avesse veduto un fantasma. Era una creaturina pallida e gracile con i capelli neri, con gli occhi azzurri come la sua Mim.
Va, va! Stammi lontano, grid Rodolfo e precipit gi per le scale.
Signora, diceva poi la cameriera rientrando in casa, quell'uomo  pazzo.
Di' piuttosto che  uno stupido, rispose Serafina furibonda. Ecco quello che si guadagna ad esser gentile con certa gente.
Rodolfo arriv di corsa a casa sua, sal le scale, trov il gatto rosso che si lamentava, miagolava pietosamente.
Forse anche lui piangeva la sua crudele amante: una qualche Manon Lescaut di razza aristocratica, partita in gita galante per i tetti.
Bestiola mia, disse Rodolfo accarezzando il suo gatto, il cuore delle Mim, gatte e donne,  un abisso che n io n tu possiamo scrutare.
Era una notte assai calda, eppure come una cappa di gelo sentiva Rodolfo gravare sopra di s, appena entr nella sua camera. Il gelo della solitudine! Accese il lume: la camera era tutta in disordine, cassetti aperti, e per terra i pacchetti e gli involti della roba di Mim. Allora non era venuta a prenderli, come aveva detto! Prov uno strano sentimento di gioia; ma fu un attimo fugace.
Come si addensa un temporale nel cielo, cos egli sentiva a poco a poco formarsi nel suo cuore un uragano atroce di dolore e di rimpianti, tanto pi violento quanto pi aveva cercato durante tutta la sera di mostrarsi spensierato e felice.
"Forse, disse fra s, mi addormenter prima che la tempesta scoppi".
Ma tirando i cortinaggi del letto e vedendo questo disfatto, e i due guanciali, e sotto uno di esso una cuffietta per i capelli, una morsa gli attanagli il cuore.
Cadde a piedi del letto, e comprimendo con le mani la fronte: O piccola Mim, disse, oh, gioia della mia casa, dunque  vero che tu sei partita? e che io ti ho scacciata? e che io non ti rivedr mai pi, mai pi? O testolina bruna, che per tanto tempo posasti su questo guanciale, non tornerai tu dunque pi qui a riposarti? O cara voce che accarezzavi i miei sogni, o strida di collera, dolci al mio cuore come il canto delle sirene, dunque io non vi udr pi? O manine bianche, venate d'azzurro a cui io avevo congiunto le mie labbra,  dunque vero che io vi baciai per l'ultima volta?
E pos il capo sul guanciale impregnato ancora dal profumo di lei, e gli parve udire ancora l'incantevole riso della sua dolce amica, quegli scoppi di risa cos pieni, cos gioiosi, cos spensierati che avevano la virt di far dimenticare tutte le miserie dell'incerto domani.
"Forse Mim, diceva, non mi ha amato mai, ma  stata lei che mi ha ridonato la mia giovinezza".
Imbiancava l'alba e gli occhi bagnati di pianto si erano da poco socchiusi nel sonno quando gli amici vennero e videro con dolore il volto di lui disfatto in quella notte trascorsa nell'orto di Getsemani della passione d'amore.
Io me l'ero immaginato; disse Marcello, l'allegria di ieri gli si  inacidita nel cuore. Cos non si pu andare avanti.
E di concerto con gli altri amici, Marcello cominci a raccontare tutta la vita scandalosa di Mim.
Ti ha ingannato sempre, e tu ti sei lasciato ingannare come uno stupido. Quella creaturina pallida come l'angiolo dell'etisia, non era altro che un vasello di cattiveria e di falsit.
Cos dicevano, affinch l'amore si mutasse in odio e disprezzo, e Rodolfo gettava qua e l con furore i pacchetti e gli involti delle robe di lei. E tutto quello che lei si era portato in casa lo mise da una parte, ed era il meno, e tutto quello che lui le aveva regalato, ed era il pi, e in ispecie le galanterie della toletta, di cui Mim era diventata insaziabile, ripose in altra parte.
Il d seguente Mim venne per prendere la sua roba. Ci volle tutto l'amor proprio e l'onore cos atrocemente offeso perch Rodolfo si trattenesse dall'abbracciarla.
L'accolse con un silenzio entro cui fremevano le ingiurie e i rimproveri frenati a stento.
Non si rattenne Mim e rispose con quelle parole fredde e taglienti come staffilate che le donne ben conoscono, e fanno perdere la pazienza anche ai santi.
Allora il furore di Rodolfo scoppi in modo cos pauroso che Mim ebbe paura e impallid.
No! Non mi uccidere!, gridava.
Vennero i vicini e portarono via Mim dalla camera.
Dopo due giorni venne un'amica di Mim che si chiamava Amelia per reclamare la roba di lei.
No!, rispose Rodolfo. Cosa fa adesso Mim? Dov'? E il suo amante?
Non la vuole pi, perch lui ne aveva un'altra. Ho dovuto prendere Mim con me, a casa mia e l'affare m'annoia e non poco, rispose la giovane.
Peggio per lei. Ben le sta. Sapete, Amelia, che voi siete molto graziosa?
Amelia raccont tutto a Mim.
Cosa fa? cosa ha detto? domand Mim. Ti ha parlato di me?
Affatto. Oramai Rodolfo non pensa pi a te. Si  trovata un'altra amante, e le ha regalato un bel vestito, perch adesso Rodolfo ha molti soldi. Veste anche lui come un gran signore, e ha fatto complimenti anche a me.
"Qui c' sotto qualche cosa" pens Mim.
Ed Amelia andava ogni giorno da Rodolfo con una scusa o con un'altra, e gli parlava di Mim.
Che venga pure e vedremo, rispose Rodolfo, e continu a far la corte ad Amelia, che poi l'andava a dire a Mim, e assicurava che Rodolfo era innamorato di lei.
Mi ha baciato le mani e il collo. Vedi: c' ancora il segno. Domani mi condurr a ballare.
Cara mia, rispondeva Mim , capisco dove tu vuoi arrivare; mi vuoi far credere che lui non mi ama pi. Perdete il tempo tutti e due.
Ed era proprio cos. Rodolfo era gentile con Amelia per avere in tal modo pretesto di parlare di Mim, ma Amelia che aveva ben capito che Rodolfo amava sempre Mim e che Mim non domandava altro che di tornare ancora con Rodolfo, riferiva i discorsi in modo da allontanare sempre pi l'uno dall'altra.
Allora questa sera manterrete la promessa che mi avete fatto di condurmi al ballo? domand un giorno Amelia a Rodolfo.
Ma certo! Volete che io perda l'occasione di essere cavaliere della pi graziosa donnina del mondo?
Inorgogl tutta Amelia, come quando aveva recitato la prima volta una parte di servetta in un teatro dei sobborghi di Parigi.
S bene, e dite a Mim che se accetta di fare con me un corno al suo amante, io le dar indietro tutta la sua roba.
E Amelia rifer la proposta di Rodolfo, ma in modo da far capire a Mim che la voleva trattare come una puttana, anzi non l'avrebbe poi neppur pagata e si sarebbe fatto beffa di lei d'accordo con i suoi amici.
Allora non ci vado, disse Mim. E vedendo poi Amelia che si abbigliava, le domand se andava a ballare.
S, con Rodolfo. M'ha dato appuntamento qui vicino a casa.
Buon divertimento, allora.
E di nascosto, Mim corse dall'amante di Amelia e gli disse che Amelia lo tradiva con il suo amante di prima.
Costui, geloso come Otello, va da Amelia e le dice: Stasera starai con me.
Ora Mim corre al luogo dell'appuntamento, e vede Rodolfo che andava su e gi. Mim gli passa due volte vicino senza fermarlo.
Rodolfo era quella sera molto ben vestito e la passione sofferta in quei giorni gli era impressa nel volto in un'aria grave e melanconica insieme.
Ci colp molto Mim, e allora gli si accost.
Rodolfo l'accolse con dolcezza e le domand come stava, e, Cosa vuoi adesso da me, Mim?
Tremava in quelle parole una tristezza rattenuta invano.
Vengo a darvi una notizia che vi far dispiacere,  rispose Mim: Amelia non pu venire, perch  arrivato in casa il suo amante, e la tiene con s.
Allora andr solo.
Mim finse come di vacillare e s'appoggi alla spalla di Rodolfo.
Vieni che ti conduco a casa, disse Rodolfo.
Io sto adesso con Amelia, rispose Mim, e finch c' il suo amante da lei, io non posso entrare in casa.
Amelia non ti ha detto una cosa da parte mia?
S, me l'ha detta ma anche dopo tutto quello che  successo, io non credevo che voi aveste cos poca stima di me per trattarmi cos.
Allora o non hai capito, o t'hanno riferito male la cosa. Del resto quello che ho detto, ho detto. Adesso sono le nove, se vuoi venire fa' come vuoi. Ti aspetto sino a mezzanotte. Addio.
Addio!, disse Mim con un trmito nella voce.
Cos si lasciarono, e Rodolfo non and al ballo: torn a casa, e si butt cos vestito sul letto. Quando furono le undici un passo lieve si ud. Era Mim. Disse: Sono venuta perch l'amante d'Amelia  rimasto con lei, ed io non son potuta entrare in casa
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Erano le tre del mattino e Rodolfo e Mim parlavano ancora. E la candela oscill e si spense. Rodolfo voleva accenderne un'altra, ma Mim disse: Ho sonno.
E la sua testolina bruna posava ancora sull'antico guanciale e con voce di languore diceva: Bciami!, e porgeva le sue incomparabili manine contro le labbra di lui. E Rodolfo non accese la candela.
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Quando fu giorno, Rodolfo si lev per il primo, e mostrando a Mim quelli involti, diceva: Questa  roba tua: portala pur via. Vedi che io mantengo la mia parola.
Come posso portarli via tutti in una volta? Sono tanto stanca. Preferisco ritornare.
E vestita che fu, prese con s soltanto una collarina e un paio di polsini.
Porter via tutto, ma cos: un pochino per volta. E sorrideva.
O porti via tutto o niente, ma che sia finita una buona volta.
Allora, invece, cominciamo da capo, e facciamo che duri, disse Mim abbracciando Rodolfo.
Fecero colazione insieme, poi andarono in campagna. Nel traversare il Lussemburgo, Rodolfo si incontr con un grande famoso poeta, che aveva sempre dimostrato grande benevolenza per Rodolfo. E Rodolfo, per riguardo, finse di non riconoscerlo. Quelli invece cortesemente per primo salut Rodolfo con amichevole cenno e sorrise inchinando a Mim.
Chi  quello l? domand Mim.
E Rodolfo ne disse il nome (si tratta di Vittor Hugo) e Mim nell'udire quel nome arross di piacere e d'orgoglio. Rodolfo disse: L'incontro di un poeta che cant d'amore cos altamente,  di buon augurio per la nostra riconciliazione.
Oh, quanto bene ti voglio, esclam Mim, e senza riguardo alla gente, prese con passione le mani di lui.
Ohim, pensava Rodolfo, quale delle due cose  la migliore: lasciarsi sempre ingannare per troppa fede, oppure non aver mai fede per timore d'essere poi ingannato?
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CAPITOLO 15.
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Donec gratus eram tibi (Finch tu mi amavi. Principio di una mirabile ode d'amore di Orazio).
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Gi raccontammo in qual modo Marcello conobbe la signorina Musetta.
Il Capriccio, che  il sindaco del tredicesimo dipartimento di Parigi, li aveva sposati, ed essi credevano di essere congiunti in tutto fuorch nel cuore. Se non che una sera, dopo un violento bisticcio, avendo deciso di lasciarsi per sempre, s'accorsero che le loro mani, che si erano strette nell'ultimo addio, non si volevano pi staccare. Ci li sorprese molto.
Siamo sposati anche con il cuore, dissero sorridendo Marcello e Musetta.
E Marcello disse:  una cosa seria. Oh, come mai pot avvenire un fatto simile?
 che siamo degli sventati tutti e due, rispose Musetta. Bisognava pensarci prima.
Be', che c' di nuovo? domand Rodolfo che in quel tempo era loro vicino.
, rispose Marcello, che la signorina Musetta ed io abbiamo fatto una graziosa scoperta: io amo lei, e lei ama me. Questa malattia, come tutte le malattie, sar arrivata mentre noi dormivamo.
Mentre dormivate? Non credo!, cos disse Rodolfo. Ma quale prova voi avete di amarvi con tanto amore? Dio mio! Guai se cos fosse!
Tu mi domandi quali prove? rispose Marcello. Ma quali prove maggiori di queste: io non posso soffrire lei e lei non pu soffrire me.
E io, aggiunse Musetta, non posso lasciarlo, e lui non pu lasciare me. (Nec tecum vivere possum, nec sine te. Ancora versi di Orazio).
Quand' cos, ragazzi miei, disse Rodolfo, la cosa  chiara: tutti e due avete voluto giocare d'astuzia, e tutti e due avete perduto la partita.  il caso mio con Mim: noi abbiamo consumato due anni a litigare a vicenda, notte e giorno.  un mezzo come un altro per conservare la indissolubilit del matrimonio. Mettete insieme un s con un no, e ne verr fuori un'unione pi salda di quella che un Filemone e Bauci. Voi due fate il paio con me e con Mim. Aspettate che anche Schaunard con la sua Eufemia vengano ad abitare in questa casa, ed avremo un terzetto delizioso.
Entr Colline e gli dissero del nuovo caso che era intervenuto a Marcello e a Francine.
Filosofo della malora, disse Marcello, che ne pensi tu?
E Colline dopo avere accarezzato il peloso cappello sotto cui albergava, brontol: L'amore  un gioco pericoloso. Qui gladio ferit, gladio perit. Chi tocca amore,  ferito da amore. Del resto, guai all'uomo solo! Veh homini soli!
E, la sera, Rodolfo disse a Mim:
Sai che c' di nuovo? Musetta  innamorata di Marcello e non lo vuol lasciare.
Infelice, esclam Mim, lei che mangia sempre con tanto appetito!
E Marcello  pazzo per Musetta.
Oh, poveretto, disse ancora Mim, geloso com'!
Non pass gran tempo che, infatti, anche Schaunard con la sua Eufemia venne ad abitare con essi. Da allora in poi agli inquilini della casa parve di vivere sopra un vulcano in attivit di servizio, e perci alla fine del mese avvertivano il padrone di casa che non intendevano rinnovare l'affitto. E in verit non passava giorno senza tempesta.
Un giorno era Rodolfo e Mim che, dopo avere consumato la provvista delle male parole, venivano a spiegazioni scagliandosi tutto quello che capitava loro fra mano. Spesso era Schaunard che con l'aiuto di un manganello faceva capire il suo modo di pensare a quella sentimentale della signorina Eufemia. Quanto a Marcello e Musetta avevano la cautela di chiudere le porte e finestre prima di cominciare le loro diatribe.
Se poi qualche volta non c'eran litigi, per i vicini era quasi peggio perch le pareti divisorie erano cos sottili che si percepiva tutto quello che avveniva nella stanza vicina, e perci gli inquilini della casa dovevano contro lor voglia subire la iniziazione di tutti i misteri delle tre coppie.
Questa strana esistenza insieme ebbe la durata di sei mesi e la fraternit pi schietta regnava fra essi, e ogni cosa era in comune; tanto la buona quanto la cattiva fortuna.
V'erano giorni splendidi, giorni di lusso in cui non uscivan di casa senza infilare prima i guanti, giorni di letizia trascorsi in continui banchetti, e v'eran giorni di miseria nera nei quali le posate e i piatti, come diceva Mim, facevano sciopero.
Ma cosa mirabile! In questa unione dove erano tre graziose fanciulle, mai un'ombra di gelosia o di sospetto sorse mai fra gli uomini. Ciascuno di essi era pronto a far di tutto per soddisfare sia pure al capriccio della propria amante, ma nessuno di essi avrebbe sacrificato l'amico per la di lui amante.
 che l'amore  un castello incantato che nasce cos di per s d'improvviso, e tu non lo puoi dominare; l'amicizia invece  come un edificio che si eleva un poco per volta ed  sorvegliato dalla ragione.
Da sei anni questi giovani artisti si conoscevano, e in cos lunga dimestichezza ognuno di essi aveva conservato il proprio carattere pur vivendo in una mirabile armonia di sentimenti e di affetti.
I loro diportamenti, il loro linguaggio avrebbe potuto da un osservatore superficiale esser giudicato come cinismo; era invece un supremo disprezzo di tutto ci che  volgare e comune, era un desiderio di smascherare ogni menzogna, di irridere ad ogni convenzione sociale, era un anelito supremo verso la libert della propria coscienza.
Vanitosi li diceva la gente, ed essi rispondevano spiegando audacemente il vessillo della propria ambizione; per consapevoli di se stessi, non si facevano troppe illusioni sul loro avvenire.
Non poche volte era accaduto che l'uno si trovasse di fronte all'altro per rivalit nell'arte; non poche volte gli invidiosi si erano studiati di separarli con l'eccitare l'amor proprio dell'uno a danno dell'altro; ma non per questo fu spezzata cos bella corona di amicizia. Essi si stimavano a vicenda secondo il giusto valore, e l'orgoglio, che  il contraveleno dell'invidia, li preservava da ogni piccola gelosia di mestiere.
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Dunque sei mesi, come ho detto, vissero insieme con le loro donne; ma trascorso che fu questo tempo, cominci una vera epidemia di separazioni.
Schaunard fu il primo. Egli s'accorse che la sua Eufemia aveva un ginocchio meno bello dell'altro, e poich in arte plastica egli non ammetteva imperfezioni di sorta, cos licenzi Eufemia dopo averle regalato per suo ricordo il bastone con il quale la aveva educata. Poi se ne and a vivere con un parente che gli offr l'alloggio per niente.
Dopo quindici giorni da questo avvenimento, Mim abbandon Rodolfo per salire nella bella carrozza che le aveva offerto il viscontino Paolo, quello che era stato allievo di Barbamosca, e insieme con la carrozza le aveva offerto vestiti color del sole.
Dopo Mim, venne Musetta. Essa fugg via come una passeretta che trova aperto lo sportello della gabbia, e ritorn tutta festosa in quel mondo galante che aveva lasciato per seguire Marcello.
Questa separazione avvenne senza tragedie, tranquillamente; non premeditata nemmeno; e fu cos.
Una sera di carnevale Marcello aveva condotto Musetta al ballo in maschera nel teatro dell'Opera. Ballando la quadriglia, Musetta aveva di fronte un giovane signore che un tempo le aveva fatto la corte. Si scambiarono qualche parola, e senza intenzione ella dicendo a lui quale era la sua vita presente, parve rimpiangere quella passata. Il fatto  che, finita la quadriglia, Musetta si sbagli, e invece di prendere la mano di Marcello, prese la mano di quel giovane, e questi la trascin via, e cos si smarrirono tra la folla.
Marcello la cerc, ed era assai inquieto.
Dopo un'ora la vide al braccio di quel giovane che usciva dal caff del teatro, e su la bocca ridente di lei fiorivano gli stornelli. Come vide Marcello, che se ne stava in un canto con le braccia conserte, gli fece cenno d'addio, dicendo: Torno fra poco.
E Marcello tradusse cos: "Non mi aspettare, perch non torno pi". Egli era assai geloso, ma altrettanto logico, perch ritornndosene a casa, col cuore gonfio e lo stomaco vuoto, e non trovando da mangiare che un po' di pan secco e una aringa, esclam: Io non potevo competere contro i tartufi. Musetta, almeno per questa sera, ha mangiato bene.
Sotto pretesto di soffiarsi il naso, si pass il fazzoletto su gli occhi, poi si butt sul letto.
Due giorni dopo, Musetta si svegliava in una bella stanza, tappezzata di seta color rosa: una carrozza turchina l'aspettava alla porta, e tutte le fate della moda deponevano ai piedi di lei le loro meraviglie. Musetta era incantevole, la sua giovinezza sembrava rifiorire in mezzo a tanta eleganza. Ella ricominci la vita di una volta; la si vide in tutte le feste e aveva conquistato la sua antica celebrit. Si parlava di lei da per tutto, e nei ritrovi della Borsa, e persino al caff del Parlamento. Il suo nuovo amante era un caro giovane, pieno di gentilezza, che spesso si doleva con Musetta di certa sua leggerezza, e di non so quale indifferenza, quando lui le diceva di volerle tanto bene.
Musetta lo guardava sorridendo, con la manina gli chiudeva la bocca, e diceva: Cosa volete, amico mio? Io sono vissuta per sei mesi con un tale che mi manteneva ad insalata e minestra che era tutta una sbrodaglia; mi vestiva di cotonina, e mi conduceva qualche volta ai teatri popolari perch non aveva soldi per pagarmi un palco all'Opera. Ora siccome l'amore non costa niente ed io ero innamorata pazza di questo mostro d'uomo, cos abbiamo fatto grande sciupio d'amore, e adesso non mi rimangono se non poche briciole. Se vi piace raccoglierle, fate pure. Del resto io non v'inganno: se i nastri e i vestiti costassero meno, io sarei ancora col mio pittore. Quanto poi al mio cuore, dal tempo ch'io porto un busto da ottanta lire, non m'accorgo pi che faccia rumore. Credo d'averlo dimenticato in qualche cassetto in casa di Marcello.
La scomparsa di queste tre coppie di artisti fu cagione di una gran festa nella casa che essi avevano abitata: il proprietario offr un pranzo agli inquilini, e questi illuminarono le loro finestre.
Rodolfo e Marcello erano andati a stare insieme, e spesso accadeva che l'uno parlasse di Musetta, l'altro di Mim, e allora non la finivano pi per tutta la sera.
Ti ricordi le canzoni di Musetta? e quelle di Mim? E le notti vegliate? e i placidi sonni sino a mezzod? e i bei pranzi che facevamo in fantasia?
Cos le dolci ore del passato amore ritornavano con le loro memorie. Un sospiro, un sorriso; ma dopo tutti felici ancora se l'amicizia li trovava ancora riuniti, coi piedi su gli alari, stuzzicando il ceppo del caminetto con le molle, e la pipa in bocca, e il conforto di raccontarsi a vicenda quello che a fior di labbra era stato bisbigliato a quelle creature tanto amate, e forse amate ancora, e che erano disparite portando con s una parte della loro giovinezza.
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Una sera, attraversando il boulevard, Marcello vide una giovane dama che discendendo da una vettura pubblica, posava sul predellino la punta della scarpetta, e si vedeva un po' di calza bianca di ammirabile eleganza. Il cocchiere se la divorava con gli occhi come se quel piedino gli tenesse luogo di mancia.
"Ecco una gamba fatta proprio bene. Che voglia ho io di offrire il mio braccio a cos vezzosa damina!,  pens Marcello. Ma come si fa? Ecco una trovata abbastanza originale".
Signora, per caso avrebbe lei trovato il mio fazzoletto?
S, eccolo qui.
E la dama gli diede il suo fazzoletto.
Che faccenda  mai questa? pens Marcello al colmo dello stupore; ma un allegro scoppio di risa lo riscosse. Era Musetta. Intento a rimirare il piedino, Marcello non la aveva ben fissata in volto.
Ah bravo!, esclam Musetta. Vi colgo in flagrante: il signor Marcello in cerca di avventure! Questa, per dovete ammettere,  molto carina.
S, non c' male.
Dove vai cos tardi?
L in quel teatrino.
Per amore della commedia?
No, per amore della dolce Auretta. (Oh guarda, pens Marcello, ecco un bel bisticcio. Lo regaler a Colline che ne fa collezione).
E chi  questa Auretta? domand Musetta.
Una creatura di sogno che fa la parte di ingenua in quel teatro. E parve da buon artista tratteggiar con la mano la figurina di Auretta.
Come sei sentimentale questa sera, disse Musetta.
E tu come sei curiosa.
Parla piano, disse Musetta: la gente ci pu prendere per due innamorati che questionano.
Non sarebbe la prima volta, disse Marcello.
E tu credi proprio che sia l'ultima? replic Musetta.
La risposta audace e provocante sibil come freccia all'orecchio di Marcello. Il suo cuore di un balzo.
Astri del firmamento!, esclam. Io vi chiamo a testimone che non fui io il primo a sfidare costei. Lei ha tirato per la prima.
La battaglia si ingaggi silenziosa fra i due. Musetta camminava a lato a Marcello. Marcello guardava Musetta, e Musetta Marcello.
Tacevano le labbra, ma gli occhi, questi due ambasciatori del cuore, si scontravano molto sovente. Non pass un quarto d'ora che i signori occhi di lui e i grandi occhi di lei avevano combinato i patti: non mancava che la ratifica del trattato.
Di' la verit, cominci Musetta, a quest'ora dove andavi?
Te l'ho detto: da Auretta.
 carina?
La sua bocca  un nido per gli amori.
Questo si sa.
E tu, Musetta, dove sei stata quando sei scesa dalla carrozza?
Sono stata alla stazione ad accompagnare Alessio che  andato a trovare i suoi.
E come  questo Alessio?
Ah, un delizioso ragazzo!
E pur camminando, Musetta e Marcello rifacevano senza saperlo, fra ironia e malinconia, le strofe di quella divina ode di Orazio che comincia donec gratus eram tibi, dove Orazio vanta a Lidia la sua nuova amante, e Lidia vanta ad Orazio il giovane di cui ella  ora invaghita; e tutti e due finiscono con l'aggiungere un'ultima strofa d'amore alla loro canzone. In quella passa una pattuglia di soldati; e Musetta fece finta di un grande spavento, e si aggrapp al braccio di Marcello: Mio Dio! I soldati! Ancora la rivoluzione. Non mi lasciare, Marcello, per carit.
E dove vuoi che andiamo?
A casa mia. Vedrai che bell'appartamento. Ti offro la cena, e parleremo di politica.
Grazie della cena, ma a casa tua non vengo. Non mi piace mangiare nel piatto degli altri.
Musetta non rispose niente. Rivedeva nelle memorie del passato la nuda, la povera, la fredda stanza del pittore. Ed ecco che passa un'altra pattuglia. Musetta  colta da nuovo terrore.
Fra poco cominciano le fucilate. A casa mia, no, non ci torno. Piuttosto fate una cosa: accompagnatemi da una mia amica che sta proprio nella via dove state voi.
Andarono; ma quando furono sul Ponte Nuovo, Musetta diede in uno scoppio di risa.
Be', che c'? domand Marcello.
C' che ora mi ricordo: la mia amica non sta pi qui.  andata a stare laggi lontano alle Batignolles.
E Rodolfo vedendosi apparire Marcello e Musetta stretti a braccetto, non fu punto meravigliato.
Con questi amori sepolti male, avviene sempre cos.
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CAPITOLO 16.
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Il passaggio del Mar Rosso.
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Da sei anni Marcello lavorava intorno al suo famoso quadro Il passaggio del Mar Rosso, e da sei anni la giuria del Louvre si ostinava a non volere ammettere questo capolavoro all'esposizione.
Cos a forza di andare e di essere respinto, questo quadro aveva imparato a camminare da s dalla casa del pittore al Louvre, e viceversa.
Marcello aveva rifatto ben dieci volte il suo quadro: tutto inutile! Ora Marcello diceva che quelli della giuria l'avevano con lui, e nei momenti di ozio egli aveva composto tutto un dizionarietto di atroci epigrammi in omaggio a questi venerabili giudici dell'Istituto di Francia, che avevano bocciato il suo Mar Rosso.
Questi epigrammi erano diventati popolari in tutti gli studi dei pittori e all'Accademia delle belle Arti. Sotto questo titolo Marcello s'era fatto un bel nome.
Credete voi che Marcello fosse avvilito per questo? Neppur per sogno. Il suo Mar Rosso era per lui, forse in proporzioni pi modeste, qualcosa da fare il pajo con le nozze di Cana, quel capolavoro che varca splendendo il corso dei secoli. Perci ogni anno, immancabilmente, Marcello inviava il suo Mar Rosso al Salon. Soltanto che per fuorviare la giuria, vi faceva qualche modificazione: cos un anno il Passaggio del Mar Rosso divenne il passaggio del Rubicone. Sventuratamente il Re Faraone fu riconosciuto sotto il manto di Giulio Cesare, e il quadro respinto. L'anno seguente Marcello gett una mano di biacca che doveva simulare la neve, schizz un pino, travest un soldato del Faraone da granatiere della guardia imperiale e battezz il suo quadro Il passaggio della Beresina.
Sventuratamente in quel giorno i signori accademici avevano pulito le lenti dei loro occhiali sui paramani del loro abito adorno. Riconobbero quel quadro ostinatissimo anche a cagione di un variopinto cavallo che si impennava come prima su la cima di un'onda del Mar Rosso; e la Beresina fu respinta al pari del Rubicone.
Non fa niente, disse Marcello. Il mio capolavoro pu aspettare. Lo mander l'anno che viene col titolo di Passaggio panoramico.
Eccellente idea, esclam Schaunard, cos saranno burlati, fottuti, e fregati; e accompagn le sue parole al piano in uno di quei suoi impeti dionisiaci di furore creativo che erano il terrore di tutti i pianoforti vicini.
E come possono respingere questo mio quadro,  diceva Marcello, senza che il rossore di tutto il Mar Rosso monti loro sul viso? Un quadro con cento scudi di colori, un milione di genio e tutta la mia giovinezza diventata calva come  spelato il mio cappello? Ma sar io a dire l'ultima parola; io seguiter a mandare il mio quadro fino all'ultimo mio respiro, e cos se lo incideranno nella testa.
Oh, mi piace,  disse Colline soavemente. Questo  un ottimo mezzo per fare le incisioni.
E Marcello continuava, e Schaunard musicava tutte queste leggiadre imprecazioni dell'amico.
Ah, non vogliono ricevere il mio quadro? E il governo li paga, li mantiene, d l'alloggio gratis a questi signori, e poi anche le croci e le commende per il bel gusto di rifiutare il mio capolavoro? Credono forse di spingermi alla disperazione? di farmi spezzare i pennelli? di farmi buttare gi dalla finestra? Essi non mi conoscono! Da oggi in poi il mio Mar Rosso diventer il loro incubo, la spada di Damocle, sospesa eternamente sul loro capo. Una volta per settimana, a ciascuno dei signori accademici, io mander a domicilio il mio Mar Rosso. Diventer la loro disperazione, distrugger la loro pace domestica, far diventare aceto il loro vino, strinato l'arrosto, furibonde le loro mogli. In breve diventeranno pazzi e quando devono andare all'Accademia, si dovr metter loro la camicia di forza. Quest'idea  molto simpatica.
Marcello dopo alcuni giorni non si ricordava nemmeno pi di questa sfuriata, quando ecco si present a casa sua quel tale che era chiamato, per soprannome, pap Medici; ed era un ebreo, certo Salomone, ben noto al tempo della mia storia a pittori ed artisti per i rapporti di commercio che aveva con essi. Era questo Salomone un uomo che aveva un suo genio negli affari. Sapeva comperare e vendere di tutto con suo grande profitto. La sua bottega era in piazza del Carosello, ed era una cosa fantastica perch vi si trovava di tutto. Ci che l'ingegno dell'uomo crea, che la natura produce, che la terra nasconde nel suo seno profondo, era soggetto di commercio per il nostro uomo: anche le idee!
Sissignore! Comperava anche le idee degli altri e o le sfruttava lui o le vendeva. Per gli artisti, pittori, scultori, scrittori era il buon Asmodeo, il diavolo zoppo (Altro  romanzo di Lesage).
Barattava un pacco di sigari per un articolo di giornale, un paio di pantofole per un sonetto, una scatola di sardine per una filza di motti bizzarri e di freddure. Era capace di dare alloggio e vitto a tutti i pittorelli senza pane n tetto, e li mandava a copiare per conto suo i capolavori del Louvre.
Il retroscena dei teatri non aveva misteri per lui: per mezzo suo era possibile far rappresentare una commedia, avere trattamenti speciali di favore. Aveva in testa i ventimila indirizzi quanti sono nell'almanacco; conosceva il recapito, i nomi, i segreti della vita privata di tutte le persone illustri e non illustri.
Alcune note ricavate dal suo brogliaccio bastano per dare un'idea del suo commercio, meglio di ogni spiegazione:
"Venduto al signor A il compasso di cui si serv il grande architetto Archimede durante l'assedio di Siracusa. Franchi 75."
"Comperata l'opera omnia del tutto intonsa dell'illustre ... membro dell'Accademia di Francia. Franchi 5."
"Venduta una recensione elogiativa su l'opera omnia dell'illustre ... membro dell'Accademia di Francia. Franchi 250."
"Venduto al signor ... il vaso di porcellana di cui si serviva Madama Du Barry, per i suoi bisogni particolari. Franchi 15."
"Venduta alla Signorina ... una magnifica treccia bionda. Franchi 36."
"Indicato al signor ... l'ora in cui la baronessa ... va alla messa. Idem, affittato per un giorno il piccolo appartamentino a pian terreno nel sobborgo di Montmartre. Franchi 30."
"Comperato per 5 franchi un credito di 150 franchi del letterato ...."
"Alla signorina ... procurato per sei mesi il credito presso madama X, la modista."
"A madama .. la modista procurata la clientela della signorina R."
"Affittato alla contessa ... un servizio da tavola di Sassonia. Franchi 20."
"Vendute al signor ... un pacchetto di lettere d'amore. Franchi 12."
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Credo basteranno queste poche note per comprendere come l'attivit commerciale del nostro giudeo non avesse limite. Ogni genere per lui era buono. Qualcuna di queste note non  un modello di onest; ma non per questo egli aveva avuto molestie da persona.
Appena egli fu entrato dove erano gli amici, gli bast uno sguardo dei suoi acuti occhietti per capire che arrivava in buon punto. Infatti era gran consiglio: si trattava di risolvere questo problema: Che cosa si mangia oggi? E l'appetito era grande, ed era domenica, ed era la fine del mese.
L'arrivo dell'ebreo fu salutato in liete grida, perch se quell'uomo si moveva, era per proporre un affare, e ci voleva dire: mangiare.
Buona sera, buona sera,  disse l'ebreo soavemente. Come va?
Tu, Colline, disse Rodolfo che si stava beatamente sdraiato sul letto, ademp ai doveri dell'ospitalit, offri una sedia al signore. In questo momento egli  nostro ospite, e ogni ospite  sacro; e a voi salute in nome di Abramo, di Esa e di Giacobbe.
Colline and a prendere una poltrona che era soffice come il ferro, e con voce umana come si conviene a chi offre ospitalit, disse:
Supponete, caro pap Medici, di essere in questo momento il tremendo console Cinna. Ecco la sedia curule.
L'ebreo stava per dire: "Ma come  dura questa poltrona!", quando, guardandola, la riconobbe: l'aveva data lui a Colline, e Colline in cambio gli aveva dato un discorso politico per un deputato che non era nato oratore.
Nel sedersi che fece l'ebreo, si ud un suono argentino che proveniva dalle sue tasche. Il dolce suono mand in estasi i quattro amici.
E Rodolfo disse con sommessa voce a Marcello: I primi accordi sono belli, ora sentiamo la romanza che canter l'amico.
L'ebreo, rivolto a Marcello, disse:
Io sono venuto qui non per altro che per fare la sua fortuna: io vengo ad offrirle una magnifica occasione di entrare trionfalmente nel tempio dell'arte. Voi tutti sapete, signori, che l'arte  il deserto, di cui la gloria  l'oasi.
Senti, caro, interruppe Marcello, in nome del tuo Dio che si chiama il cinquanta per cento, non divagare, metti fuori quel che vuoi dire.
S, aggiunse Colline, cerca di esser breve, come re Pipino il breve, che era un re conciso nel suo parlare, come tu sei circonciso.
La solita freddura di Colline fu salutata da un coro di obbrobrio.
Ecco di che si tratta, disse l'ebreo: esiste un grande signore che  innamorato dell'arte e vuole metter su una galleria di quadri, destinati a sbalordire il mondo. Io vengo ad aprirvi le porte di questo magnifico tempio. In altri termini, volete voi, Marcello, vendermi il vostro Passaggio del Mar Rosso?
A contanti?
Si capisce, rispose l'ebreo facendo suonare la musica argentina che aveva nelle sue tasche.
Sarai ben contento, disse Colline a Marcello.
Ma Rodolfo pieno di sdegno proruppe in queste parole: Bisogner metterti la cuffia del silenzio per farti star zitto, o pitocco! Qui si parla del vil denaro, lo sterco del diavolo, e tu non fremi? O miscredente nelle sacre Muse, o ateo della bellezza e dell'arte, tutto  venale per te, miserabile?
A tali parole Colline sal su di un tavolo prendendo l'attitudine buffa di Arpocrate, il dio del silenzio.
Non ci badate, pap Medici, disse Marcello, mostrando il suo quadro. Io vi lascio l'onore di fissare voi il prezzo di questo capolavoro che  senza prezzo.
Allora l'ebreo trasse di tasca e pos delicatamente su la tavola cinquanta scudi d'argento belli fiammanti.
Questa  l'avanguardia, disse Marcello. E l'esercito?
Signor Marcello, disse gravemente pap Medici, voi sapete bene che la mia prima parola  anche l'ultima. Io non vi do un centesimo di pi. Cinquanta scudi fanno centocinquanta franchi, che  bene una somma!
Miserie!, disse Marcello. Soltanto nel manto del mio Faraone vi sono cinquanta scudi di tinta azzurra. Pagatemi almeno la fattura, fate un'altra pila come quella, e io vi chiamer il gran Leone anzi il secondo papa Leone decimo.
Nemmeno un centesimo di pi, ve l'ho detto; ma se volete, pago la cena a tutta la compagnia, vino a volont, frutta e dolci a piacere.
Uno, due, due e mezzo. Nessuno dice di pi? Allora venduto!, grid Colline, battendo con le nocche sul tavolo come un venditore all'asta.
E sia, disse Marcello.
Domani mander a prendere il quadro, disse l'ebreo. Signori, andiamo: la cena  pronta.
E i quattro amici discesero le scale cantando il coro degli Ugonotti: "A cena! A cena andiam!"
L'ebreo fu splendido. Offr piatti inusitati per squisitezza ai palati dei quattro amici. V'erano anche ostriche, gamberi, aragoste, per le quali Schaunard concep una passione cos fervente che non pot vincere mai pi. La cena fin alle due del mattino con un'ebbrezza tale che Marcello passando davanti alla bottega del suo sarto lo voleva svegliare per dargli un acconto di centocinquanta franchi. Per fortuna Colline, a cui rimaneva un briciolo di ragione, pot dissuaderlo da tale sproposito. Fu soltanto una settimana dopo quest'orgia, che Marcello seppe quale era la superba galleria di quadri dove era entrato il suo Mar Rosso.
Passando a caso per via Sant'Onorato, Marcello vide gran gente ferma davanti ad un superbo negozio di salumeria, sopra la cui porta erano operai che mettevano a posto una insegna. Era Il passaggio del Mar Rosso. C'era stato aggiunto un piroscafo, e sotto la scritta di reclm: Al porto di Marsiglia.
Scoperta la tela, tutta la folla ruppe in applausi.
Vox populi, vox Dei, mormor Marcello.
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CAPITOLO 17.
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I vestiti delle tre Grazie.
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Voi dovete sapere che la signorina Mim aveva costume di dormire dolci sonni sin tardi. Ora una mattina si svegli che eran le dieci. Guarda, e Rodolfo non c'.
E la sera avanti Mim, dal letto, prima di addormentarsi, aveva visto Rodolfo a tavolino, intento ad un certo lavoro di commissione, che stava a cuore pi a lei che a lui; perch Rodolfo le aveva detto che con quel guadagno le avrebbe comperato un vestitino nuovo per la bella stagione, di una stoffa che lei aveva veduto esposta in un negozio, che era un famoso tempio della moda; e Mim, civettuola com'era, vi si recava spesso a far le sue devozioni.
Dunque molto stava a cuore a Mim che Rodolfo facesse presto a finire quel lavoro, e spesso posando la testolina su la spalla di lui, domandava seria seria:
Va avanti il mio vestito?
Sta' bonina:  gi fatta una manica.
E una notte sentendo ella che Rodolfo al tavolino faceva scricchiolare le dita; e cos aveva per costume quando egli era soddisfatto di s, si lev dal cuscino, e mettendo la testa fuori dal cortinaggio del letto:  finito il mio vestito? domand.
Guarda, cara, diceva Rodolfo, mostrandole quattro pagine di scrittura, fitta fitta, ho finito proprio adesso il corsetto.
Oh, che gioia, disse Mim: allora non ci resta pi che la sottanella! Quante pagine come queste ci vogliono per la sottanella?
Secondo; ma tu sei piccina e dieci o dodici pagine come queste, di cinquanta righe, possono bastare per una sottana discreta.
S, non sono molto alta; ma oggi le gonne usano molto ampie e sta male fare economia di stoffa. Io ci voglio di belle pieghe che facciano fru fru!
Bene, bene! Metteremo dieci lettere di pi per ogni riga, e cos faremo il fru fru.
E Mim si addormentava beata.
Ora Mim aveva confidato a Musetta e ad Eufemia il bel regalo che Rodolfo le aveva promesso; e le due fanciulle ne avevano parlato a Marcello e a Schaunard: , E voialtri non ci fate il regalo?
Ah, imprudente di Mim!
Senti, amor mio, aveva detto Musetta tirando i baffi a Marcello, se si va avanti ancora cos, tu bisogna che mi presti un paio di calzoni per andar fuori di casa.
E io? aveva detto allora madamigella Eufemia. E io? Ho la mia mantella che cade a brandelli.
To', dice Schaunard, ecco tre soldi. Prendi ago e filo e rammenda la tua mantella, cos, combini l'utile col dilettevole come dice Orazio il gran poeta latino.
E pur con tutto questo, Marcello e Schaunard convennero che quelle povere figliuole non avevano tutti i torti. Basta uno straccetto per farle graziose, ma questo straccetto pur ci vuole! D'altra parte adesso il lavoro delle sacre Muse ci frutta abbastanza: guadagniamo quasi quanto un onesto facchino.
S, io non mi lamento, disse Marcello; la pittura va d'incanto. Si direbbe di essere al secolo d'oro di Leone decimo.
Infatti Musetta m'ha detto che tu da una settimana lavori tutto il giorno: esci di casa al mattino e ritorni la sera. Hai proprio molto lavoro?
Mi  capitato un buon affare ed  stato pap Medici a farmelo avere. Pensa un po': vado in caserma a fare i ritratti ai granatieri. Somiglianza garantita per un anno, come per gli orologi. Per ora i granatieri sono diciotto ma forse avr tutto il reggimento. S, quando pap Medici mi pagher, perch io tratto con lui e non con i soldati, voglio fare un restauro ai vestiti di Musetta.
Ed io, disse Schaunard con fare indifferente, ho, che pare inverosimile, duecento franchi giacenti presso una banca.
Falli stare in piedi, per Dio!, disse Rodolfo.
S, fra qualche giorno, rispose Schaunard, e allora mi voglio regalare un bel vestito di nanchino e un corno da caccia che ho veduto e molto mi piace.
Ma come fai ad avere questo tesoro? domandarono Marcello e Rodolfo.
Adesso ve lo dico, e come si fu seduto fra gli amici, cos cominci gravemente a parlare:  inutile che lo nascondiamo a noi stessi: prima di entrare membri immortali dell'Accademia di Francia e di essere presi in considerazione dal Fisco, molto pan duro dovremo mangiare. D'altra parte noi soli non siamo, e abbiamo con noi queste care povere ragazze che dividono la nostra sorte...
Preceduta da un'aringa salata, interruppe Marcello.
Or bene, continu Schaunard, quando non si possiede nulla, come si fa a risparmiare, specialmente quando si  forniti di un eccellente appetito?
La conclusione? domand Rodolfo.
Questa: che noi avremmo torto per un mal'inteso orgoglio di rifiutare quel lavoro all'infuori della nostra arte che ci si offrisse per aggiungere un numero qualsiasi davanti allo zero della nostra potenza economica.
Lo dici a me? disse Marcello. Da quel gran pittore che io diventer, non mi sono io avvilito sino a fare il ritratto ai granatieri per pochi soldi?
E io? disse Rodolfo. Non sai tu che da quindici giorni prostituisco la mia Musa e le faccio scrivere in versi alessandrini un poema didascalico di protesi dentaria per conto di un dentista che paga il mio genio in ragione di quindici soldi per dodici versi, poco di pi che una dozzina di ostriche? Ma cosa volete? Prima di tutto la mia Musa  famelica. Vuol divorar versi ad ogni costo. Poi c' Mim: essa  pazza per gli stivaletti nuovi.
Quando  cos, voi, amici, concluse Schaunard, non mi condannerete se io vi dir quale  l'origine di questo torrente d'oro, rappresentato da duecento franchi.
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...
Ed ecco l'origine di questo tesoro.
Qualche settimana prima, Schaunard era andato da un editore di musica per sentire se avesse da dargli qualche lezione di pianoforte.
Proprio lei giunge a proposito, aveva risposto colui.  venuto poco fa un signore a domandarmi un pianista. Si tratta di una lezione coi fiocchi.  un lord inglese, e non vorrei sfigurare: lei  proprio capace?
Sono di prima forza, rispose Schaunard rizzandosi alteramente in piedi. Non sa lei che  da dieci anni che batto sui tasti? E se invece della mia faccia da imperatore, avessi l'aria macilenta, un polmone guasto, i capelli spioventi che hanno certi pianisti, e per giunta possedessi una redingote nera, sarei celebre come l'astro solare; e lei, caro signore, invece di domandarmi ottocento franchi per stampare la mia opera "La morte della donzelletta", verrebbe a casa mia ad offrirmi almeno tremila franchi, in ginocchio, sopra un vassoio d'argento.
Va Schaunard da quest'inglese, che si chiamava Birn. Ecco viene ad aprire un lacch in livrea blu, che lo presenta a un altro lacch in livrea verde, che lo consegna ad un terzo lacch in livrea nera, che lo introduce in una sala dove si trov di fronte ad un tale che stava dentro una poltrona tutto raccolto in s nell'attitudine di Amleto, meditabondo su la vanit umana.
Signore, io sono... cominciava a dire Schaunard, quando grida disperate, strazianti fermarono le sue parole.
Era un pappagallo sospeso in gabbia al piano sottostante.
Oh, la infame bestia, disse l'inglese balzando per terrore su la poltrona. Ecco chi mi far morire. E in quel momento una vocina si ud che disse: Canta, canta, tesoro mio!
E il pappagallo con la sua voce spaventosa cominci a cantare meravigliosamente come avesse studiato canto al conservatorio.
Questo pappagallo era la bestia favorita di una donna di teatro molto celebre, specialmente nella sua camera da letto; perch costei era una di quelle che non si capisce per quali ragioni siano quotate a prezzi cos favolosi alla Borsa dell'alta galanteria. Il nome di queste dame si trova segnato nel listino delle cene di lusso; ed esse formano, per cos dire, un dessert palpitante. Fossero almeno belline; e la cosa si capirebbe, ch tutto il male si ridurrebbe a finir in miseria dopo aver coperto queste creature di piume preziose e velluti. Ma quando la loro bellezza  comperata nelle botteghe dei profumieri, e il loro spirito non va pi in l di una canzonetta, davvero non si comprende come possano esservi gentiluomini che per degenerazione dei sensi elevino donne s fatte che il loro cameriere sdegnerebbe.
La signorina che io dico, era una di costoro. Si faceva chiamare Dolores e si diceva spagnola. S, spagnola del fango di Parigi!
Abitava un gran palazzo, andava superbamente in carrozza alle corse a Longchamp, conduceva gran treno di vita, dava balli a cui assisteva tutta Parigi. Ma che cosa era questa tutta Parigi? Era la raccolta di tutti gli oziosi che van dietro allo scandalo e alle maldicenze, i giocatori d'azzardo, gli impotenti del cervello e del braccio, gli eroi del vizio, i letterati che scrivono per sfruttare le penne d'oca che hanno su la schiena, i gentiluomini bacati, i cavalieri di ordini cavallereschi innominabili; e poi tutte le donne che si sono prostituite e che cinte di diademi la fronte e scialli preziosi su le spalle, si vedono nei teatri, e per le quali tuttavia si accendono le prime fiamme degli adolescenti, e le viole in primavera fioriscono.
Questa era la gente che si dava ritrovo nelle sale della signorina Dolores, la padrona del pappagallo.
Questo mirabile pappagallo era il terrore di tutto il vicinato. Sospeso al balcone, seguitava per tutto il giorno a parlare al pubblico. Qualche giornalista gli aveva insegnato alcune formule parlamentari, e il pappagallo parlava come un deputato. Sapeva anche a memoria il repertorio della sua padrona, e in caso di indisposizione, l'avrebbe ben potuta sostituire. E poich la padrona era poliglotta in quanto riceveva uomini senza riguardo di nazionalit, cos la odiosa bestia si esprimeva in tutte le lingue, e talvolta veniva fuori con espressioni e bestemmie da fare arrossire un gendarme.
Non dico che per qualche po' la eloquenza del bestiolo non fosse riuscita divertente, ma per tutto il giorno diventava cosa intollerabile. I vicini avevan mosso querela, ma la signorina Dolores aveva risposto che lei faceva il comodo suo. Ci furono anche onesti padri di famiglia che, scandalizzati dalle porcherie a cui il pappagallo li iniziava, si erano rivolti al padrone di casa minacciando di andarsene. Ma il padrone di casa era anche lui di quelli che quella sirena di mala femmina aveva saputo conquistare.
Ora l'inglese per tre mesi aveva portato pazienza, ma un bel giorno non potendone pi, nascose il suo furore sotto il contegno pi squisito e l'abito di gran cerimonia come avesse dovuto andare al castello di Windsor per rendere omaggio a sua maest la regina Vittoria. Si fece annunciare alla signorina Dolores.
La signorina Dolores lo accolse molto graziosamente e lo invit a colazione.
Ah s, molto volentieri, se io mangiare vostro pappagallo.
Quel pappagallo straordinario, subito, all'apparire dell'inglese, aveva intonato l'inno nazionale: God save the king.
Dolores si pens fosse quello uno scherzo, e atteggiava il volto a simulazione di sdegno e di sorpresa, quando lord Birn aggiunse:
Siccome io essere molto ricco, io fare prezzo vostro pappagallo.
Ma io non vendo il mio pappagallo...
E nemmeno io volere vostro pappagallo. Soltanto mettere qui sotto.
E mostrava i tacchi delle scarpe.
A questa uscita impertinente la signorina Dolores stava per rispondere come sapeva far lei, quando s'accorse che lord Birn portava al dito un diamante di valore inestimabile. Il fulgore di quel gioiello smorz subito il concepito sdegno, perch pens cos: "Non va bene inimicarsi con uno che porta un tesoro al dito mignolo" e perci disse:
Se il mio povero Coc le d noia, io lo metter di dietro, sul cortile, e cos non lo sentir pi.
L'inglese fece un gesto di soddisfazione.
Avrei per preferito...
Non dubiti, milord; dove metter il pappagallo, lei non sar disturbato.
Oh, bene, allora. Per io non essere milord, ma soltanto esquire. E fatto un breve cenno del capo, si accomiatava quando la signorina Dolores, che non dimenticava mai di fare i suoi affari, prese da un tavolinetto un pacco di biglietti di invito, e disse:
Questa sera  la mia beneficiata. Posso offrirle qualche biglietto?
E pensava cos: "io sono stata tanto gentile con lui, che certo lui compra i biglietti e viene a teatro. E se viene a teatro e mi vede vestita di rosa... E poi siamo vicini... Quel brillante faccio conto che sia l'avanguardia di un milione di sterline. Certo colui  molto brutto. Bah! Che importa? Far conto d'essere andata a Londra senza passare per lo stretto di Calais".
Domand il gentiluomo inglese:
A che servono questi biglietti?
Per venire a sentirmi a teatro.
E quanto costano?
Sessanta franchi l'uno: sono dieci. Ma non c' premura. Siamo vicini di casa e lei mi pagher quando verr a trovarmi un'altra volta.
Oh io non faccio affari a termine!, rispose l'inglese. Io pagare subito. E trasse dal portafogli un biglietto da mille e intasc i biglietti.
Allora, disse la signorina Dolores, sono quattrocento franchi che io le devo di resto,  e cos dicendo s'accost a uno scrignetto. Ma la prevenne quello stravagante di inglese dicendo: Oh no! Tenete resto per vostra mancia.
E le volt le spalle, lasciando lei sbalordita a villania cos nuova.
"A me il resto per mancia?" E stava per chiamare la cameriera e dirle: "Porta indietro a quella marmotta le sue mille lire", quando le parve che, via! per mille lire era un'impertinenza che si poteva incassare. Ne aveva incassate ben altre, e a prezzo molto minore! "E poi chi ha sentito? Nessuno. E non potrebbe darsi che, stravaganti come sono gli inglesi, avesse creduto di farmi un complimento?".
Ma quella notte, tornando a casa dal teatro, la signorina Dolores era fuori di s per la bile.
Lord Birn non era venuto affatto a teatro, e si vedevano dieci posti di proscenio tutti vuoti con grandissima gioia di tutte le amiche della signorina Dolores.
Le fiamme del furore le salivano alla faccia; apr la finestra, mise fuori il suo Coc, che si mise senz'altro a cantare, e lord Birn che dormiva, fu spaventosamente svegliato a mezzo la notte.
Da quel giorno fu guerra dichiarata fra donna Dolores e lord Birn; guerra senza quartiere, senza esclusione di colpi.
Il valente Coc impar subito la lingua inglese, nella quale rovesciava per tutto il giorno un sacco di insolenze contro il nobile signore.
Era una cosa intollerabile anche per la stessa signorina Dolores; ma ella sperava che un bel giorno colui sarebbe stato costretto a sloggiare; e questa era la sua vendetta. Alla sua volta lord Birn escogit un diavolo di rappresaglie.
Per prima cosa mise su in casa una scuola di musica a base di tamburi e tromboni. Ma intervenne la polizia; e dovette smettere.
Allora istitu un tiro a bersaglio nell'appartamento.
Secondo intervento della polizia: proibita la fucileria nelle case.
Ah, benissimo!
Senonch dopo otto giorni, la signorina Dolores s'accorse che dal soffitto pioveva.
Che cosa era successo? Lord Birn aveva mutato l'immenso salone soprastante l'appartamento della signorina Dolores in una vasca da bagno: un oceano in miniatura, perch non mancavano nemmeno i pesci.
Accorre il padrone di casa:
Ma che cosa fa lei?
Io fare bagni di mare. Proibito in Francia fare bagno di mare? Era molto piacevole fare bagni di mare in casa; ma se proibito, domani fare vuotare mio oceano.
Tutta Parigi, cio tutta quella gente oziosa e vana che io dico, sapeva di questa battaglia, e correvano anche scommesse. La signorina Dolores diceva furibonda: Vedremo chi vince!
Fu allora che lord Birn ide il pianoforte. Il pi spaventoso degli istrumenti contro il pi spaventoso fra gli animali! Compra un piano, prende in affitto un pianista.
Ed ecco Schaunard. Il nobile inglese gli racconta la sua mala ventura.
Ma perch, milord, disse Schaunard, non ricorre al prezzemolo? Il prezzemolo, a giudizio della scienza,  il tocca sana per ammazzare un pappagallo. Lei sparge il prezzemolo sui tappeti, poi fa scuotere i tappeti sopra la gabbia, e il pappagallo fa la fine di un cardinale invitato a pranzo da papa Brgia.
Pensato tutto questo del prezzemolo, rispose l'inglese, ma  che il pappagallo  stato corazzato da una cupola sopra la gabbia contro il tiro del prezzemolo. Il pianoforte  pi sicuro del prezzemolo.
Milord, le chieggo scusa, ma non capisco.
Capire subito. Mia signora Dolores dormire sino a mezzogiorno. Voi suonare sempre...
Ma  una cosa piacevole, specie ad un artista di teatro, il sentire della musica deliziosa, suonata sul pianoforte da un grande artista come sono io, perch soltanto che io avessi un volto emaciato, un polmone marcio, e la zazzera lunga, e un abito nero...
Oh, no voi suonare musica deliziosa. Voi pestare su quell'istrumento abominevole sempre stessa cosa. Pum, pum! Io conosco medicina. Mia signora Dolores presto diventar pazza. Leggi di Francia proibire scuola di tamburo, proibire tiro a bersaglio, proibire bagno in casa; non proibire pianoforte. Prego, signore, cominciate subito.
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Ed ecco, amici miei, concluse Schaunard, il mestiere che io faccio dalle cinque del mattino a mezzod. Sempre le stesse note: duecento franchi al mese, e fra pochi giorni mi sar pagato il primo mese. Capisco che non faccio dell'arte; ma il mio stomaco mi dice: va bene lo stesso. Primum vivere deinde philosophari, come dice Colline.
Fu dunque stabilito in segreto fra i tre amici, di aspettare che tutti e tre avessero riscosso il loro denaro in modo da poter tutti insieme regalare il bel vestito di primavera alle loro dame.
Or due o tre giorni dopo questo patto, Rodolfo aveva riscosso il premio del suo poema: cio aveva in tasca ottanta franchi.
Marcello aveva incassato da pap Medici la paga di diciotto ritratti di caporali dei granatieri, a sei franchi l'uno.
L'oro ci viene fuori da tutte le parti, dicevano Marcello e Rodolfo. Fa' presto, Schaunard! Noi non possiamo aspettare. Questa parte di Cresi in incognito ci  impossibile di sostenere pi a lungo. Ed ecco apparire Schaunard vestito a nuovo di un abito di nanchino color giallo-oro, che era uno splendore.
Spavento, esclam Eufemia, vedendolo: dove hai trovato quel vestito?
Fra la mia carta da musica.
Poi, chiamati in disparte gli amici:
Sono stato pagato. Ecco dell'oro.
Presto presto, disse Marcello, andiamo a comperare la roba per le nostre dame. Come sar felice Musetta!
Come sar felice Mim!, disse Rodolfo. Suvvia, non vieni anche tu, Schaunard?
E Schaunard parl cos: Amici miei, io credo che noi vestendo a nuovo le nostre dame facciamo un grosso sproposito. E non vi pare che Mim, Musetta, e anche la mia Eufemia, vestendo come figurini alla moda, non siano pi loro? E sta poi bene a noi giovani trattare le proprie amanti come fossimo vecchi bacucchi che si acquistano coi donativi le grazie delle donne? Io non dico mica questo per risparmiare i quattordici o diciotto franchi che ci vogliono per mettere a nuovo la mia Eufemia; ma io penso con terrore che Eufemia, quando avr un cappellino nuovo, non si volter nemmeno pi per salutarmi. Ah, sta cos bene una semplice rosa tra le chiome! Ehi, tu filosofo della malora, che ne pensi?
Penso, rispose Colline, che l'ingratitudine  figliuola del beneficio.
E d'altra parte, continu Schaunard, quando le vostre amanti saranno ben vestite, che figura ci farete voi cos male in arnese come siete? Io non parlo di me,  concluse pavoneggiandosi, che adesso, vestito come sono, posso presentarmi dovunque.
L'opposizione di Schaunard non valse tuttavia a far mutar proposito agli amici, e al d seguente, come ho detto nel principio di questo capitolo, Mim svegliandosi trov che Rodolfo non c'era pi.
Ma non pass gran tempo che se lo vide arrivare insieme con Marcello e Schaunard, seguiti da una modista e da un commesso di negozio, che portavano campioni di stoffa.
Apriva la marcia Schaunard suonando il corno che aveva comperato.
Mim chiam Musetta ed Eufemia, che stavano al piano di sopra:
Venite, venite a vedere quello che ci hanno portato!
Le due ragazze si precipitarono gi, e tutte e tre parevano impazzite dalla contentezza, rimirando quei poveri tesori di trine e di stoffe esposti davanti a loro.
Mim, presa da frenesia saltava come una capretta facendo svolazzare una sciarpa. Musetta batteva i cembali coi tacchi dei suoi stivaletti. Quanto ad Eufemia, si era messa a piangere dalla commozione e non faceva che ripetere:
Oh, Alessandro, Alessandro mio!
Passato il primo momento, di gioia, scelte che furono le stoffe e pagate, Rodolfo disse che i vestiti se li dovevano far loro, se volevano andar fuori domani a fare una scampagnata.
Che novit!, disse Musetta. Non  la prima volta che in un giorno ho comperato la stoffa, l'ho tagliata e l'ho cucita. Abbiamo tutta una notte davanti a noi, non  vero, ragazze?
E subito tutte e tre si misero al lavoro e per sedici ore non abbandonarono l'ago e le forbici.
Venne la dimane; ed era il primo di maggio.
Le campane di Pasqua avevano da poche settimane annunciato che la Primavera era risorta. Ed ella arrivava ridente gi dal cielo, lieve e beata come il giovane amante che va a piantare la rama fiorita alla porta della sua bella.
Primavera veniva e colorava d'azzurro il cielo, di verde tenero gli alberi, e al sole diceva: "Su, dormiglione, lvati dal tuo letto di pallide brume. Metti il tuo vestito d'oro, e annuncia al mondo che io sono arrivata".
E il sole gi camminava superbo su la terra come un gran re; e le rondinelle oltremarine eran tornate e riempivano l'aria di voli e di grida; e il biancospino fioriva, e le violette imbalsamavano le selve, e dalle selve venivan fuori gli uccelletti, e tutti portavano sotto le alucce una fiorita di belle canzoni.
Era la vera primavera dei poeti e degli amanti; non quella triste primavera infreddolita col naso rosso e i geloni alle mani, che non d alcun conforto al poverello seduto al focolare ove si raffreddano le ceneri del suo ultimo ceppo. I zeffiri, imbevuti di sole, portavano nella citt il profumo della campagna. Il sole feriva coi suoi caldi raggi alle finestre, e diceva agli infermi: "Aprite! Io sono la salute e la vita". Entrava nelle soffitte dove le fanciulle si rimiravano allo specchio innocente, e diceva: "Apri il balcone che io rischiari la tua bellezza. Ora  tempo che tu vesta il tuo abitino lieve, e il cappellino di Firenze, e calzi le leggiadre scarpette".
I boschetti dove si balla son tutti fioriti dei fiori novelli; e i violini sospiravano i loro accordi per il ballo.
Ed era il mattino, e Mim e Musetta ed Eufemia, che avevano lavorato fin tardi nella notte, ora si guardavano allo specchio, si giravano, si voltavano per dare l'ultimo tocco di grazia alle nuove lor vesti.
Tutte e tre erano graziose, e di simile foggia vestite; tutte e tre liete in volto per il loro sogno di bellezza che in quel giorno si era mutato in realt.
Ma la pi risplendente di bellezza era Musetta.
Ella diceva a Marcello: Mai io fui tanto felice! Io credo che il buon Dio abbia colmato in questo momento la coppa della mia vita con tutta la beatitudine che lui mi ha destinato. Allora non me ne resta pi! Bene, che importa? Quando non ce ne sar pi, noi la fabbricheremo, non  vero, Marcello?
Eufemia diceva: Andare in campagna mi piace, ma l chi potr ammirare il mio cappellino e il mio abito nuovo? Se andassimo in campagna per le belle vie di Parigi?
Erano le otto e tutto il vicinato fu messo in rumore per la trombetta di Schaunard, che dava il segnale della partenza.
Ed alla finestra tutti guardavano. Colline veniva solo in coda e portava gli ombrellini delle signorine.
Un'ora dopo tutta la allegra brigata si spargeva per la campagna.
Ritornando a casa alla sera, Colline che durante il giorno aveva adempito alle funzioni di tesoriere, fece il suo resoconto:
Rimangono in cassa ancora sei franchi.
Che cosa ne facciamo? domand Marcello.
Un'idea, disse Schaunard: Se comperassimo titoli di rendita?
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CAPITOLO 18.
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Il manicotto di Francine.
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Fra i bohmiens pi autentici della vera bohme io conobbi, or fa qualche tempo, un giovane scultore di grande ingegno il cui nome era Giacomo. Ma la cruda miseria gli si fece incontro e gli sbarr la via della gloria. Mor nel marzo del 1844 nell'ospedale di San Luigi, nella corsia Santa Vittoria, letto n. 14.
Nell'occasione che io pare era infermo di lunga infermit in detto ospedale, ebbi opportunit di stringere relazione con questo giovane.
Bellissima era la sua intelligenza, ma come un senso di pudore gli vietava di farne mostra. Nei due mesi che fummo insieme e nei quali la morte lo cull fra le sue braccia, non una parola di rimpianto o di lamento io udii uscire dalle sue labbra per morire cos, ignorato e incompreso.
Quella sua morte mi richiama alla memoria una fra le scene pi atroci che io abbia veduto in quell'albergo dei patimenti umani.
Il padre di questo infelice giovane, come seppe della morte del figlio, venne e non voleva pagare all'amministrazione dell'Ospedale i trentacinque franchi per riscattare il cadavere. Stiracchi ancora sul servizio funebre. Al momento di posarlo nella bara, l'infermiere domand ad un amico del defunto, che era l ad assistere, se avesse di che pagare il lenzuolo per avvolgerne il corpo. Quest'amico era povero anche lui, e si rivolse per la faccenda al padre del morto. Ma quel padre senza anima mont in furore e diceva che era tempo di finire di tormentarlo coi soldi.
Allora la suora di carit, guardando il cadavere, disse a quell'uomo dolcemente queste ingenue parole:
Oh, signore, come si pu seppellire cos questo povero giovane? Fa tanto freddo sotto terra! Gli dia almeno una camicia per non presentarsi cos nudo in paradiso davanti al Signore.
E quel padre diede cinque franchi all'amico, ma dicendo che andasse da un rivendugliolo a comperare una camicia di quelle usate.
La cagione di questa durezza di cuore mi fu spiegata pi tardi: suo padre non aveva voluto che il figliuolo si desse all'arte, e nemmeno davanti alla morte si era placato il suo sdegno.
Ma dove  Francine e il suo manicotto?
Adesso ve lo racconto. Francine era stata la prima e anche l'ultima amante di Giacomo, che aveva ventitr anni quando suo padre voleva che andasse nudo davanti al Signore. La storia di questo amore mi fu narrata da lui stesso, quando lui era il numero 14 ed io ero il numero 16 nella corsia di Santa Vittoria, un luogo poco allegro per morirvi. Ah, se io ti potessi raccontare, lettor caro, questa storia di Francine con le parole, proprio quelle, con cui me la raccont l'amico mio! Ma lsciami prima fumare una pipata in questa vecchia pipa di coccio che lui mi ha lasciato per sua memoria il giorno in cui il medico gli ordin di non fumare. E tuttavia la notte quando l'infermiere dormiva, Giacomo mi diceva: Dammi la pipa con un po' di tabacco. Sono cos lunghe le notti in quella sala, quando non si pu dormire e si soffre.
Mi basta una boccata, egli mi diceva e io lo lasciavo fare, e Suor Genoveffa quando passava in ispezione, faceva finta di non sentire l'odore del tabacco.
Ah, buona sorella! Come eravate buona, come eravate bella quando ci porgevate con la mano l'acqua benedetta! Vi si vedeva avanzar da lontano col vostro passo tranquillo sotto quelle volte cupe, ravvolta nei bianchi veli che si drappeggiavano su la vostra persona in cos belli ondeggiamenti che Giacomo, il mio povero amico, non si stancava dall'ammirarli.
Ah, buona suora! Voi eravate la Beatrice di quell'inferno. Le vostre parole di conforto erano cos soavi che noi spesso ci lamentavamo per il piacere di farci consolare da voi. Se l'amico mio non fosse morto, avrebbe scolpito per voi una Madonnina da mettere nella vostra cella, o buona sorella Genoveffa.
Ma il lettore dice che ci non  allegro e vuol sapere che cosa  questa faccenda del manicotto di Francine. E Francine poi dove ?
Vi domando scusa, miei buoni signori. Stavo fumando nella pipa del mio amico morto; ed essa mi ha tirato fuori di strada. S, capisco, il mio racconto non  allegro. Ma d'altra parte io non vi ho promesso di farvi ridere sempre. La bohme ha i suoi giorni di tristezza.
...
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...
Giacomo e Francine abitavano ad uno stesso piano in una casa nella via della Torre d'Alvernia. Lei sapeva che lui era un povero artista; e lui sapeva che lei era una sartina che era scappata di casa per sfuggire alle persecuzioni di una cattiva matrigna. Una dolce figliuola, innocente ancora; che lavorava tutto il giorno per vivere.
Ma non si eran scambiati parola. Or fu una sera d'aprile che Giacomo ritorn a casa stanco, avvilito, digiuno fin dal mattino. Provava una tristezza strana, indefinita, quella tristezza che coglie l'uomo che  solo.
Apr la finestra della sua piccola stanzetta. La sera era bella e melanconica, e il sole tramontando spargeva l'incanto dei suoi colori sopra la collina di Montmartre.
Cos rimase a lungo alla finestra ascoltando pensoso le voci misteriose della primavera che cantavano nel silenzio vesperale. La sua tristezza si faceva sempre pi profonda. Un corvo pass.
"Passato  il tempo che i corvi portavano il pane ad Elia, il buon eremita!"
E cos mormorando, Giacomo rinchiuse la finestra, tir la tendina, e poich non aveva di che comperare l'olio per la sua lampada, cos accese una candela, e riemp la pipa.
"Per fortuna, disse. che ho tanto tabacco da nascondere col fumo quella pistola".
Era il suo rimedio nei momenti di supremo sconforto. Versava qualche po' di oppio nel tabacco e fumava disperatamente finch il fumo nella piccola stanzetta velava tutto, specialmente una pistola che pendeva dalla parete.
Allora, quasi sempre, la Dea della Tristezza consegnava il giovane ad Ipnos, il sonno, il fratello di Tanatos. Ma in quella sera cos non avvenne, e la Tristezza cullava ancora l'infelice tra le sue braccia.
Invece Francine era molto allegra quella sera e della sua gaiezza non sapeva perch. Forse un piccolo regalo che il buon Dio fa qualche volta alle anime buone. Francine tornava dal suo lavoro, e salendo le scale, cantarellava non so quale canzone. Ma nell'entrare nella sua stanzetta, un colpo di vento dalla finestra aperta sul corridoio, le spense la candela.
Mio Dio, esclam, che seccatura! Adesso devo scendere gi sei piani per accendere il lume.
Ma vedendo un chiarore filtrare dalla porta di Giacomo, pens di andargli a domandare un po' di luce.
Sono di quei favori che fra vicini si scambiano sovente, e non compromettono nulla.
Batt piano due colpi alla porta di Giacomo.
Questi venne ad aprire meravigliato alquanto di quella visita ad un'ora cos insolita.
Ma Francine ebbe appena fatto un passo nella camera di Giacomo, che il fumo onde era piena la camera, la prese alla gola e cadde svenuta su di una seggiola s che il candeliere e la chiave della sua stanza le sfuggiron di mano. Era ormai mezzanotte e Giacomo per riguardo verso la fanciulla, pens bene di non domandare soccorso ai vicini. Spalanc le finestre, le spruzz con un po' d'acqua il volto, ed ella si riebbe, e disse perch era venuta chiedendo scusa del disturbo. Stava per uscire, quando s'accorse che non soltanto non aveva accesa la sua candela, ma non aveva nemmeno pi la chiave della sua camera.
Stordita che sono, esclam; ero venuta qui per accendere la mia candela, e me ne andavo al buio.
E cos dicendo accendeva la sua candela a quella di Giacomo; ma nell'aprire la porta la corrente del vento spense tutte e due le candele; e Giacomo e Francine rimasero al buio.
Sembrerebbe fatto apposta, disse Francine. Oh siate tanto gentile, signore, da accendere la candela, ed aiutarmi a trovare la mia chiave.
Certo, signorina, rispose Giacomo cercando cos a tastoni i fiammiferi; e li avrebbe trovati senz'altro, se un'idea bizzarra non gli avesse attraversato il cervello. Nascose i fiammiferi in tasca, dicendo:
Oh, ecco un'altra disgrazia: avevo un fiammifero solo e l'ho adoperato per accendere la mia candela quando son venuto a casa.
Mio Dio, esclam Francine, io posso entrare nella mia camera anche al buio; e la mia camera  poi tanto piccola che non mi ci posso perdere; ma, e la chiave? come faccio a entrare senza chiave? Deve essere per terra. Aiutatemi, di grazia, a cercarla.
Ben volentieri signorina.
Ed eccoli tutti e due in cerca della chiave; e come se un misterioso istinto li avesse guidati, le loro mani che andavano tastoni per terra, si incontravano ogni momento, e la chiave non la trovarono.
Disse Giacomo: La luna  nascosta dalle nubi, fra poco verr fuori e ci aiuter col suo pallido raggio a trovar la chiave. Aspettiamo un pochino.
E attesero che la luna uscisse fuor dalle nubi. Intanto si misero a parlare. Da principio furono parole vaghe, indifferenti; poi qualche accenno, Francine alla sua vita, Giacomo alla sua; ma voi capite, lettori cari, dove tutto questo pu condurre: prima di tutto perch nella stanza non ci si vedeva, poi perch la stanza era piccina piccina, e infine perch era una notte di primavera. Le parole si fecero a poco per volta titubanti, le voci lievi, spesso un sospiro saliva alle labbra in cambio delle parole. Pur troppo le mani spesso si incontravano e completavano il linguaggio che il cuore formava, e le labbra esprimevano.
Dove tutto questo possa condurre,  inutile che io ve lo dica. Cercate nei ricordi della vostra giovinezza. Ad un tratto la luna mostr la sua pallida faccia. Francine mand un grido di spavento.
Che c'? domand Giacomo recingendole col braccio la vita.
Niente, mormor Francine; mi  sembrato che qualcuno bussasse alla porta.
E senza che Giacomo se ne avvedesse, spinse col piedino sotto un mobile la chiave che la luna aveva illuminata.
Ella non voleva trovare la chiave della sua cameretta.
...
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...
Ma un lettore m'interrompe e dice: "Questo racconto mi pare che non vada bene come lettura per le mie figliole".
E un altro lettore dice: "Fino adesso io non ho veduto nemmeno un pelo del manicotto di Francine. Non so nemmeno come  fatta, e se  bionda o se  bruna".
Pazienza, signor lettore, pazienza! Io le ho promesso un manicotto e il manicotto glielo dar a suo tempo, proprio cos come Giacomo, l'amico mio, regal un manicotto a Francine che era diventata la sua amante, come gi avrete capito dallo spazio in bianco che io ho qui lasciato. Francine era bionda ed era di temperamento assai allegro. Aveva vent'anni e non sapeva che cosa fosse l'amore se non per un vago presentimento che la sua vita doveva essere breve e perci conveniva affrettare il mirabile tempo.
Conobbe Giacomo e l'am. Il loro amore dur sei mesi. Si conobbero in primavera, si lasciarono in autunno. Francine era ammalata di petto; lei lo sapeva e cos anche Giacomo.
Un amico di Giacomo, che era medico, glielo aveva detto alcuni giorni dopo che lui aveva conosciuto Francine: Se ne andr con le foglie. 
Ora Francine aveva udito, e vedendo il dolore del suo amico: Che importa a me, diceva sorridendo, delle foglie che cadranno? Siamo in estate, e le foglie sono verdi ancora. Non lasciamo fuggire quest'ora beata. Quando tu, amor mio, mi vedrai vicino alla dipartita, stringimi fra le tue braccia, dimmi: "Non te ne andare, Francine". Ed io ti ubbidir. Tu sai che io sono ubbidiente.
E cos questa gentilissima varc per sei mesi il mare delle miserie della vita di bohme con il sorriso e le canzoni su le labbra.
Giacomo s'illudeva, ma quel suo amico medico gli diceva spesso: Francine sta male, bisogna che si curi.
Allora Giacomo batteva le strade di Parigi per trovare di che comperare le medicine; ma Francine non ne voleva sapere, e buttava le medicine gi dalla finestra. La notte, quando la coglieva la tosse, ella usciva sul corridoio per non farsi sentire da Giacomo.
Un giorno ch'erano in campagna, Giacomo vide un albero le cui foglie erano ingiallite. Allora guard Francine che a lenti passi e con gli occhi sognanti gli camminava vicino.
E Francine vide Giacomo impallidire e indovin la causa del suo pallore.
Quanto sei bambino!, gli disse abbracciandolo. Siamo ancora in estate e prima che arrivi il novembre ci vogliono tre mesi. Amandoci come facciamo, notte e giorno, i tre mesi che ci restano da stare insieme, diventano sei. E poi? Se io star male quando cadon le foglie, andremo ad abitare sotto un pino che ha le foglie sempre verdi.
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Quando venne l'ottobre, Francine non pot levarsi dal letto, e quel tale amico di Giacomo l'aveva in sua cura. La loro cameretta era in alto, e dava in un cortile, dove c'era un albero, e dall'albero cadevan le foglie sempre ogni giorno pi. Giacomo, allora, mise una tenda alla finestra perch Francine non vedesse l'albero che si dispogliava. Ma Francine disse: Porta via quella tenda. Io ti dar tanti baci quante sono le foglie che vedo cadere.
Diceva anche: Mi sento meglio. Fra qualche giorno, voglio andare a spasso. Ma siccome far molto freddo, e io non voglio avere le mani rosse, cos tu mi comprerai un manicotto.
E pensava sempre a questo suo manicotto.
Venne la vigilia del d d'Ognissanti, ed ella, vedendo Giacomo pi afflitto che mai, per fargli coraggio, disse che si sentiva meglio e che voleva alzarsi. Si alz, infatti. In quella venne il medico, ed obblig Francine a tornare ancora a letto.
Giacomo, disse piano il medico all'amico, coraggio! Tutto in questo mondo deve finire, e Francine morir fra breve.
Giacomo ruppe in pianto.
Ora tu puoi, continu il medico, accondiscendere ad ogni sua domanda: speranza non c' pi.
E Francine con gli occhi intese quello che il medico aveva detto.
Non dargli retta, grid, non dargli retta! Non  vero quello che dice lui: domani, il giorno d'Ognissanti, noi andremo a spasso insieme, e siccome far freddo, tu Giacomo, m'andrai a comperare un manicotto. Te ne prego, amor mio, perch ho tanta paura dei geloni, quest'inverno.
E Giacomo stava per uscire col suo amico; ma Francine richiam il medico indietro, dicendo a Giacomo: Va, va a comperarmi il manicotto, e fa che sia bello e che duri assai tempo. E poi che fu rimasta sola col medico
Dottore, disse, io muoio, lo sento. Ma prima che io muoia, mi dia una medicina cos che io torni bella e forte per una notte soltanto, e poi me ne andr come vuole il Signore.
E come il medico la consolava, una foglia gialla, spinta dal vento, si pos sul suo letto.
Francine guard; l'albero non aveva pi foglie.
 l'ultima foglia!, E la ripose sotto il guanciale.
Non oggi, disse il medico.
Ah, grazie, signore, esclam Francine: allora ancora una notte e una notte d'inverno, che  lunga assai.
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Venne Giacomo e aveva con s il manicotto.
Come  bello!, esclam Francine vedendolo. Domani, quando vado a spasso, lo porter con me.
E trascorse la notte con Giacomo. Il d seguente, la festa d'ogni santo, un tremito la scosse tutta. Era la fine.
Ho freddo. Dammi il mio manicotto.
E metteva nel manicotto le sue manine.
La puoi baciare, disse il medico a Giacomo. E Giacomo pos le sue labbra su le labbra di lei e ve le tenne. Poi voleva toglierle il manicotto, ma ella si riscosse: No, lasciamelo, fa freddo. Ah, Giacomo, che cosa sarai tu senza di me! Oh, Signore Iddio abbi piet di lui.
E il d seguente Giacomo era solo.
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"Lo dicevo bene, mi dice il lettore, che questa storia non era affatto allegra". "Ma caro signore, ve lo avevo gi avvisato: non si pu mica ridere tutti i giorni."
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CAPITOLO 19.
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Mim ha di belle piume sul cappellino.
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Ah, Mim, voi non siete pi Mim! Voi non siete pi Lisetta! Mim, quella Mim,  morta! Oggi voi siete contessa, e domani, perch no? sarete duchessa. Il vostro piedino si  posato sui gradini della aristocrazia, la porta dei sogni finalmente si  aperta a due battenti, e voi siete entrata nel palazzo incantato. Ve l'avevo sempre predetto che voi avreste finito cos, e lo meritavate. Le vostre adorabili manine bianche non erano fatte per lavorare, ed ora siete contessa e domani sarete duchessa. Quale  di grazia il vostro blasone?
Ma io, scusate, preferivo quello di una volta; quegli azzurri, stellati occhi d'amore in quel bel viso pallido! Era lo stemma della giovinezza! Ma, nobile o plebea, voi siete pur sempre voi, Mim, ed io vi ho riconosciuta l'altra sera per via ch voi passavate svelta svelta, cos finemente calzata e con la mano guantata tenevate su il falpal della gonna, un po' per non insudiciarla, un po' per mostrare la sottoveste ricamata e la lieve calza di seta.
Che bel cappello avevate! E mi pareva che voi foste un po' incerta su la veletta. Portarla sollevata o abbassarla? Cos'era meglio? Perch se era abbassata, i vostri conoscenti non si sarebbero mai immaginato che dentro quella meraviglia di toletta ci stava la signorina Mim; e d'altra parte con la veletta su, chi avrebbe ammirato quel prezioso ricamo di Fiandra che da solo valeva tutti i vecchi vestiti? Ah, Mim! Pardon, signora contessa! Vedete che io avevo ragione quando vi dicevo: il vostro avvenire  ricco di belle stoffe, di brillanti, di cene eleganti, eccetera. E voi non mi volevate credere. Vedo che le mie predizioni si sono avverate, ed io valevo almeno quanto quel libricciattolo dell'Oracolo per le Dame che voi avete comperato per cinque soldi su le bancarelle del Ponte Nuovo e non vi stancavate mai di consultare.
Sono stato buon profeta, lo vedete! E mi crederete adesso se vi dico che andrete anche pi in l? Io vi dicevo che tendendo le orecchie nella lontananza del vostro avvenire, sentivo il nitrito di due superbi cavalli, e poi c'era una carrozza dipinta d'azzurro e tutta stemmata, e poi un cocchiere in parrucca bianca, e poi un lacch che abbassava la predella davanti al piccolo vostro piede e diceva: "Dove desidera andare, madama?" E mi crederete voi se io dico che pi tardi, ah, pi tardi che sia possibile, voi sarete tenitrice, a Belleville o alle Batignolles, di una casa da gioco clandestina, dove vecchi generali e ritinti diplomatici verranno a tentar le sorti del baccar e della zecchinetta? Ma prima che questo destino si compia e che il sole della vostra giovinezza tramonti, molti metri di preziosi velluti e di seta vi restano da consumare, molti patrimoni da liquefare nel crogiolo dei vostri capricci; molti fiori appassiranno fra le vostre chiome, molti fiori saranno calpestati dai vostri piedi, e molte volte il vostro stemma si cambier.
Noi vedremo brillare su la vostra fronte il tortile di baronessa, e poi la corona di contessa, e poi il diadema di marchesa. Il vostro motto sar questo: "Incostanza"; e come vuole capriccio o necessit, voi saprete accontentare uno per volta, o tutti in una volta insieme questi adoratori che faranno ressa nell'anticamera del vostro cuore, come la gente fa coda davanti alla porta del teatro dove si d una celebre rappresentazione. Bella  la via! Va' pur avanti, fanciulla cara! Quello per cui noi preghiamo gli dei  che tutti questi splendori d'oro e di seta non si trasmutino nel sudario funebre in cui sar avvolta la tua gioia di vivere.
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Queste parole parlava Marcello a Mim alcun tempo dopo che ella aveva lasciato Rodolfo per la seconda volta, e bench egli si studiasse con fine arte di nascondere lo scherno delle sue profezie, ben se ne avvide Mim e rispose cos:
Voi siete ben crudele con me, Marcello. E avete torto. Voi mi avete conosciuta quand'ero l'amante di Rodolfo, e sapete che io fui sempre una buona figliuola. Se l'ho lasciato,  colpa sua.  stato lui a mandarmi via, l sui due piedi. E anche gli ultimi giorni che sono stata con lui, come mi ha trattata! Ah, sono stata ben infelice! Voi non potete neppur lontanamente imaginare che uomo era Rodolfo: tutto furia e gelosia. Mi faceva morire a punte di spillo. Cosa importa se mi amava? Sapeste che vita! Non voglio farmi pi buona di quello che sia; ma ho sofferto tanto in quei quindici mesi. E poi lo sapete anche voi. Credete che sia stata la miseria a farmi andar via? Vi sbagliate. Mi ci ero abituata, e poi ve l'ho detto: fu lui a dirmi: "Va' via, non ti voglio pi; non ti voglio pi bene, cercati un amante".  arrivato persino ad indicarmi un ragazzo che mi faceva la corte. Si pu offendere di pi l'amor proprio di una donna? Io sono andata con quello l che m'ha detto lui. Non crederete mica che io ne fossi innamorata! I ragazzi gi non mi piacciono: sono noiosi e sentimentali come un organetto di Barberia. Del resto quello che allora  stato,  stato, e non mi pento affatto.
Adesso poi che sa che io sto con un altro e che mi trovo bene,  disperato. Chi l'ha visto m'ha detto che aveva gli occhi rossi di pianto. Me l'imaginavo! Ma gli potete andar a dire che  inutile che mi stia a venir dietro. Questa volta  finita per sempre.  molto che voi non vedete Rodolfo?  vero che  molto cambiato?
Ah, s; molto cambiato, purtroppo, rispose Marcello.
Figurarsi! Ma che ci posso far io? Peggio per lui. L'ha voluta lui. Del resto tutto ha un fine. Vedete, caro Marcello, di consolarlo un po'.
Se  per questo, datevi pace, Mim, rispose Marcello, l'amico mio, e che fu vostro,  gi ben consolato.
No, non  vero, caro, rispose Mim con una mossettina ironica, Rodolfo non si consoler cos presto come voi dite. Voi sapete in quale stato egli era prima che lo lasciassi per sempre. Era venerd, ed io non volli in quella notte dormire dal mio nuovo amante perch sapete bene che il venerd porta disgrazia.
S, va bene, Mim; ma in amore, no! In amore venerd porta fortuna.  il giorno di Venere. Pensate un po': dies Veneris.
Ma io non so di latino, ribatt Mim. E continu: Dunque io ritornavo dalla casa del contino Paolo, con cui era tutto stabilito oramai, e trovo Rodolfo che faceva su e gi la ronda davanti alla porta di casa. Era dopo la mezzanotte ed io avevo fame. Pregai Rodolfo d'andarmi a prender qualcosa. Torn con un po' di pane, una scatola di sardine, del formaggio e una torta di mele. Faccio finta di non vederlo, ma lo vedevo benissimo: era pallido come un morto, un brivido lo scoteva tutto e si aggirava per la camera come uomo che non sa che si fare.
Ad un tratto vide per terra le mie valige coi miei vestitini. Questa vista gli di un fremito. Per non vedere vi pose davanti il paravento.
Cominciammo a mangiare: ma io non avevo pi n fame n sete: come una morsa mi serrava il cuore. Era freddo, e non c'era da far fuoco. Il vento si ingolfava gi per la cappa del camino.
Che tristezza! Rodolfo mi guardava coi suoi occhi fissi. Pose la sua mano dentro la mia: tremava, era gelida, e nel tempo stesso scottava. Disse piano: Questa  la cena funebre dei nostri amori.
Io nulla risposi, ma non osai ritirare la mia mano.
Dissi infine: Ho sonno, lasciami dormire.
Allora Rodolfo mi guard: io mi ero per il freddo avvolta la testa in una delle sue cravatte. Egli me la tolse senza parlare.
Perch? Lascia: ho freddo.
Mim, Mim, mettiti la tua cuffietta.
Era una cuffietta a righe bianche e nere che io portavo nelle nostre notti d'amore. Era per l'ultima volta, e volli accontentarlo. Mi levai, andai a prendere la cuffietta che era in fondo di una valigetta; ma nel tornare a letto dimenticai di mettere il paravento come era prima. Rodolfo se ne accorse, e nascose ancora le mie robe dietro il paravento.
Buona notte, disse.
Buona notte, risposi.
Credevo che mi prendesse, e io mi sarei lasciata prendere. No, mi prese soltanto la mano e la baciava, e la sua mano stringeva forte la mia mano, e i suoi denti battevano per il tremito, ed egli era freddo come il marmo.
Cos con la mia mano nella sua, pos la sua testa su la mia spalla. La sentii bagnata di pianto. Mordeva le coperte del letto per non urlare, ma pur sentivo il suo cupo singhiozzare, e quelle lagrime calde prima, che poi si congelavano.
Se io avessi detto una parola, se avessi voltato la testa, avrei trovato la sua bocca. Non reggevo pi. "Ora muore, dicevo fra me, muore vicino a me, o impazzisce come fu gi l'altra volta" ve ne ricordate, Marcello? Stavo per avvolgerlo fra le mie braccia, coprirlo io di baci, quando mi ricordai delle sue parole: "Io non ti amo pi, Mim!". Ah, allora che importa? Se vuoi morire, muori. Mi assopii un po' per volta. Sentivo Rodolfo piangere a lenti singhiozzi. Tutta la notte pass cos. Quando apparve il giorno e vidi lui che io abbandonavo per buttarmi nelle braccia di un altro, rimasi atterrita, tanto egli era disfatto.
Lo vidi levarsi dal letto, ma ai primi passi vacillava come ebbro. Pur si vest in fretta, domand:
Dove sono le tue robe? Quando te ne vai?
Non so , risposi.
Se ne and senza salutarmi, senza stringermi la mano. Nulla! Cos ci siamo lasciati. Che colpo deve aver provato quando torn e vide la camera vuota!
Ero io presente, disse Marcello a Mim che ansava per quelle dolorose e lunghe parole. Fu la padrona di casa, che consegnandogli la chiave, disse: "La piccina  andata via".
"Lo so", rispose Rodolfo, ed entr nella sua camera. Io mi aspettavo una crisi di disperazione, ma non ne fu nulla. Disse soltanto: " troppo tardi per andare a cercare un'altra camera. Sar per domani". E siamo andati a pranzo.
Pensai che si volesse stordire col vino; ma non ne fu nulla. Siamo andati in una trattoria dove spesso voi, Mim, andavate con lui a mangiare; e ordinai una bottiglia di Beaume.
E Rodolfo allora disse: "Bottiglie parecchie di questo vino di Beaume abbiamo bevuto a questa tavola, Mim ed io. Quando era vuoto il bicchiere, ella me lo tendeva ancora dicendo: "Dammi un altro po' di Beaume, esso  un baume (balsamo) per il mio cuore." Un bisticcio un po' volgare, non ti pare, Marcello? Degno tutt'al pi dell'amante di un attore da operetta. Per beveva forte, Mim". Allora cercai distrarlo dai ricordi di voi parlando d'altro, ed egli non pi torn sul passato del vostro amore. Trascorremmo insieme la sera. Egli era tranquillo, senz'ombra di affettazione. A mezzanotte rincasammo. Allora Rodolfo mi disse: "Tu ti meravigli, forse, della mia calma ma ti faccio un paragone: tu dimentichi di chiudere il rubinetto dell'acqua, e la mattina non ce n' pi. Cos  del mio cuore: esso ha pianto tutte le sue lagrime! Credevo di averne di pi. In una sol notte sono rimasto a secco.  una bella disgrazia. Ora in quel letto dove  molto se la notte scorsa io non morii dal dolore vicino ad una donna insensibile come pietra, proprio in quest'ora mentre lei poser la sua testa sul guanciale di un altro letto, vicino ad un altro uomo, io mi butto come un facchino che ha finito la sua giornata di lavoro".
"No, finge , pensai tra me: appena sar io uscito di qui si sbatter la testa contro il muro per la disperazione".
Uscii tuttavia, e salito che fui nella mia camera, mi coricai. Alle tre dopo la mezzanotte mi parve di sentire del rumore nella camera di Rodolfo. Discesi in fretta pensando chi sa che cosa.
Ebbene? domand Mim.
Rodolfo dormiva in pace e il suo letto era composto.
Lo credo, disse Mim, la notte precedente non aveva dormito. Ma e il d seguente?
Il d seguente Rodolfo venne a svegliarmi e andammo a trovare altre due camere dove pigliammo alloggio la sera stessa.
E, domand Mim, che cosa ha fatto, che cosa ha detto quando abbandon quella camera dove ci eravamo amati tanto?
Ha fatto tranquillamente le sue valige, poi avendo trovato in un cassetto un paio dei vostri guanti e delle lettere...
Ebbene?
Le lettere le butt nel caminetto, e i guanti gi dalla finestra; ma cos, naturalmente, senza posa.
Ho piacere che sia cos, disse Mim. Meglio per lui; ma credete, Marcello, il suo cuore  infranto.
Sar infranto, cara Mim, rispose Marcello; ma siate certa che i suoi pezzi sono ancora in buono stato.
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Cos si lasciarono. E Mim torn presso il signor contino Paolo, che molto si dolse del suo ritardo, e seduto alle sue ginocchia le tubava come un piccioncino la sua solita canzone, che ella era pallida come la luna, soave come un'agnella e che lui la adorava specialmente per la bont della sua anima.
"Ah, pensava Mim, sciogliendo le brune chiome su le spalle, Rodolfo mi amava per qualcosa di meglio."
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Ora Rodolfo, cos come Marcello aveva detto, era del tutto guarito dalla sua passione per Mim, o almeno pareva. S'era fatto tanto bello ed elegante che nemmeno il suo specchio lo riconosceva pi.
"Ho proprio paura che quell'uomo si ammazzi per me", andava dicendo Mim.
Ma chi vedeva Rodolfo cos sereno e tranquillo faceva tutt'altro pensiero.
Sapeste, Rodolfo, diceva una signorina che era la confidente di Mim e vedeva Rodolfo ogni tanto, sapeste come  felice Mim col suo contino! Che vita da gran signora ella conduce. Son pazzamente innamorati tutti e due. Un solo pensiero la preoccupa: che voi la andiate a cercare. Ma badate che sarebbe pericoloso per voi: il contino  geloso come una tigre, e maneggia la spada stupendamente.
Dite, dite a Mim, rispondeva sorridendo Rodolfo, che dorma in pace i suoi sonni. Io non turber la sua luna di miele, e quanto al contino, stia pur sicuro che per causa mia non lever la sua durlindana dal fodero. Lascio che poppi fin che vuole al seno delle illusioni d'amore.
E perch l'amica riferiva queste cose a Mim, ella diceva: S, s, staremo a vedere.
Ora Rodolfo era lui per primo meravigliato come l'oblio fosse cos presto successo a tanta passione.
L'oblio che gli amanti traditi invocano, e che quando viene, respingono, era stranamente piombato entro il suo cuore. Il nome di Mim cadeva nella sua memoria senza pi un'eco. Lui che ricordava tante cose lontane della sua vita, cercava quasi di raffigurarsi ancora Mim e non la vedeva pi. Dove erano quei begli occhi celesti? Dove quelle manine delicate e bianche che pure avevano spezzato la sua vita? Come era il suono della sua voce nelle sue strida di collera, nel delirio soave della volutt? Cercava di ricordarla, e non la ricordava pi.
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Avvenne un giorno che un suo amico, poeta anche lui, avendo visto Rodolfo per via, che camminava a gran passi, agitando il bastone e con un non so che di smarrito e triste nel volto, gli disse porgendogli la mano: Su, coraggio, povero amico: capisco che tu soffri, ma questo era un punto a cui bisognava arrivare. Meglio prima che dopo. Fra tre mesi sarai guarito.
Guarito? disse Rodolfo. E chi  mai stato ammalato?
Via, andiamo!  inutile che tu faccia l'eroe. La tua storia la sappiam bene, e del resto  ben naturale; e se anche non si sapesse, la si leggerebbe nel tuo volto.
Vi sbagliate, caro amico: io posso benissimo essere triste, anzi molto triste, ma la causa della mia tristezza  un'altra: io aspettavo oggi il mio sarto con un abito nuovo, e non  venuto.
Cattiva scusa, disse l'amico ridendo.
Niente cattiva scusa. Pi che buona! Adesso vi spiego.
S, il ritardo di un abito produce quella faccia l! Via, Rodolfo.
Ma voi sapete benissimo che una piccola causa basta per produrre grandi effetti: questa sera avevo una visita e devo rinunciarvi perch non ho il vestito da sera. Vi persuade?
Ma nient'affatto. Quello che non capisco  perch tu voglia fingere con me.
Amico mio, disse Rodolfo, e io non capisco come voi siate cos ostinato. Io questa sera ho perduto un'occasione preziosa, e ho gran dubbio se la potr riacquistare mai pi. Questa sera io avevo appuntamento con una amabile donnina in una casa dove si balla. Di l, l'avrei condotta a casa mia, se la strada era pi corta, invece che a casa sua. Ma per andare a quella festa ci vuole l'abito: io non l'ho perch il mio sarto mi ha mancato di parola, cos che la graziosa donnina invece di me trover un altro, e cos io non la condurr n a casa mia, n a casa sua, ma sar probabilmente un altro a condurla. Adesso avete capito?
Sia anche: allora tu sei uscito dalla padella e vuoi cadere nella brace? Del resto quando ti ho incontrato, mi  parso che fossi in attesa di qualcuno.
Pu darsi.
Non  qui dove abita la signorina Mim?
E per questo? Lei  al polo nord, ed io al polo sud. No, non aspettavo Mim. A quest'ora lei sta accanto al fuoco a prendere lezioni di grammatica e di moralit dal contino Paolino, che si  proposto di condurre quella traviata fanciulla sul retto sentiero della virt. Mio Dio! Come me la guaster quella povera figliola! Credete, amico, io non ero qui in traccia di Mim, ma di un'altra.
Di cui gi sei innamorato?
Si capisce: il mio cuore  una camera ammobiliata: appena un inquilino va via, metto fuori il cartello con l'appigionasi. Del resto  una bella camera.
E quale  il nuovo inquilino?
Adesso vi racconter: quando Mim mi lasci, io dissi: il mio cuore  morto. Aveva palpitato tanto che c'erano tutte le ragioni per crederlo morto. E se  morto, seppelliamolo. Ma prima celebriamo un banchetto funebre. Invitai gli amici: essi dovevano prendere un aspetto funerario, le bottiglie dovevano avere il crespo nero attorno al collo.
Un mio amico aveva condotto con s una donna, ancor giovane e assai piacente, da poco tempo lasciata dal suo amante. Ella era a conoscenza della mia storia, perch quel mio amico, che suona assai bene il violino del sentimento, gliela aveva raccontata.
"Bevete, cara amica, anche voi, le dissero, all'eterno riposo del povero cuore del poeta Rodolfo."
Ella invece lev il bicchiere e disse: "Bevo alla sua resurrezione."
E mi lanci un'occhiata incendiaria. Il mio cuore si muove, esclamai stupefatto. Allora non  morto.
Chi ? Come si chiama costei?
Non so, non importa. So che  tutta gioia, che  la salute dell'anima mia; so che  sana e forte e che  la salute del mio corpo.
Ed  bella?
Bellissima, di carnagione specialmente. Pare dipinta dal Watteau:
Ella  bionda e i suoi occhi ammaliatori
appiccano l'incendio a tutti i cuori,
fra cui il mio.
Una bionda? Mi fa meraviglia.
Sia, ma sapete che sono stanco del colore ebano e avorio?
E Rodolfo si mise gaiamente a sgambettare cantando:
Noi balleremo a tondo,
evviva il color biondo!
come le spighe d'oro
 bella, ed io la adoro.
Povera Mim" disse allora l'amico. Dimenticata cos presto!
A questo nome di Mim, Rodolfo ritorn come in s da quella sua gaiezza, e si mise a raccontare come Mim e lui si eran lasciati: il terrore che lo aveva invaso quand'ella era partita, perch gli pareva che lei si portasse via tutta la sua vita e la sua giovinezza.
Poi s'avvide che no, non era cos. Al primo sguardo d'amore di un'altra bella donna il suo cuore aveva ripreso a palpitare. Il dolce oblio era sopraggiunto senza che nemmeno lui lo invocasse, e nel mare dell'oblio, il suo dolore si era annegato.
Non  questo, un miracolo?
No, Rodolfo, rispose l'amico poeta, quello che  accaduto a te,  accaduto anche a me. Noi poeti quando amiamo una donna, non la vediamo soltanto con gli occhi dell'amante, ma con gli occhi del poeta. Come un pittore getta su di una povera sgualdrina di modella un manto imperiale o un velo stellato, e ne fa un'imperatrice o una santa, cos facciamo noi.
Oh, noi poeti abbiamo a dovizia di manti imperiali e di veli stellati! E cos di sogno circondiamo queste povere creature, e amiamo in loro il nostro sogno, e parliamo loro il nostro linguaggio: ma  una favella ben sconosciuta per loro!
E se questa creatura che noi adoriamo si leva ella stessa da s queste bende, e appare quale essa  realmente, noi ci rifiutiamo di credere, e le riponiamo ancora quel velo, quelle bende e diciamo: "ma no, tu sei cos!" E se ella ci prende la mano e se la pone sul suo cuore e ci fa sentire proprio che il suo cuore fa tic-tac tranquillamente a bassa pressione, oggi, come ieri, come domani, perch il suo cuore non pu battere che cos, noi diciamo: "Non  vero! Il tuo cuore palpita dell'immensa passione per cui palpita il mio cuore"
E infine, infine quando la benda ci cade dagli occhi e noi ci accorgiamo del nostro errore, noi le diciamo: "va via! va via, ma lasciaci la porpora d'oro e il velo stellato dei nostri sogni".
Ella invero non sa che farsene; e noi allora ne incoroniamo la prima donna che passa per la nostra strada.
Spaventosi egoisti noi siamo, che amiamo l'amore per l'amore, e qualunque vaso  buono pur di bere questo divino liquore; perch che importa il bicchiere, se dentro vi trovo l'ebbrezza?
Questo che dite, amico,  una verit solare, come due e due fanno quattro, disse Rodolfo.
E appunto perch  vero,  anche triste. Addio.
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Due giorni dopo Mim venne a sapere che Rodolfo aveva una nuova amante, e domand a Marcello: Le bacia le mani come faceva a me?
Non soltanto le mani, ma anche i capelli.
Ah, perch, esclam Mim, non faceva cos anche con me? Saremmo rimasti attaccati per i capelli per tutta la vita. Ma credete proprio che non mi voglia pi bene?
Mah! E voi? Gli volete ancora bene?
Io? Ma io non l'ho amato mai.
S, voi l'avete amato. Quando il cuore delle donne si accorge di essere un cuore, voi l'avete amato.
Adesso lui ama un'altra donna.
E per questo? Voi col tempo sarete per lui come uno di quei bei fiori, freschi e profumati, che si chiudono fra le pagine di un libro, e poi si ritrovano morti, secchi, scoloriti; eppure un vago profumo conservano ancora!
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Una sera Mim cantarellava a bassa voce una canzonetta, e il suo amante, il contino Paolino, le disse:
Cosa cantate, Mim?
L'orazione funebre dei miei amori con Rodolfo: l'ha scritta lui qualche giorno fa:
Nel borsellino un soldo non c' pi.
Perci tu te ne vai, vero, Mim?
E senza piagnistei ci siam lasciati,
molti giorni felici abbiam passati.
Senza contar le notti! Oh, dolce amore,
non t'affliggere, sai! Ben pi valore
ha un solo istante di felicit
che tutto il tempo dell'eternit.
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CAPITOLO 20.
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Le bizzarrie di Musetta.
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Non so se il lettore si ricorda pi che Marcello vendette il suo quadro del passaggio del Mar Rosso all'ebreo, che ne fece un'insegna per un salumaio. E l'ebreo aveva offerto un gran pranzo a tutta la compagnia, e costoro destandosi al mattino, non ricordavano pi quello che era successo. Sonava mezzod alla parrocchia vicina, e si riguardarono l'un l'altro melanconicamente sorridendo.
Ecco, disse Marcello, il sacro bronzo che chiama a tavola i buoni cristiani.
Tutta la gente ordinata e savia a quest'ora, conferm Rodolfo, entra nella sala da pranzo.
Allora diventiamo gente ordinata e savia anche noi,  disse Colline per cui ogni giorno era consacrato a Santa Pappatoria.
Ah, fontane di latte della mia dolce balia, ah, i quattro pasti della mia infanzia, dove siete voi mai?  esclam Schaunard sul motivo di una melanconica canzone.
E pensare, esclam Marcello, che a quest'ora vi sono almeno cento mila costolette che arrostiscono su la gratella!
E dove metti tu i rosbif? aggiunse Rodolfo.
E proprio in quell'ora si udivano gli ordini dei camerieri in cucina da una trattoria che era gi nella strada.
State zitti, mascalzoni, diceva Marcello. Ogni vostra parola mi trafigge... lo stomaco.
Vedete, amici" disse Colline, quella banderuola di ferro lass, su quel tetto? Il vento spira da nord. Oggi, mi dispiace, non si mangia. Invece quando il vento spira da sud, allora  baldoria.  una osservazione dovuta ai miei profondi studi di filosofia.
Dio, che c'? esclam improvvisamente Schaunard. Aveva egli a caso messo la mano in fondo di una fra le sue immense tasche, e la aveva tirata fuori pieno di spavento con un gambero vivo che si era con le branche attaccato alle dita.
Al grido di Schaunard, aveva risposto un altro grido: quello di Marcello, che per istinto mettendo anche lui la mano in tasca, aveva scoperto i centocinquanta franchi che pap Medici gli aveva dato per il suo Mar Rosso; e non ci pensava pi.
Allora tutti si ricordarono.
Presentate le armi!, disse Marcello mettendo in mostra i trionfali scudi d'argento, fra i quali v'era anche qualche moneta d'oro.
Questi luigi d'oro, esclam devotamente Rodolfo, sembrano occhi di soli. Quando io sar re non voglio altro conio che d'oro, con l'immagine di Mim.
E dire che in America vi sono i sassi d'oro, esclam Schaunard. E i selvaggi di quel paese vendevano quattro sassi per un soldo!
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E poich ognuno dei quattro amici ebbe reso dbito omaggio a quell'oro inatteso, Ma, e questo gambero da dove viene? domand Marcello vedendo il nobile crostaceo camminare per la stanza.
Mi pare, se ben mi ricordo, disse Schaunard, che ieri sera sono stato nella cucina di pap Medici. Mi sar caduto in tasca; e gi che c', me lo voglio addomesticare. Lo dipinger di rosso e mi terr compagnia. Da quando Eufemia se ne  andata, soffro di malinconia.
Amici, disse Colline, vi prego di osservare che la banderuola ora  voltata verso sud. Noi faremo colazione.
Lo credo bene, disse Marcello prendendo una moneta d'oro.
Si discusse molto su le pietanze da ordinare.
L'omelette souffle proposta da Schaunard, fu scartata senz'altro, e cos i vini bianchi.
Il primo dovere d'un vino, disse Marcello,  di essere rosso. Non parlatemi di vini bianchi.
Tuttavia lo sciampagna... fece Schaunard.
Nient'altro che una limonata fatta bene. Io darei tutte le cantine di pernay per una bottiglia di vino di Borgogna. D'altronde non vi sono ragazze con noi che bevan sciampagna.
Schaunard e Colline scesero gi nella trattoria ad ordinare il pranzo.
E se accendessimo il fuoco? disse Marcello.
Il caminetto, disse Rodolfo, sarebbe molto meravigliato; ma la stagione ce lo permette. Colline, fa venir su della legna.
La legna venne, e Marcello cercando in un cassetto della cartaccia per accendere il fuoco, trov questa lettera. Un fremito lo scosse ravvisando i caratteri. Si appart dagli amici e lesse. Era una lettera di Musetta, scritta col lapis e datava un anno fa. Eccola:
"Amico mio, non ti dar pensiero, ritorno sbito. Sono andata fuori un po', per riscaldarmi. Capirai: questa camera  una Siberia e dalla finestra soffia una brezza gelata che porta con s cattivi pensieri.  meglio che non te li racconti. Vado a dare una occhiata ai negozi di moda, dove sono esposti velluti bellissimi. Aspettami per l'ora del pranzo. Ciao. Musetta".
Povera ragazza!, sospir Marcello e nascose quella lettera in tasca.
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A questo punto che io dico tutti i quattro amici erano vedovi delle lor dame, fuorch Colline la cui amante si occultava sotto il pi profondo incognito.
Eufemia se ne era andata per amore di un vestito di seta che un tale le aveva pagato, e fu s contenta che le parve morire dalla gioia.
Musetta era scomparsa nel turbine luminoso della galanteria.
Di Mim, Rodolfo non aveva pi notizia se non la voce del suo cuore che gli parlava di Mim quando lui era solo.
Brill la fiamma del caminetto, e gli amici stuzzicavano l'appetito col preparare la tavola, quando fu udito Marcello che stava meditando in un canto, dire cos a voce alta: 
Ah, so ben io dove trovarla.
Gli era venuto a mente il recapito di una fanciulla che era amica intima di Musetta.
Trovare chi? domand Rodolfo. Be', che fai adesso?
Niente. Scrivo una lettera urgente. Me ne ero dimenticato. Ora sono da voi.
E Marcello scrisse cos:
"Creatura mia, c' in casa molto denaro. Un colpo di fortuna fulminante me lo ha portato. In casa si prepara un pranzetto coi fiocchi, con vini squisiti e col fuoco nel caminetto come fossimo pingui borghesi.
"Vieni anche tu. Troverai Colline, Rodolfo e Schaunard. Tu, dopo le frutta ed i dolci, canterai le tue canzoni perch sta certa che vi saranno frutta e dolci. Siccome siamo a tavola,  molto probabile che ci resteremo almeno per otto giorni, quindi non temere di arrivare in ritardo.  tanto tempo che non ti ho sentita a ridere!.. Rodolfo ti far bei madrigali, e noi berremo al nostro amore defunto, salvo il caso di risuscitarlo. Fra me e te l'ultimo bacio non  mai l'ultimo! Ah, se non fosse stato cos freddo nella mia camera, tu non mi avresti lasciato!
"Tu mi hai tradito per una fascina! Gi, tu temevi di far le mani rosse. Hai avuto ragione ed io non me ne sono avuto a male. Ma finch arde il fuoco sul mio focolare, vieni a scaldarti.
Marcello"
E scritta che ebbe questa lettera, altra ne scrisse a damigella Sidonia, pregandola di fare recapitare a Musetta l'accluso biglietto. E scese le scale per consegnare la lettera al portinaio, che facesse la commissione. Il portinaio, nell'atto che Marcello lo pagava per la sua commissione, s'accorse che aveva in mano monete d'oro e subito corse dal padron di casa: Signore, signore, disse, l'inquilino del sesto piano ha del denaro, l'ho visto io;  quello che non paga mai l'affitto e mi ride in faccia quando io gli porto la ricevuta. Vada su lei da lui, questo  il momento buono.
S, s, adesso ci vado.
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Ora damigella Sidonia era in casa, e ricevendo la lettera di Marcello, mand sbito la sua cameriera da Musetta.
Ella abitava allora un grazioso appartamento nella Chausse d'Antin, e quando le fu recapitata la lettera non era sola, e per la sera doveva recarsi ad un pranzo di molto riguardo.
Che miracolo!, esclam Musetta, scoppiando in una pazza risata.
Che cosa vi capita? le domand un bel giovane che era con lei, dritto e severo come una statua.
 un invito a pranzo.
E pensate di andarci?
Altroch!
Ci andrete un'altra volta. Questa sera sarebbe una scortesia: siamo invitati altrove.
Un'altra volta? ma vi pare?  Marcello che mi invita, un'antica conoscenza. Un'altra volta? Ma sapete che a casa sua un pranzo sul serio capita cos di raro come l'eclissi della luna?
E avete il coraggio di dirmi tutto questo in faccia?
A chi volete che lo dica? Al Gran Turco?
Ma la vostra franchezza, cara Musetta, supera ogni limite.
Ma voi sapete bene che io non sono come le altre.
Ma che figura ci faccio io se vi lascio andare dove voi dite di andare?
Caro signor mio, rispose Musetta, voi mi conoscevate prima di prendermi, sapevate che io ero piena di bizzarrie, e che se avevo una voglia nessuno  mai riuscito a farmela rientrare.
Ma ci son voglie e voglie...
Caro amico, io vado da Marcello, e si metteva il cappellino. Se voi per questo volete lasciarmi, fate voi. Marcello  il solo che io ho amato, ed  tanto caro, tanto gentile che se il suo cuore fosse stato d'oro, lo avrebbe fuso per regalarmi dei gioielli. Povero Marcello! Leggete questa lettera. Appena ha un po' di fuoco, mi invita per andarmi a scaldare. Ah, se non fosse cos pigro, e se non esistessero trine e velluti! Come sarei stata felice con lui! Egli possedeva l'arte dei dolci tormenti, e fu lui che per le mie canzoni mi diede il nome di Musetta. Se io vado da lui, potete esser sicuro che ritorner, seppure voi non mi chiuderete la porta in faccia.
Pi chiaro di cos che non mi volete bene,  impossibile dire, disse il giovane.
Via, mio caro, rispose Musetta, voi avete troppo spirito perch valga il conto di discutere su quest'argomento. Voi mi amate come amate i cavalli della vostra scuderia, ed io vi amo perch mi piace il lusso, lo strepito delle feste, tutto ci, insomma, che canta e risplende. Non facciamo del sentimento, per carit! Sarebbe cosa ridicola per me e per voi.
Almeno lasciatemi venir con voi.
Ma voi non vi divertireste e ci impedireste di divertirci, perch si capisce che Marcello mi prender fra le sue braccia.
Musetta, Musetta, disse il giovane, avete voi mai trovato amanti cos buoni come me?
Vi dir: un giorno io ero in carrozza ai Campi Elisi con lord ... quando mi imbattei in Marcello e Rodolfo mal vestiti, infangati come cani da pastore, con la pipa in bocca. Eran tre mesi che non vedevo Marcello e mi parve che il cuore mi balzasse fuori dalla carrozza. Ordino al cocchiere di fermare, e per mezz'ora sto l a parlare con Marcello davanti a tutti i signori e le dame che passavano nei loro equipaggi. Marcello mi offr dei poveri confetti e un mazzolino di violette da un soldo che io misi alla cintura. Quando lui prese commiato, lord ... voleva chiamarlo indietro per invitarlo a pranzo. Io sono fatta cos. Se cos non vi piace, non avete che a dirmelo: vado a prendere la mia valigetta, ci metto le mie pianelle e la mia cuffia da notte, e addio.
Allora si pu esser felici anche quando si  poveri,  disse il giovane tristamente.
Ah non  cos!, disse Musetta. Se Marcello fosse stato ricco sarei stata sempre con lui.
Ebbene, disse il giovane signore, va' pure, Musetta. Ti sei messo l'abito nuovo che ti sta proprio bene.
Me lo diceva il cuore questa mattina quando me lo sono provato: Marcello se lo godr lui per il primo. Addio, dunque, vado a mangiare un po' del pane benedetto della spensieratezza.
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Musetta in quel giorno era incantevole; non mai il poema della sua giovinezza era stato rilegato in una copertina tanto graziosa! Io credo che ella nascendo fiss con gli occhi uno specchio per rimirarsi, e che prima ancora del battesimo avesse peccato di galanteria.
Quando era ancora una povera ragazza sapeva, con un modesto abito di cotonina e un nastro fra le chiome, apparir seducente.
Care fanciulle che noi chiamavamo grisettes, un po' farfalle, un po' cicale che lavoravano tutta la settimana cantando e non domandavano al buon Dio che un po' di sole nei giorni di festa! Si innamoravano sinceramente, e talvolta morivano per amore.
Le nuove generazioni dei giovani sciocchi e volgari quanto superbi e corrotti, hanno distrutto questa razza di amabili povere fanciulle, le hanno schernite perch le loro dita portavano i segni dell'ago ed erano cos povere che non si potevano far bianche e profumate le mani con la pasta di mandorle.
Ed  cos che  venuto fuori un altro tipo di ragazze, quelle che si chiamano lorettes: razza un po' bastarda la cui cameretta  come una bottega dove esse vendono il loro cuore a fette come fosse rosbif.
L'amore per esse  profanato. Stupide fanciulle con il cervello delle bestiole di cui portano le piume sul cappellino. Se qualche volta s'incapricciano, non dico si innamorino,  per qualche stupido borghese, per qualche celebrit di princisbecco, messa in voga dai giornali.
Ora Musetta, se anche viveva fra consimile gente, non ne aveva n l'animo n il costume. Spirito ribelle, pronta a seguire gl'impulsi del suo sentimento, fosse caduto il mondo.
Marcello era stato il solo uomo che lei aveva amato, e se lo aveva lasciato, era stato perch il fascino verso tutto ci che brilla e risplende era pi forte di lei.
Musetta si conosceva troppo bene, ed era nel tempo stesso troppo leale per obbligarsi con una promessa di fedelt.
Amata ardentemente da molti, aveva riamato. "Io vi piaccio, voi mi piacete, e facciamo festa; ma impegni, no".
Avrebbe potuto crearsi una posizione, come si dice, assicurarsi un avvenire; ma Musetta credeva nell'oggi non nel domani.
"Il domani, diceva,  un'invenzione del calendario."
Un giovane signore, dopo sei mesi che aveva tenuto Musetta con s, se ne era cos pazzamente innamorato che le aveva proposto di sposarla. Musetta di in uno scoppio di risa. Io? Mettermi in prigione con un contratto? Mai!
Ma io ho paura di perderti.
Ma se io divento tua moglie, mi perdi prima.
Pensava a Marcello.
Cos ella navigava senza meta nel mare libero della sua giovinezza: felice lei e felici quelli cui si accompagnava.
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CAPITOLO 21.
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Romeo e Giulietta.
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Messo come un figurino del suo giornale la Sciarpa d'Iride, con i guanti, la camicia, rasato, pettinato, il baffo ordinato, il bastone in mano, il monocolo all'occhio, luminoso, ringiovanito, bello, insomma. Cos si poteva vedere, una sera di novembre, Rodolfo: fermo sul viale, attendeva una carrozza che l'avrebbe ricondotto a casa.
Rodolfo che aspetta una carrozza? Che cataclisma era dunque avvenuto improvvisamente nella sua vita privata?
Alla stessa ora in cui il poeta, trasformato, giochicchiava con i suoi baffi, masticava fra i denti un enorme sigaro e attraeva gli sguardi delle belle donne... un suo amico passava sullo stesso viale. Era Colline: Rodolfo lo riconobbe da lontano. E chi, avendolo visto anche una sola volta, non lo avrebbe riconosciuto?
Colline viaggiava, come al solito, con una dozzina di libercoli. Vestito di quell'immortale pastrano marroncino, la cui solidit ricordava una costruzione romana, e con in testa quel famoso cappello a grandi falde, cupola di castoro sotto la quale si agitava uno sciame di sogni iperfisici e che  stato soprannominato l'elmo di Mambrino della filosofia moderna, Colline camminava a passi lenti, fagocitando a bassa voce la prefazione di un'opera che da tre mesi era in lavorazione... nella sua immaginazione. Avvicinandosi al luogo in cui Rodolfo sostava, Colline parve riconoscerlo, per un istante; ma la superba eleganza emanata dal poeta gett il filosofo nel dubbio e nell'incertezza.
"Rodolfo con i guanti e un bastone! Chimera! Utopia! Che aberrazione! Rodolfo pettinato! Lui, che ha meno capelli dell'Occasione? Dove ho la testa? Del resto a quest'ora, il mio infelice amico si star lamentando e star componendo dei versi melanconici sulla dipartita di Mim che, come ho sentito dire, l'ha mollato l, sui due piedi. Ma anch'io la rimpiango; lei che aveva uno stile cos incantevole nel preparare il caff, nettare degli spiriti seri. Ma voglio sperare che Rodolfo si consoler e che prender presto una nuova "caffettiera"".
E Colline era cos incantato del suo deplorevole gioco di parole, che si sarebbe volentieri richiesto un bis... se la voce grave della filosofia non si fosse interiormente risvegliata in lui e non avesse messo un energico freno a quest'orgia dello spirito.
Tuttavia, visto che si era fermato proprio accanto a Rodolfo, Colline fu obbligato ad arrendersi all'evidenza; era proprio lui, pettinato, in guanti, con un bastone; era impossibile, ma vero.
Accidenti!, disse Colline. Non mi sbaglio, sei proprio tu, ne sono certo.
Anch'io lo sono, rispose Rodolfo.
E Colline si mise a squadrare il suo amico, dando al suo sguardo l'espressione assunta da Lebrun (pittore del re) per esprimere la sorpresa. Ma improvvisamente not due oggetti bizzarri di cui Rodolfo era provvisto: primo, una scala di corda; secondo, una gabbia in cui volteggiava un uccello qualsiasi.
A questa vista, la fisionomia di Colline espresse un sentimento che Lebrun (lo stesso di prima) ha dimenticato nel suo quadro delle Passioni.
Allora, disse Rodolfo, vedo distintamente la curiosit del tuo spirito fare capolino nei tuoi occhi; ti dar soddisfazione; forse per  meglio abbandonare la strada, visto che questo freddo congelerebbe i tuoi interrogativi e le mie risposte.
Ed entrarono in un caff.
Gli occhi di Colline non si staccavano dalla scala di corda, n tantomeno dalla gabbia dell'uccello il quale, riscaldatosi nell'ambiente chiuso, si mise a cantare in una lingua sconosciuta a Colline, che era di fatto poliglotta.
Allora, fece Colline, indicando la scala, che cos' questa?
 un filo d'unione fra una mia amica e me, rispose Rodolfo.
E questo? indicando l'uccello.
Questo, fece il poeta, la cui voce si era fatta di colpo melensa,  un orologio.
Senti, parlami senza parabole, con parole semplici, ma corrette.
E sia. Hai letto Shakespeare?
Se l'ho letto?! "Essere o non essere". Era un grande filosofo... S, certo, l'ho letto.
Ti ricordi di Romeo e Giulietta?
Se me ne ricordo!
E si mise a recitare:
No, non  ancora giorno e non  l'allodola
che canta al tuo orecchio inquieto
ma bens l'usignolo....
Certo che me ne ricordo. S, ma poi?
Come!, disse Rodolfo, mostrando la scala e la gabbia. Non capisci? Ecco la storia: sono innamorato, mio caro, innamorato di una donna che si chiama Giulietta.
E allora? insistette Colline, spazientito.
Chiamandosi la mia nuova fiamma Giulietta, ho architettato un piano; cio di rifare, con lei, il dramma di Shakespeare. Per prima cosa, non mi chiamo pi Rodolfo, ma Romeo Montecchi, e ti prego di non chiamarmi con altro nome. Inoltre, perch tutti lo sappiano, ho fatto stampare dei nuovi biglietti da visita. E non  tutto: approfittando del fatto che siamo a carnevale, indosser una giubba di velluto e porter una spada.
Per uccidere Tebaldo?
Assolutamente, continu Rodolfo. Questa scala poi che tu vedi, mi servir per introdurmi in casa della mia amata che, giustappunto, ha un balcone.
S, ma l'uccello?
Eh, questo uccello che  un piccione, giocher il ruolo dell'usignolo ed indicher, ogni mattino, il momento preciso in cui, nell'ora della separazione, la mia amante si aggrapper al mio collo e mi dir con voce dolce: "No, non  ancora giorno, non  l'allodola... " cio, no, non sono ancora le undici, la strada  impervia, non te ne andare, stiamo cos bene qui! Per completare questa farsa, cercher di procurarmi una balia da mettere agli ordini della mia amante e spero che il calendario sia dalla mia parte, offrendomi ogni tanto un pallido chiar di luna, allorch mi accinger a scalare il balcone della mia Giulietta. Che ne dici del mio progetto, filosofo?
Carino, s, disse Colline. Ma potresti spiegarmi anche il mistero di questo superbo aspetto che ti rende irriconoscibile... Sei diventato forse ricco?
Rodolfo non rispose, ma fece segno al cameriere e gli gett con nonchalance una moneta, dicendo: Tieni pure il resto!
Poi batt sul taschino, che si mise a cantare...
Hai dunque un campanile nelle tasche, perch suoni in questo modo?
Solo qualche moneta.
In oro? chiese Colline, con voce strozzata dallo stupore. Mostrami come sono fatte.
A quel punto i due amici si separarono, Colline per andare a raccontare i costumi opulenti e i nuovi amori di Rodolfo; quest'ultimo per rincasare.
Tutto ci accadeva nella settimana successiva alla seconda separazione fra Rodolfo e Mim. Come certamente ricorderete, il poeta, spinto dalla necessit di cambiare aria cerc, insieme a Marcello, un nuovo alloggio, con grande gioia del proprietario, ed affittarono due stanze nello stesso stabile e sullo stesso pianerottolo. La nuova camera di Rodolfo era di gran lunga la migliore che avesse mai avuto. Si potevano notare dei mobili molto pi seri, soprattutto un divano rivestito di una stoffa rossa che stava ad imitare il velluto.
Sul camino, poi, c'erano due vasi in porcellana con dei fiori, e al centro una pendola in alabastro con delle rifiniture spaventose. Rodolfo mise i vasi in un armadio e, dato che il proprietario si era offerto di caricargli la pendola ferma, Rodolfo lo preg di lasciar perdere.
Acconsento a lasciare quell'arnese sul caminetto, ma solo come oggetto d'arte; segna mezzanotte,  una bella ora, che rimanga cos! Il giorno in cui segner mezzanotte e cinque, me ne vado... Una pendola!,  diceva Rodolfo, che non era mai riuscito a sottomettersi all'imperiosa tirannia del quadrante, nemico intimo che conta implacabilmente le nostre esistenze, ora dopo ora, minuto dopo minuto e che ad ogni istante ci dice: "Ecco una parte della tua vita che se ne va!"
Non potrei dormire tranquillo in una camera dove si trova uno di questi strumenti di tortura, nelle cui vicinanze l'indifferenza e il sogno sono impossibili... Una pendola, le cui lancette si allungano fino al vostro letto e vengono a stuzzicarvi il mattino, quando siete ancora immerso nella dolcezza del primo risveglio... Una pendola che vi grida: "ding, ding, ding!  ora di alzarsi, lascia i tuoi sogni, ritraiti dalle carezze delle tue visioni (e qualche volta da quelle reali). Mettiti il cappello, le scarpe, fa freddo, piove, ritorna ai tuoi doveri.  ora. Ding... Ding...". Gi abbiamo il calendario... Che questa pendola rimanga dunque paralizzata, altrimenti...
E bofonchiando in questo modo, esaminava la sua nuova abitazione e si sentiva preso da quella segreta inquietudine che si prova quasi sempre nel prendere possesso di una nuova casa.
"L'ho notato, pens. I luoghi che abitiamo esercitano un'influenza misteriosa sui nostri pensieri e di conseguenza sulle nostre azioni. Questa camera  fredda e silenziosa come una tomba. Se mai alegger l'allegria, questa verr sicuramente da fuori e non si fermer a lungo, poich gli scoppi ridanciani morirebbero senza echi, sotto questi plafoni bassi, freddi e bianchi, come un cielo da neve. Dio mio! Che sar la mia vita fra queste quattro mura?".
Tuttavia, pochi giorni dopo, questa camera cos triste era piena di luce e risuonava di allegre esclamazioni; si festeggiava la nuova dimora e le numerose bottiglie spiegavano l'ottimo umore degli astanti. Persino Rodolfo si era lasciato coinvolgere da questo buon umore contagioso. Rintanato in un angolo con una giovane donna arrivata l per caso e di cui si era impadronito, il poeta le faceva madrigali con le parole... e con le mani. Verso la fine della "festa", aveva ottenuto un appuntamento per l'indomani.
"Be'! , si disse, non appena fu solo. La serata non  andata poi tanto male e come inaugurazione, non mi posso lamentare".
L'indomani, all'ora stabilita, arriv Giulietta. La serata fu dedicata alle spiegazioni. La donna era a conoscenza delle varie vicissitudini della vita sentimentale di Rodolfo e sapeva bene quanto avesse amato Mim, tanto da riprendere la relazione una seconda volta. Quindi Giulietta non aveva alcuna intenzione di giocare un ruolo ridicolo in questa faccenda perch, come lei stessa aveva sottolineato, una volta che avesse accettato di diventare l'amante di Rodolfo e di convivere con lui, non avrebbe cos facilmente lasciato la preda...
Rodolfo fece appello a tutta la sua eloquenza per convincere la ragazza che non aveva nulla da temere e alla fine, essendo lei abbastanza predisposta, riuscirono ad intendersi. Vi fu solo una cosa su cui lei sembrava non transigere, ed era il fatto che, suonata la mezzanotte, non volle fermarsi come Rodolfo desiderava.
No, disse, alle numerose insistenze di Rodolfo. Perch tanta fretta? Arriveremo piano piano dove dobbiamo arrivare, sempre che tu non ti fermi prima; torner domani.
E cos per una settimana venne tutte le sere, per andarsene a mezzanotte. Questa lentezza non annoiava tanto Rodolfo. In amore o anche in occasione di un capriccio, faceva parte di quella scuola di viaggiatori che allungano il loro percorso, rendendolo pittoresco. Questa piccola prefazione sentimentale ebbe, come risultato, quello di trascinare Rodolfo pi lontano di quanto non volesse. E Giulietta aveva impiegato questo stratagemma senza dubbio per condurlo a quel punto dove il capriccio, portato a maturazione dalla resistenza che gli si oppone, inizia ad assomigliare all'amore. Ad ogni nuova visita, la donna si accorgeva che una maggiore sincerit trapelava dalle parole di Rodolfo. In occasione di qualche suo ritardo, il poeta provava quell'impazienza sintomatica che affascinava la giovane donna; ed inoltre, le lettere che le scriveva facevano presupporre, dal tono, che presto sarebbe diventata la sua "amante legittima".
Quando, un giorno, Marcello lesse per caso il contenuto di una di queste missive, gli disse: Fa parte del gioco o pensi veramente queste cose?
S, le penso veramente, rispose Rodolfo, e anch'io ne sono stupito, ma  proprio cos. Otto giorni fa ero in uno stato d'animo delirante. Questa solitudine e questo silenzio, che erano seguiti cos brutalmente alle tempeste della mia precedente convivenza, mi spaventavano tremendamente, ma Giulietta  arrivata quasi subito. Ho udito il suono tipico dell'allegria dei vent'anni. Davanti a me ho visto un viso fresco, occhi sorridenti, una bocca piena di baci e dolcemente mi sono lasciato trascinare da questo capriccio, che forse mi condurr all'amore. Mi piace amare.
Rodolfo si accorse ben presto che gli bastava ormai un gesto per concludere questo piccolo romanzo, e fu cos che pens di inscenare gli amori di Romeo e Giulietta. La sua futura amante aveva trovato l'idea piuttosto divertente ed aveva accettato di contribuire alla farsa.
E la sera in cui Rodolfo si era procurato scala e volatile (purtroppo non c'erano usignoli e gli avevano rifilato un piccione, garantendogli che cantava ogni mattino al levar del sole) incontr il filosofo Colline.
Rientrato a casa, il poeta cominci a pensare che l'ascensione su di una scala di corda non era poi cosa tanto semplice e che forse era necessario provare la scena del balcone, se non voleva, oltre alla possibilit di cadere, correre il rischio di ridicolizzarsi agli occhi di colei che lo stava attendendo. E cos, dopo aver attaccato la scala a due chiodi solidamente impiantati nel plafone, trascorse le due ore che lo separavano dall'appuntamento a fare ginnastica... e dopo infiniti tentativi riusc a mala pena a scalare una decina di pioli.
"Ora sono sicuro del fatto mio, si disse, e se rimarr a met strada, "l'amore mi dar le ali"".
Quindi, munito di scala e di gabbia (con tanto di piccione) si incammin verso la casa di Giulietta, che abitava poco distante. La sua camera era situata in fondo ad un piccolo giardino e, in effetti, aveva un terrazzino, ma la camera era al piano ammezzato e scavalcare il balcone era praticamente la cosa pi facile di questo mondo. Rodolfo fu atterrito da questa scoperta che metteva a repentaglio la riuscita della sua poetica ascensione.
Non importa, disse a Giulietta, potremo sempre eseguire questa scena un'altra volta. Del resto abbiamo qui un uccello che domani ci sveglier con la sua voce melodiosa e ci avvertir quando dovremo separarci con disperazione. E pos la gabbia in un angolo della camera.
L'indomani, alle cinque del mattino, il piccione fu puntualissimo e riemp la stanza con un canto prolungato che avrebbe sicuramente svegliato i due amanti se fossero stati addormentati.
Ecco giunto il momento di andare sul balcone e di farci dei saluti disperati; che ne pensi? disse Giulietta a Rodolfo.
Il piccione  avanti!, disse Rodolfo. Non siamo che in novembre e il sole si leva a mezzogiorno.
Fa lo stesso, io mi alzo.
To'! E perch?
Ho i crampi allo stomaco e non ti nascondo che mangerei volentieri qualcosa.
Straordinario l'accordo che regna fra di noi, anch'io ho una fame atroce, disse Rodolfo, alzandosi e vestendosi in tutta fretta.
Giulietta, dopo aver acceso il fuoco, si mise a frugare nella credenza in cerca di qualcosa di commestibile e Rodolfo l'aiutava.
To'!, disse lei. Delle cipolle!
Del lardo!
Del burro!
Pane!
 tutto ci che c'!
Durante queste ricerche, il piccione, ottimista e ignaro, cantava sul suo trespolo. Romeo guard Giulietta, Giulietta guard Romeo; entrambi guardarono il piccione.
Non si dissero nulla. Le sorti del piccione-orologio erano segnate, e a nulla sarebbero valsi gli appelli in cassazione... la fame  una consigliera cos crudele! Rodolfo aveva attizzato il carbone e faceva soffriggere il lardo nel burro; aveva l'aria grave e solenne.
Giulietta puliva le cipolle con un fare melanconico.
Il piccione continuava a cantare, era la sua Romanza del salice piangente. A questi lamenti, si aggiunse la melodia del burro nel tegame.
Cinque minuti dopo, il burro cantava ancora ma, simile ai "templari", il piccione non cantava pi.
Romeo e Giulietta avevano abbinato la pendola alla griglia...
Aveva una bella voce, disse Giulietta, mettendosi a tavola.
Era tenero, fece Romeo, sezionando la "sveglia" perfettamente rosolata.
E i due amanti si guardarono ed entrambi avevano una lacrima agli occhi.
...Ipocriti! Erano le cipolle!
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CAPITOLO 22. 1.
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Come fin l'amore di Rodolfo e di madamigella Mim.
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Nei primi tempi che Mim aveva lasciato Rodolfo per salire su la bella carrozza del contino, l'amico nostro aveva cercato di stordirsi con un'altra amante.
Ella era bionda, ed  colei che abbiam detto: una ragazza allegra che conosceva molto bene il solfeggio della furberia femminile. Non mancava d'intelligenza, almeno quanto bastava per capire la intelligenza degli altri. Diceva: "Ah, il mio cuore come soffre!". Era invece il suo stomaco, quando aveva mangiato troppo. Civetta feroce: piuttosto una gamba di meno al suo amante, che un falpal di meno alla sua sottana.
Questa signorina, che si chiamava Giulietta, non tard molto ad accorgersi che Rodolfo l'aveva presa unicamente per dimenticare Mim; e invece gliela faceva rimpiangere. Mim era pur sempre viva nel cuore di lui.
Mia cara, disse un giorno uno studente di medicina a Giulietta, il vostro poeta si serve di voi come noi ci serviamo del nitrato d'argento per cauterizzare una piaga. Voi adempite all'ufficio di cauterizzare la ferita del suo cuore. Avete davvero torto ad essergli fedele.
E voi credete, disse la giovane dando in un allegro scoppio di risa, che io mi metta a piangere per questo? Disilludetevi.
E la sera stessa la cara fanciulla diede al giovane studente la prova di ci che aveva detto.
Rodolfo lo venne a sapere da uno dei quei tanti amici che, se appena sanno una cosa che vi sar sgradita, ve la vengono a riferire: e se ne valse come buon pretesto per romperla con questa sua amante di passaggio.
Allora si chiuse in una solitudine disperata dove tutti i pipistrelli della noia vennero ad appendere il loro nido. Pens di distrarsi col lavoro, ma invano: l'ispirazione non c'era pi! Qualche riga a stento gli usciva dalla penna per rivestire malamente e con frasi stantie un pensiero stanco come l'Ebreo errante.
E rileggendo quelle sue pagine, Rodolfo era preso da terrore come chi vede nascere ortiche sull'aiuola dove pensava dovessero fiorire le rose. Stracciava quella pagina stolta e senza vita, e la calpestava con rabbia.
"Non c' pi niente da fare, diceva percotendosi il petto, l dove  il cuore, qualcosa si  spezzato qui. Bisogna chinare la fronte e rassegnarsi."
E pi e pi volte tentando egli di cogliere il fantasma dell'arte e questo sfuggendogli sempre, cadde in uno di quegli stati di prostrazione che offuscano le intelligenze pi lucide, e abbattono le coscienze pi solide.
Ben dolorosa  la battaglia muta fra l'artista che si sforza di raggiungere l'arte, e l'arte che si ribella e repugna. Invocazioni, preghiere, alla Musa! Ella sdegnosa non ode e s'allontana. Stava per ore ed ore Rodolfo come smemorato fissando il cerchio luminoso che la lampada descriveva su la carta: il suo campo di battaglia, dove egli era ogni giorno battuto e dove la sua penna s'era spuntata per fermare il fantasma inafferrabile. Come in una lanterna magica, ad una ad una passavano le visioni luminose della sua vita passata. Erano le ore del dolce lavoro che la lancetta dell'orologio segnava sul bianco quadrante, erano le notti vegliate, e le Muse venivano ad abbellire la sua povera stanza solitaria.
E si ricordava l'ebbrezza e la gioia di quei giorni di lavoro paziente, e come un grido gli usciva dal petto.
Nulla pareggia la volutt di questa santa fatica dopo la quale  cos dolce il riposo. Non le soddisfazioni dell'amor proprio, non il fremebondo svenire d'amore entro le alcove profonde! Nulla, nulla pareggia la gioia pacata e pura del lavoro!
E con gli occhi della mente fissa in queste imagini, Rodolfo risaliva in fantasia le scale della soffitta dove aveva abitato, unica compagna la Musa che mai aveva interrotto la canzone della speranza.
Ed ecco che in questa esistenza pura e serena  balzata la femmina. E allora la Musa si lev tristemente senza far motto e ced il posto alla sua rivale. E Rodolfo stette un momento esitante fra la Musa e colei. "Resta!" diceva il suo sguardo alla Musa, ma le sue mani si tendevano alla donna. "Vieni! Deh, vieni!"
E come respingere cos vaga creatura che si presentava a lui in tutto lo splendore della sua giovinezza? Piccola bocca di rosa, carezzevole e ingenuo parlare pur nelle sue audacie! Visione di ogni volutt! Come non prendere quelle manine bianche, venate d'azzurro, che si stendevano cos amorose verso di lui? Come dire a quei diciotto anni che profumavano la sua stanza di primavera, che squillavano di gioia: andate via?
E la sua vocina vibrava cos commossa nella tentazione, e i suoi occhi dicevano cos bene "io sono l'amore", e le sue labbra, nido di baci, dicevano cos bene "io sono il piacere", e tutta la sua personcina diceva cos bene "io sono la gioia della vita", che meraviglia non  se Rodolfo fu vinto.
E non era Mim la poesia fatta carne? e non era lei la sua Musa? Non era stata Mim che lo aveva cos trasportato nel bel sereno dell'arte da non vedere pi la terra? E se anche aveva sofferto per cagion sua, non era questa un'espiazione della tanta gioia che lei gli aveva dato? E non poteva anche essere la antica invidia degli Dei che vietano all'uomo di essere felice, quasi che la felicit sia un delitto?
Se Cristo ha detto: "ti perdono perch molto hai amato",  perch ha sottinteso: "perch hai anche molto sofferto"; e l'amore profano ad un solo patto diventa divino, quando le lagrime lo hanno purificato.
E come uno si inebbria al profumo delle rose languenti, cos Rodolfo si inebbriava nel rivivere il suo passato che aveva ogni giorno con Mim la sua tragedia, la sua commedia, la sua lirica. E ricordava come la aveva amata dal primo ineffabile giorno che si erano conosciuti sino al giorno dell'atroce tempesta che li aveva disgiunti.
Si ricordava di tutte le sue monellerie, le sue malizie, i suoi motti leggiadri.
La rivedeva ancora nella loro piccola dimora aggirarsi canterellando, intenta a sue faccenduole, farsi incontro con la stessa spensierata lietezza ai giorni buoni e ai giorni cattivi. E concludeva dicendo che in amore chi ha ragione  colui proprio che ha torto.
Che cosa aveva guadagnato lui col mandar via Mim?
Lei lo tradiva,  vero. Colpa sua, di lui, che stava in agguato per aver le prove dei tradimenti di lei, che voleva sapere, che faceva la punta al coltello per meglio conficcarlo nel suo cuore.
Mim era cos gentile, cos svelta da nascondergli tutto.
E poi, con chi, per chi lo tradiva? Per amore di uno sciallo, di una cuffietta, per cose insomma, non per un altro uomo.
Quella pace che egli sperava trovare separandosi da lei l'aveva forse trovata? No.
C'era di meno lei in casa, ecco tutto. Prima poteva sfogarsi, gridare, ingiuriare, mostrare quanto soffriva, svegliare alcuna piet in lei per il suo dolore. Poteva se aveva sospetti dire a Mim "sta in casa!", tenerla per le mani, vicino a s, sua! Ora il dolore solitario nella stanza deserta, ora la vista di lei per le vie a braccetto col suo amante.
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Questa vita cos dolorosa dur quattro mesi. Poi si calm un po'. Marcello che aveva fatto un viaggio per distrarsi da Musetta, lo accolse con s, e si consolavano insieme.
Un giorno, che era domenica, attraversando il Lussemburgo, Rodolfo s imbatt con Mim che era tutta elegante. Andava ad un ballo. Lei fece un segno con la testa, e lui salut.
Ne sent gran colpo nel cuore, ma non era dolore. Cammin per qualche tempo per i giardini del Lussemburgo; e quando Marcello, la sera, rincas trov l'amico al lavoro.
Oh, guarda, disse Marcello posando l'occhio sul quaderno di sopra la spalla di lui, dei versi!
S, rispose Rodolfo, e aveva non so quale raggio di gioia nel volto. Credevo di essere morto, non sono morto. Sono qui da quattro ore. La vena delle dolci canzoni zampilla ancora. Ho incontrato Mim.
Eh, eh!, fece Marcello un po' spaventato. Vi siete attaccati ancora?
No, appena un saluto.
Davvero?
Davvero! Ormai tutto  morto e sepolto; ma posso lavorare. Questo mi basta.
Scusa, disse Marcello che aveva cominciato a leggere quei versi, se tutto  morto e sepolto, come va che tu scrivi dei versi per lei?
Cosa vuoi? Prendo la mia poesia dove la trovo.
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In otto giorni Rodolfo fin quel suo poemetto: lo lesse a Marcello, e gli piacque.
Va avanti cos, bravo! Per bada che era inutile che tu ti staccassi da Mim per vivere sempre in compagnia della sua ombra.  E poi sorridendo diceva: Io faccio la predica a te, e la dovrei fare a me: c' ancora un po' di Musetta qui nel cuore. Evvia! Finir pure questa giovinezza che ci fa innamorare sempre di queste dolci figlie del diavolo.
Sta, sta, amico, rispose Rodolfo, che non ci sar bisogno di dire alla giovinezza: Va via!
S, questo  vero, rispose Marcello, ma vi son giorni in cui mi piacerebbe tanto di essere un bel vecchio dabbene, membro dell'Accademia, con tante belle decorazioni sul petto, e affrancato oramai dalla servit di tutte le Musette di questo mondo. Il diavolo mi porti se io mi lascerei ancora sedurre! E a te non piacerebbe avere sessant'anni?
Preferirei avere sessanta franchi.
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Ora avvenne che pochi giorni dopo queste cose, Mim si trovava al caff insieme col suo amante, il visconte Paolino.
Apre una rivista, e vi trova i versi che Rodolfo aveva fatto per lei.
Guarda, guarda, esclam ridendo, ecco ancora che il mio amante dice male di me nei giornali.
Ma poi che ebbe letto, non rise pi; ed era come immersa in un sogno.
Vuoi che ti compri un paio di pendenti? le disse il visconte per distrarla dal pensare a Rodolfo.
Lo so bene che voi avete del denaro, disse Mim.
E un cappello di paglia di Firenze?
No, rispose Mim. Se mi volete fare un regalo, comperatemi questa rivista.
Ah, questo no!
Bene, rispose Mim freddamente, la comprer io con i miei soldi. In verit meglio coi miei che con i vostri.
E torn nel magazzino dove lavorava da fioraia e guadagn tanto da comperare quella rivista. E quando l'ebbe comperata, impar a memoria la poesia di Rodolfo, e per far dispetto al visconte, la ripeteva tutti i giorni ai suoi amici.
E i versi erano questi:
"Io cercavo una fanciulla che mi amasse, e un bel giorno avvenne che io e tu ci incontrassimo. Io consegnai fra le tue mani il mio cuore e la mia giovinezza, e ti dissi: fanne quello che tu vuoi."
"Ohim, sei stata un po' crudele, amor mio. La mia giovinezza  andata tutta in brandelli, e il mio cuore si  infranto come un cristallo. La mia cameretta adesso  il camposanto dove sono sepolti i pezzetti di questo cuore che tanto ti am."
"Ora fra me e te tutto  finito. Io sono un fantasma e tu sei un'ombra. Se tu credi, andiamo a cantare l'epicedio sopra la tomba del nostro amore."
"Per non prendiamo un tono troppo alto. Potrebbe poi darsi che a me o a te venisse meno la voce. Cos, cerchiamo un tono grave, ma in nota minore, e senza gorgheggi. Io far il basso e tu il soprano."
"Mi, re, mi, re, la. No, quest'arietta, bambina mia! Se il mio cuore sentisse quest'arietta che tu gi cantavi, bench morto come risusciterebbe e balzerebbe fuori dal suo sepolcro il mio cuore!"
"Do, mi, fa, sol, mi, do. Questa musica mi ricorda un valzer a due tempi, che mi ha fatto molto soffrire. Il piffero con il suo stridulo riso si faceva beffe del violoncello che piangeva sotto l'archetto le sue note di cristallo."
"Sol, do, do, si, si, la. No, no, quest'aria, ti prego, tesoro! Noi la cantammo insieme lo scorso anno con una compagnia di tedeschi che cantavano certe canzoni della lor patria alemanna. Era nel bosco di Meudon, per una notte d'estate."
"Allora smettiamo di cantare. E per non pensare pi ai nostri amori defunti, richiamiamoli alla memoria per un'ultima volta, ma senza odio e senza rancore."
"Noi eravamo felici nella tua cameretta. Cade la pioggia, soffia il vento d'inverno! Seduto nella poltrona, presso il focolare, ben sovente ho sognato al lume delle tue grandi pupille."
"La legna scoppiettava, la cuccuma del caff borbottava dolcemente. Le salamandre facevano il loro ballo sul nostro focolare."
"Tu, freddolosa e pigra, ti addormentavi alla lettura di un romanzo. Io sentivo la mia giovinezza rinascere nell'amore. Le mie labbra posavano su le tue manine, e il mio cuore era il tuo guancialino da piedi."
"Quando qualcuno entrava in casa nostra, appena aperta la porta, sentiva un profumo d'amore e di felicit. La felicit amava di venire a sedersi al nostro focolare, e dall'alba alla sera rimaneva quel suo profumo."
"L'inverno fin. Una mattina, dalla finestra aperta entr la primavera, e ci disse: Buon giorno!  ora d'alzarsi. Andammo in campagna. I prati erano verdi e noi correvamo nella luce del sole."
"Stanchi alfine di correre, ci riposammo su di una ripa. Che bel guanciale! Vedevamo tutta la campagna, e gli occhi si volgevano al cielo."
"Le mani stringevan le mani, la mia spalla si appoggiava alla tua. Eravamo come vinti da una dolce stanchezza. Le labbra si dischiusero e ci siamo abbracciati."
"I giacinti e le viole attorno a noi imbalsamavano l'aria. Sollevammo la testa: guardammo il cielo. Dal suo balcone d'azzurro Dio sorrideva verso di noi."
"Ci diceva: Vogliatevi bene, figliuoli! Per farvi piacevole la via della vita ho steso ai vostri piedi questo tappeto di velluto e di muschio. Baciatevi pure. Faccio finta di non vedere."
"Vogliatevi bene! Nel vento che mormora, nel ruscello che scorre, nella selva che si rinnovella, negli astri, nei fiori, nel bisbigliare dei nidi, mai non muore la vita, e l'ho fatto per voi."
"Vogliatevi bene, e se questo bel sole vi diletta, se siete contenti di questa primavera, invece di una preghiera per ringraziamento, datevi un bacio ancora. Questa sar la preghiera."
"Pass un mese. Nel nostro piccolo giardino fiorivano le rose, e il mio amore era pi grande che mai. E allora, senza dirmi nemmeno perch, il tuo amore d'un tratto  volato via."
"Dove  andato? Io credo sia andato un po' qua, un po' l. Da un bruno fante di picche  volato a un biondo fante di cuori. Cos, per capriccio."
"Ecco, tu sei felice. Tu sei la spensierata regina di una corte di belli adolescenti e tu non puoi camminare pi se ai tuoi piedi non fiorisce un giardino di bei madrigali."
"Quando tu entri nelle feste da ballo, attorno a te si forma una corona di gente che sospira d'amore; e il fremito della tua veste ondeggiante fa svenire i tuoi corteggiatori e un coro di lodi ti saluta: quanto sei bella!"
"Una leggiadra scarpetta, che sarebbe troppo piccina per il piede di Cenerentola, stringe il tuo piedino che appena si vede quando l'onda del valzer ti trasporta nel suo vortice."
"Immerse nel bagno soave del dolce far niente, le tue mani brunette, hanno ora acquistato il biancor dell'avorio e del giglio quando il raggio lunare lo accarezza, la notte."
"Sul tuo braccio splende una perla orientale, incastonata in un braccialetto prezioso, e uno sciallo d'indiana scende gi a grandi pieghe per i tuoi fianchi arcuati."
"Merletti di Fiandra e trine antiche preziose dall'opaco splendore, miracoli industri d'Aracne, compiono il tuo adornamento."
"Ma per me tu eri pi bella nei tuoi freschi vestiti di semplice tela, o d'organd, cos graziosi. E la tua modesta cuffietta senza veli e le tue scarpette nere, e il collo del giacchetto tutto chiuso."
"Questo novello splendore delle tue vesti che ti fanno cos bella, non mi richiama alla mente il nostro amore che  andato via; e mi sembra un lenzuolo funebre fatto or seta preziosa che ti avvolge, e dove il tuo cuore non batte pi."
"E quando io ho scritto questa canzone mortuaria in ricordo del tempo che fu, io ero vestito come un notaio, esclusi gli occhiali d'oro e le gale alla camicia."
"Un velo nero avvolgeva l'asticciola della mia penna, e la carta dove segnavo queste strofe, ultimo ricordo di una gioia che fu, era listata a lutto."
"Ora che la canzone  finita, io vi butto dentro il mio cuore come in un abisso, con la gioia di uno che seppellisce se stesso. Vedi? Io rido come un pazzo."
"Rido, ma la penna mi  caduta di mano. Rido, ma quando rido le lagrime vengono gi e cancellano i caratteri su la carta dove scrivo."
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CAPITOLO 22. 2.
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Segue ancora l'epilogo degli amori di Rodolfo e di madamigella Mim.
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Era il 24 dicembre, e in quella sera il Quartier latino aveva un aspetto tutto suo proprio.
Dalle quattro della sera tutti i negozi dei salumai, dei rosticcieri, dei droghieri erano presi d'assalto. I commessi non riuscivano a servire gli avventori. Dai fornai la gente faceva la fila come ai tempi di carestia. I vinai vendevano il vino delle vecchie vendemmie, e sarebbe stato difficile fare un conto dei prosciutti e delle salsicce del famoso salsicciere Borel della via del Delfino di Francia.
Quello  un tacchino coi tartufi sul serio, disse Marcello indicando la pelle diafana e rosata con tutte le marezzature dei celebri tuberi del Prigord di cui era farcita. Vi sono degli eretici capaci di mangiare di quella roba l senza prima essersi nemmeno inginocchiati.
E cos dicendo il pittore saettava di tale sguardo il tacchino da farlo senz'altro cuocere arrosto.
E quel cosciotto di castrato, disse Rodolfo, guarda come  bello. Lo si direbbe staccato dal quadro di Jordaens che rappresenta un negozio di salumiere. Simili cosciotti sono il cibo favorito degli Dei dell'Olimpo, e anche di madama Chandelier che mi ha tenuto a battesimo.
E le focacce? e i dolci? Innumerevoli. Mai finivano i dolcieri dal farne nuove ristampe. Schiamazzi e grida di giubilo per tutte le vie e nelle case. Splendevano le vetriate e le finestre. Era l'antica festa della vigilia di Natale.
E Marcello e Rodolfo se ne tornavano a casa assai tristamente. Davanti alle vetrine di un gran salumaio di via del Delfino si soffermarono un po' come attratti dai profumi inebrianti che ne esalavano. Nella loro estatica contemplazione quei due errabondi parevano quel tal personaggio di romanzo spagnolo che asciugava i prosciutti sino all'osso col solo guardarli.
Guarda quei pesci, disse Marcello indicando certe trote. Sono nuotatrici stupende. Se non fossero cos modeste, queste bestiole potrebbero diventar ricche facendo esibizione della loro abilit. Pensa che risalgono le correnti dei fiumi con altrettanta facilit come noi accetteremmo un invito a pranzo. Mi pare di averne mangiato.
E quei frutti dorati, disse Rodolfo, a forma di piramide le cui foglie sembrano spade? Sono ananassi. Divini!
Ai frutti non ci tengo, disse Marcello. Per me il miglior frutto  la carne. Vedi, per esempio, quel bel prosciutto cotto corazzato di gelatina bella come ambra.
Hai ragione, disse Rodolfo, il prosciutto  l'amico dell'uomo, sempre ammesso che l'uomo abbia amici. Tuttavia io non direi di no a quel bel fagiano.
Lo credo bene: il fagiano  il cibo del re.
E poich nel loro cammino si incontravano con allegre compagnie che se ne ritornavano alle loro case per festeggiare le deit del riso e della gioia, e Momo e Bacco, cos si chiesero chi era mai quel Camaccio (Personaggio del Don Chisciotte) per cui tanto banchetto si preparava.
Ma  la vigilia di Natale, disse Marcello ricordandosi.
Ti ricordi la festa dell'anno scorso? domand Rodolfo.
S, al Caff Momus. Fu Barbamosca che pag. Non capisco ancora come Eufemia cos sottile com' abbia potuto rimpinzarsi tanto di salsicce e cotechini. Ahim, i calendari si susseguono, ma non si assomigliano.
E noi lasceremo passar cos la vigilia del Natale?
Noi due soli? E poi con che?
E fu allora che Rodolfo disse che sarebbe entrato in un caff dove c'erano alcuni suoi conoscenti che giocavano forte d'azzardo. Avrebbe chiesto a chi vinceva qualche soldo tanto da mangiar qualche cosa e bere una bottiglia di vino.
And e torn con due franchi.
Con quei due franchi comperarono del pane, del vino, un po' di salame, del tabacco e della legna. Tornarono a casa, prepararono la tavola, accesero la legna, ma la legna era umida: non dava fiamma e calore.
Il fantasma del passato s'assise, ospite melanconico, alla loro tavola.
E Marcello finse di non accorgersi della tristezza di Rodolfo, e Rodolfo anche. Stettero cos a lungo in silenzio. Primo parl Marcello e disse:
Dove siamo rimasti col discorso?
Che cosa?
Via, Rodolfo, disse Marcello,  inutile che tu nasconda con me quello che pensi. Tu pensi a quello che bisogna dimenticare, e io pure...
E allora?
Allora bisogna farla finita, esclam Marcello. Bisogna mandare al diavolo tutti i ricordi per cui il vino diventa aceto, e quando tutti sono allegri noi siamo tristi come la morte. Senti i nostri vicini? Si dnno alla pazza gioia. Andiamo! Voltiamo pagina ai nostri pensieri. Anzi, sigilliamola per sempre.
 quello che diciamo sempre, rispose Rodolfo.
E sempre torniamo ad inseguire i nostri sogni, conferm Marcello. Ci dipende dal fatto che noi invece di cercare l'oblio, facciamo di tutto per ricordare. Noi viviamo pur sempre qui dove vissero quelle creature che furono la nostra gioia e il nostro martirio. Passione s, ma anche abitudine. Bisogna romperla quest'abitudine. Capisci tu? Se no, diventeremo servi e ridicoli a noi stessi. Il passato  passato. Tagliamo gli ormeggi. Ora  arrivato il tempo di guardare avanti nell'avvenire. La bella giovinezza, la spensierata incuranza, l'et del paradosso  passata. Non dico che ci non sia bello. Se ne pu scrivere un grazioso romanzo; ma questa commedia di folli amori, questo spreco della vita, come se essa fosse eterna, deve avere un punto fermo. Non  pi possibile, se non a condizione di essere disprezzati e di disprezzarci noi stessi, questa faccenda di continuare a vivere al margine della vita sociale. Che dico? Quasi fuori dalla vita che vivono gli altri uomini.
"Ma  vita quella che noi conduciamo? La stessa nostra libert e indipendenza di cui tanto ci gloriamo, che vantaggi ci danno? Ben pochi! La vera libert consiste nel poter fare a meno degli altri, bastare a s. Vero s o no? Possiamo noi fare cos? Il primo mascalzone che capita, di cui mi vergognerei portare il nome, si vendica di noi facendoci pagare con cento scudi di astuzie, di umiliazioni il miserabile scudo che ci presta. Io, per me, ne ho abbastanza. La poesia non consiste soltanto in una vita eccentrica, disordinata, in amori effimeri, in ribellioni pi o meno serie contro i pregiudizi del mondo. Credi:  pi facile abbattere una dinastia che abbattere un pregiudizio anche se buffo. Questo, il pregiudizio,  il vero Signore!
"Non basta andar senza cappotto d'inverno e con la pelliccia d'estate per rendersi celebri; n un cappellaccio d'artista fa l'artista.
"Si pu essere artisti e poeti vivendo come tutte le altre bestie umane, coi tappeti ben caldi e i suoi tre buoni pasti al giorno. Ti dir di pi: se vuoi riuscire a qualcosa, devi camminare per la strada che  battuta dal gran pubblico. Ti fa meraviglia, Rodolfo, quello che io dico? Spezzo i miei idoli? Sono corrotto? Non so. Sono sincero. Il buon senso  penetrato nel mio cervello da qualche tempo, e credo sia un bene. Come  entrato? Di straforo? di nascosto? mal mio grado? Certo,  entrato; e mi ha dimostrato che io ero su di una via falsa, ridicola, e anche pericolosa.
"Mi sai dire tu dove arriveremo col nostro eterno vagabondaggio? Noi arriveremo ai trent'anni, sconosciuti, soli, disgustati degli altri e di noi; invidiosi di tutti quelli che sono arrivati a concludere qualche cosa. E saremo costretti a vivere di ripieghi, e forse di ripieghi vergognosi. Non  una fantasia questa che io ti dipingo, per farti paura. Io non sono n pessimista n ottimista. Credo di essere nel vero. Sino adesso avevamo per attenuante la giovent e la necessit: adesso non pi.
Be', che cosa vuoi concludere, domand Rodolfo, con questa tua predica?
Tu lo sai benissimo, continu Marcello. Tu ed io rimpiangevamo il nostro passato: tu pensavi a Mim, come io a Musetta. Ah! Averle ancora qui! Ebbene, no! Noi non siamo stati messi al mondo per far piacere a queste povere Manon Lescaut (capolavoro dell'abate Antonio Prvost); e il cavaliere Des Grieux  molto bello, e molto poetico perch ha vent'anni e perch conserva tutte le sue illusioni. Egli pu ben seguire Manon alla deportazione! Ma a trent'anni, Des Grieux avrebbe invece messo Manon alla porta. Caro mio, gli anni passano. Noi abbiamo bruciato un po' in fretta la nostra esistenza. Quando si  stati per tre anni gli amanti di una Mim, o di una Musetta, qualche cosa si  guastato dentro di noi. Per me  finita; e adesso, anche per non pensarci pi, voglio sbarazzarmi di qualche ricordo che Musetta ha lasciato qui nelle sue diverse stazioni.
...
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E Marcello, cos dicendo, si alz e and a prendere una scatola dove c'era un mazzolino appassito, una cintura, un nastro e qualche lettera di Musetta.
Suvvia, Rodolfo, fa come me.
Ebbene, sia, disse Rodolfo. Anch'io voglio farla finita con questa fanciulla dalle pallide mani.
E si lev di colpo e and a prendere un pacchettino press'a poco come quello di cui Marcello andava facendo l'inventario.
Vengono a proposito questi ninnoli, disse il pittore. Ci serviranno ad attizzare il fuoco che va morendo. Suvvia, bruciamo in compagnia. Ecco questa lettera di Musetta. Arde come un ponce. Ella amava molto il ponce.
E cos l'uno per l'altro buttavano nelle fiamme le reliquie del loro amore che fu.
"Povera Musetta!", pens Marcello guardando l'ultima memoria che rimaneva di lei: un mazzolino di fiori campestri.
"Come eri bella, Musetta! E voi lo sapete, poveri fiori, quanto ella mi amava. Il suo cuore ve lo ha detto quando voi eravate nella sua cintura. Voi domandate grazia, poveri fiori? Ebbene s; ma ad un patto, che non mi parliate pi di lei. Mai pi, mai pi."
E cogliendo un momento in cui gli parve che Rodolfo non lo vedesse, nascose quei fiori nel seno. "Questo  un barare, lo so: ma  pi forte di me."
E sogguardando Rodolfo, s'accorse che lui si nascondeva in tasca la cuffietta da notte di Mim e prima la aveva baciata assai lungamente.
Via, disse Marcello. Anche tu sei vigliacco come me.
In quel momento fu battuto alla porta.
Chi pu essere a quest'ora?
Era Mim.
E poich la camera era buia, Rodolfo da prima non la distinse, vide una donna e pens fosse qualche vagabonda, amante di un'ora di Marcello.
Vi disturbo? disse Mim dalla soglia.
Al suono della cara voce Rodolfo ricadde su la sedia come colpito da folgore.
Buona sera, disse Mim, appressandosi e prendendogli la mano.
Come mai voi qui, Mim, domand Marcello, e a quest'ora?
Ho freddo!, E rabbrividiva. Ho visto la finestra illuminata, e sono salita.
La voce di lei aveva vibrazioni cristalline come la voce della morte. Rodolfo ne sent l'eco nel suo cuore, e fu preso da vago spavento.
Allora guard Mim. Non era pi lei.
Era l'ombra di Mim.
Marcello la fece sedere vicino al fuoco.
Vedendo la fiamma risplendere nel focolare, Mim sorrise.
Come mi piace!, e appress le pallide mani vicino alla fiamma. A proposito, signor Marcello, voi non sapete perch sono venuta.
No, davvero.
Se mi potete dare ospitalit. Trovare una camera qui. Dove ero, mi hanno mandata via perch dovevo un mese di affitto. Non sapevo dove andare.
Affare un po' serio, figliuola mia. Il padron di casa non  nostro amico. Ma com'? Non siete pi col visconte?
Se vuol Dio, no!
E da quando?
Da due mesi.
Gliene avete fatta qualcuna al visconte?
No, e guard di sfuggita Rodolfo che si stava in un angolo dove la luce della candela non arrivava, ci siamo bisticciati per alcuni versi che furono scritti per me. Lui se l' presa con me. Io l'ho mandato al diavolo, quel cancro!
Vi aveva regalato molti bei vestiti. Mi ricordo ancora quel giorno che vi incontrai.
Me li ha ripresi tutti, e ne ha fatto una lotteria. Almeno cos mi hanno detto. E dire che  ricco, ma avaro e stupido come un'oca! Non voleva che bevessi vino puro, e i venerd mi faceva mangiare di magro. Ci credereste che voleva che io mi mettessi le calze di lana nera perch, diceva lui, spiccano meno delle bianche? Dio che empiastro! Ho purgato con lui i miei peccati.
Sa lui adesso che cosa fate?
Non l'ho visto, e non lo voglio vedere. Mi viene il mal di mare a pensarci. Preferirei morire che domandargli un soldo.
E dopo, domand Marcello, non avete avuto nessun altro?
Ah, esclam Mim vivacemente. Vi giuro di no, signor Marcello. Ho lavorato per vivere, soltanto che il mestiere di fiorista non andava bene, e allora mi sono messa a far la modella... Se avete del lavoro...
E sorrise.
Ma poich s'accorse di un moto di sdegno in Rodolfo, che lei, pur parlando con Marcello, fissava sempre, Per la testa e per le mani soltanto, badate bene, aggiunse, io far la modella. Devo riscuotere anzi del denaro, e quando l'avr, voglio tornare nella mia cameretta. Ma guarda, interruppe vedendo la tavola, voi cenavate!
Non abbiamo fame, disse Marcello.
Beati voi, scapp detto a Mim.
E Rodolfo che ud, si sent una stretta nel cuore, e fece cenno a Marcello.
Se volete mangiare quello che c', dice Marcello. Avevamo pensato, Rodolfo ed io, di passare insieme la vigilia del Natale, ma poi... Non so... Sopravvenne altro pensiero.
Allora arrivo in buon punto, e guardava la tavola. Non ho mangiato tutt'oggi, sussurr ella a Marcello in modo che Rodolfo non udisse.
Rodolfo mordeva il fazzoletto per non scoppiare in singulti.
Via, Rodolfo, disse Marcello, mettiti a tavola.
No!, rispose Rodolfo.
Vi do noia, Rodolfo? domand dolcemente Mim. Volete che me ne vada?
No, restate. Mi fa dispiacere vedervi cos.
La colpa  mia, Rodolfo, e io non mi dolgo. Quello che  stato  stato. Non ci pensiamo pi. E perch non potete essere per me quello che gi foste? Forse non potreste essere amico di Mim? E allora venite a tavola, non mi fate quella faccia scura.
E mosse per dargli la mano, ma nel muoversi vacill e ricadde su la sedia.
Troppo caldo qui.
Su, vieni, Rodolfo, disse Marcello.
Mangiavano e Mim era lieta.
Bimba mia, disse poi Marcello, impossibile trovarvi una camera qui.
Allora me ne devo andare?
Ma no, ma no! Io vi cedo la mia camera e vado a dormire con Rodolfo.
Mi dispiace disturbarvi; ma sar per due giorni appena.
Cos come ho rimediato io, voi non ci disturbate affatto, disse Marcello. Dunque siamo intesi: questa  casa vostra e noi andiamo a dormire. Buona notte, Mim.
Grazie, disse Mim porgendo loro le mani.
Volete chiudervi dentro? domand Marcello.
Perch? disse Mim e guardava Rodolfo. Non ho paura.
E poich i due amici furono nella camera vicina che era allo stesso piano, Marcello disse a Rodolfo:
Be', adesso cosa fai?
Non so.
Su, va da Mim. Domattina avrete fatto la pace.
E Rodolfo disse:
Se invece di Mim fosse venuta Musetta, che cosa  che tu faresti? domand Rodolfo.
Se ci fosse Musetta l? Da un quarto d'ora non sarei pi qui.
Ebbene, io sar pi forte di te, disse Rodolfo.
Staremo a vedere.
E cos dicendo Marcello entr nel letto.
E non vieni a letto anche tu?
Certo, rispose Rodolfo.
Ma nel mezzo della notte, Marcello s'accorse che Rodolfo non c'era pi, e come fu giorno e si fu levato, and a bussare piano alla stanza dove era Mim.
E Mim fece segno di far piano per non svegliare Rodolfo. Seduto su di una poltrona si era addormentato col capo posato sul guanciale accanto a Mim.
E avete passato la notte cos? domand Marcello con meraviglia.
Cos!
Ma Rodolfo ora si destava, e abbracci la fanciulla e stese la mano all'amico.
Sta qui, disse, a far compagnia a Mim, io vado a cercare un po' di denaro.
Be', come  andata questa notte? domand Marcello a Mim.
Malinconia! Rodolfo mi vuole ancora bene.
Lo sapevo.
Voi, Marcello, avete fatto di tutto per staccarlo da me. E avete fatto bene. Io l'ho fatto soffrire troppo.
E voi gli volete ancor bene?
Se io gli voglio bene? E congiunse le mani con spasimo.  ben questo il mio tormento. Non vedete come sono ridotta?
Ebbene, giacch lui vi ama e voi lo amate, mettetevi ancora insieme e cercate di rimanervi.
Non  possibile, rispose Mim.
Perch? Certo sarebbe meglio che vi lasciaste per sempre; ma per far questo, bisognerebbe mettervi mille miglia lontani l'uno dall'altra.
E Mim allora disse:
Fra poco sar anche pi lontana di mille miglia.
Che cosa volete voi dire?
Voglio dire che fra poco me ne andr per non tornare pi; ma non lo raccontate a Rodolfo, ne soffrirebbe troppo. Guardate qui... E in questo dire sollev le coperte e mostr le spalle e le braccia. Credete che non mi sbaglio.
Oh, povera Mim!, esclam Marcello; ma come avete fatto a ridurvi cos?
La vita che conduco da due mesi mi ha ridotta cos! La notte piangere, il giorno negli studi dei pittori, al freddo: la passione che ho qui dentro. Poi ho sofferto anche la fame. Ho cercato di avvelenarmi, sapete? Ma mi hanno salvata; per poco, per. Del resto, colpa mia! Se fossi rimasta con Rodolfo, non sarei in questo stato. E adesso gli casco ancora su le braccia; ma non sar per molto tempo. L'ultimo vestito che mi comprer, sar tutto bianco. Mi dispiace per, Marcello, di morire. Rodolfo lo sa che sono malata, e ieri  rimasto pi d'un'ora cos, muto, quando lui ha visto le mie spalle, le mie braccia. Non riconosceva pi la sua Mim. Anche il mio specchio non mi riconosce pi. Mah! Che farci? Ero bella e sono stata amata. Oh, Signore!, esclam e ruppe in singhiozzi, e nascose il volto sopra Marcello. Addio, addio a tutti voi!
Suvvia, Mim, disse Marcello, non vi disperate. Voi guarirete. Certo avete bisogno di un po' di cure e di pace.
No, amico mio! Tutto  finito oramai. Sono cose che si sentono. Sapete voi ieri notte quanto ci ho messo a fare queste scale? Non ho pi forza. Se avessi trovato qui una donna insieme con Rodolfo, avrei fatto presto a tornare indietro. Mi sarei buttata gi dalla finestra. Lui poteva benissimo essere con una donna. Non era libero? Ma io lo sapevo che mi amava ancora.  per questo, vedete, Marcello, che mi dispiace morire. Come  buono, povero Rodolfo! Mi riprende in casa dopo tutto quello che gli ho fatto soffrire! Ah, il Signore non  giusto; non mi lascia nemmeno il tempo di far dimenticare a Rodolfo i dispiaceri che gli ho dato! Io non ho voluto che dormisse vicino a me, perch mi pareva gi di sentire i vermi della morte dentro di me. Passammo la notte a piangere e a parlare di una volta. Ah, sapeste, Marcello, che dolore rivedere il tempo felice; e non ce ne siamo accorti che eravamo felici! Ho come del fuoco dentro, e se mi muovo appena, mi pare che le membra mi si spezzino. Datemi il vestito, vi prego. Voglio fare il gioco delle carte per indovinare se Rodolfo ha trovato s o no dei soldi. Vorrei fare una bella colazione con voi. Gi, peggio di cos non potrei stare. Guardate, guardate, Marcello. Picche! La morte. Fiori! I soldi. S, oggi avremo dei soldi.
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E un pallido sorriso si dipinse sul volto di Mim.
Marcello si tacque. Non sapeva che cosa rispondere a questa creatura che, nel suo lucido delirio, diceva di sentire gi i vermi della sepoltura.
Rodolfo venne e con lui erano Schaunard e Colline. Schaunard era in toletta estiva perch aveva venduto il suo vestito di panno per trovare soldi per Mim.
Colline, alla sua volta, aveva venduto i libri. Avrebbe preferito disfarsi di un braccio o di una gamba piuttosto che dei suoi libri.
Ma che ce ne facciamo di un braccio o di una gamba? Cos gli disse Schaunard.
Mim accolse sorridendo i vecchi amici. Disse:
Sono diventata una buona bambina, e Rodolfo mi ha perdonato. Se vuole tenermi con s, mi metter gli zoccoli, e un fazzoletto in testa. La seta non mi ha portato fortuna. Non ha fatto bene alla mia salute.
Un lugubre sorriso accompagn queste parole.
Allora Rodolfo, per consiglio di Marcello, and a chiamare quel medico che aveva curato Francine.
Venne, e rimase solo con Mim.
Disse poi a Rodolfo: Non  possibile che voi la teniate qui. Questa povera figliuola  condannata. Le procurer un posto all'ospedale della Piet dove ho un medico mio amico. Se arriveremo alla primavera, chi sa, forse allora la potremo far venir fuori.
Non ho coraggio, disse Rodolfo, di dire a Mim di andare all'ospedale.
Glielo ho detto io.  contenta.
S, Rodolfo, disse Mim, cos conviene fare. Forse guarir all'ospedale. Io ho tanta voglia di vivere che per vivere starei con una mano nel fuoco, purch l'altra mano fosse nelle tue mani. Tu mi verrai a trovare. L io sar curata bene. Dnno da mangiare anche del pollo all'ospedale, e poi c' caldo. Tu intanto lavora, cos fai dei soldi e quando io sar guarita, verr a stare con te. Torner bella come prima. Anche prima di conoscerti, ero stata ammalata e sono guarita. Allora non ero felice come sono adesso che ti ho ritrovato. Ben potevo morire allora! Vuoi che muoia adesso che voglio guarire? Prender tutte le cattive medicine che mi daranno e se la morte mi vuole, io mi difender. Dammi lo specchio; mi pare gi di star meglio.
S, vedi,  e si guardava, non sono pi cos pallida, e le mie mani sono sempre le tue care mani. Stringile ancora, e non sar per l'ultima volta.
E cos dicendo ella gettava le braccia al collo di Rodolfo, e fra i capelli sciolti era immerso il volto di lui.
Prima di andare all'ospedale Mim volle passare la sera con i suoi amici.
Tenetemi allegra, ella disse: l'allegria  la mia medicina migliore. Vedete?  stata la berretta da notte del contino Paolo quella che mi ha fatto ammalare. Mi voleva insegnare la grammatica. Cosa me ne faccio io della grammatica? E i suoi amici? Che gente! Un pollaio di cui lui era il pavone. Pensate che faceva lui la nota del bucato. Quando piglier moglie, sar lui che far i figliuoli.
La gaiezza di Mim stringeva il cuore. Marcello, Schaunard, Colline, Rodolfo facevano sforzi atroci per mantenere il discorso sul tono di allegria di lei, a cui le Parche tessevano gi in fretta il sudario dell'ultimo vestito.
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Il d seguente, al mattino, Rodolfo ricevette il biglietto di ammissione all'ospedale. Mim non poteva stare in piedi, e convenne condurla in carrozza. Durante il tragitto, i sobbalzi della carrozza la facevano soffrire a morte, eppure anche in questi spasimi sopravviveva l'anima femminile. Due o tre volte disse di fermarsi davanti alle vetrine di moda.
Ma come fu nella corsia che le era assegnata, un gelo le corse al cuore. Una voce segreta le disse che da quelle squallide mura ella non sarebbe pi uscita. Impietr nel volto perch Rodolfo non vi leggesse.
Come fu nel lettuccio, abbracci Rodolfo, lo salut e lo preg di venire la domenica, ch era giorno di entrata.
Se ci sono ancora fiori e violette, prtamele, Rodolfo. C' un odore cos cattivo, qui!
S, disse Rodolfo. A domenica; e tir lui le cortine del letto. E Mim come intese sul pavimento il rumore dei passi di lui che si allontanava, fu presa da delirio. Tir le tende, si sporse fuori: Rodolfo, Rodolfo, portami via con te, url fra le lagrime. Non voglio stare pi qui.
Venne la suora e cerc di calmarla.
Morir qui!, e ricadde sul letto.
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La domenica venne, e Rodolfo si ricord delle viole, e come se una superstizione lo trasportasse, and fuori di Parigi, pei campi, per i boschi, dove era stato tante volte con Mim, a cercare fiori e viole. Ma il nevischio e il vento battevano allora la campagna, cos lieta e cos in pace nei tepidi giorni della primavera. Gir, frug, e appena presso il laghetto di Plessis, trov qualche fiorellino.
Al ritorno, nel passare per il villaggio di Chtillon, s'incontr nel battesimo di un suo amico che aveva conosciuto Mim. Rodolfo gli raccont la sua sventura, e quegli gli diede i confetti della festa da portare in suo nome a Mim, e che la sarebbe andata a trovare.
Se arriverete a tempo, disse Rodolfo.
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Come fu all'ospedale, Mim, gi immota, lo abbracci con lo sguardo: vide i fiori, e sorrise. E Rodolfo le raccontava la sua andata in campagna, ed ella baciava quelle povere viole, e Rodolfo le porgeva i confetti dell'amico, ed ella diceva: Come siete buoni, voi. Vi voglio bene a tutti.
Ed erano venuti, l, al letto di Mim, anche Schaunard e Colline, e fecero ridere Mim, e tanto stettero che gli infermieri dissero loro di andare che trascorsa era l'ora.
Addio, disse Mim. A gioved. Venite che vi aspetto, ma non mancate.
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Il d seguente, quando fu sera, fu recapitata a Rodolfo una lettera di quel medico dell'ospedale. Diceva: "Vi devo comunicare una triste nuova. Il numero otto  morto. Stamane, passando per la corsia, ho trovato il letto vuoto."
Rodolfo piangeva.
Venne Marcello e trov l'amico l immoto. Gli mostr la lettera.
Povera creatura!, esclam Marcello.
Strano!, diceva Rodolfo. Io non sento nulla. Che il mio amore fosse gi morto sapendo che ella doveva morire?
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Fu gran cordoglio fra tutti gli amici. Ma otto giorni dopo, Rodolfo si incontra in quel medico dell'ospedale.
Ah, scusate, amico mio, la mia sbadataggine.
Che c'?
Come, disse il medico, voi non sapete? voi non l'avete riveduta?
Chi?
Ma lei, Mim.
Rodolfo impallid e il medico diceva: Quando vi mandai quel biglietto, io ero vittima di un errore. Da due giorni ero via dall'ospedale. Ritorno, e nel fare la visita, vedo il letto del numero otto vuoto. Domando alla suora, e mi risponde:  morta stanotte. Invece era successo cos, che durante la mia assenza, Mim era stata cambiata di corsia e nel suo letto era stata messa un'altra donna, che mor appunto nella notte. Il giorno dopo quello in cui vi scrissi, trovai Mim nella corsia vicina. Ella era disperata per voi, che non vi aveva veduto. Mi diede un biglietto per voi, che io vi portai subito a casa.
Dio! Dio!, esclam Rodolfo. Ma io non ritornai pi a casa, ho dormito cos, qua e l, dagli amici. Che cosa penser di me, povera creatura? Come sta? l'avete vista?
L'ho vista ier l'altro. Sta lo stesso. Pensa che voi stiate poco bene.
Andiamo, andiamo sbito.
Aspettate un momento, disse il medico quando fu nell'atrio dell'ospedale, che io vado a domandare il permesso per voi al direttore.
Rodolfo attese. Un quarto d'ora pass. Il medico apparve, gli prese la mano, disse: Fate conto che la lettera che vi ho scritto otto giorni fa, sia vera.
A queste parole Rodolfo vacill e s'appoggi a una colonna l dell'atrio.
Ah, povera Mim!
Stamattina alle quattro, disse il medico.
Conductemi nella sala mortuaria, perch la veda ancora.
Non c' pi. E additando un gran carro nero e chiuso nella corte, aggiunse: E l!
L dove sono quelli che nessuno reclama per le ultime esequie.
Allora addio, disse Rodolfo.
Volete che vi accompagni?
No, ho bisogno di essere solo.
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Nota: Il ritorno di Mim, povera e ammalata, che si trascina agonizzante, capitato proprio nel momento di disperazione dello scrittore ormai senza cibo, senza un fuoco e senza una casa, il ricovero all'ospedale grazie a un enorme favore fatto a una tisica in stato tanto avanzato per intercessione di un amico di Murger e persino il macabro errore che fa morire Mim due volte, sono un prestito alla verit pi autentica, a parte qualche dettaglio che l'amor proprio di Murger ha intenzionalmente distorto...	
Fu ricoverata nel reparto Saint-Charles, dove occupava il letto numero 8. Eugne Toubin si interessava alla malata perch la sapeva spacciata. Era tramite lui che la ragazza riceveva notizie di Murger, il quale non manteneva la sua promessa di farle visita spesso. Ci era andato una volta sola, e le sue visite erano l'unica cosa che potesse concederle un po' di sollievo e restituirle il coraggio. Durante gli orari di visita, i suoi occhi lucidi per la febbre continuavano a fissare il fondo della sala nella speranza di vederlo comparire. Quando l'ora era passata e lei aveva smesso di sperare, la sua testolina bruna ricadeva sul cuscino, in cui affondava il viso per soffocare i singhiozzi e le urla che le sue pene d'amore, pi crudeli delle sofferenze fisiche, le strappavano.	
Charles Toubin, che lo vedeva al Corsaire, rimproverava a Murger di deludere la sventurata creatura a ogni giorno di visita; Murger si difendeva sostenendo che non osava presentarsi in ospedale a mani vuote. "Non posso offrirle" gli diceva "nemmeno un misero mazzolino di fiori. Conosco un posto, dalle parti di Vaugirard, dove crescono dei cespugli su cui non tarderanno a sbocciare le violette. Andr a coglierne qualcuna e gliene porter". Charles Toubin, sbeffeggiando la sua galanteria, gli rispondeva: "Portatele solo il vostro cuore,  quello che ella brama". E poi aggiungeva: "Ma fate presto, le sue condizioni sono davvero gravi".	
Una sera in cui Murger si trovava al Caff de la Rotonde, dove da qualche tempo tradiva il Caff Momus, il tirocinante gli rifer che dalla suora assegnata al reparto aveva appena saputo della morte di Mim e si era subito precipitato a comunicarglielo, ma ancora ignorava cosa fosse avvenuto nei suoi ultimi istanti di vita.	
Murger si appart nel vano di una finestra, pianse qualche lacrima e, sempre in silenzio, se ne and.	
C'era stato un macabro malinteso. Durante la visita del giorno dopo, Charles Toubin trasal: la voce che lo chiamava era quella della malata che aveva creduto morta due giorni prima. Stesa nel suo letto, ancor pi pallida del fantasma di se stessa, lo supplicava con parole affannose, spezzate da rantoli e singhiozzi, di andare a cercare Henri: "Monsieur Toubin, ditegli che Mim sta lasciando questo mondo e che non vuole andar via senza riabbracciarlo". Di solito la speranza dei malati nella guarigione aumenta quando la vita comincia a scivolare via pi in fretta, lei invece aveva mantenuto intatta la sua lucidit. Non si faceva alcuna illusione, ma la sua volont di resistere fino al momento in cui Murger le sarebbe stato accanto prolungava la sua agonia. Murger, informato dello sbalorditivo errore e incoraggiato a non aspettare oltre prima di raggiungerla, rispose: "Ci andr". E poi rimand ancora. Quando si present all'ospedale, Mim non c'era pi.
Uno degli impiegati aveva segnato meccanicamente sul registro dei ricoveri e delle dimissioni dell'ospedale La Piti, al giorno 9 aprile 1848, il decesso, alle 3 del pomeriggio, di "Lucilie Louvret, di circa ventiquattro anni, fioraia, nata a Parigi, residente al 58 di Faubourg Saint Denis. Ricoverata il 6 marzo '48. Tubercolosa". Fine Nota.)
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CAPITOLO 23.
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La giovinezza non ha che una stagione.
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Un anno era passato da quando Mim era morta, e Marcello e Rodolfo, e l'uno non aveva mai lasciato l'altro, celebravano con una bella festa il loro passaggio dalla bohme al mondo delle persone per bene, che vivono secondo le regole della buona societ.
Marcello aveva potuto finalmente essere ammesso al Salone dell'Esposizione, e vi aveva esposto due quadri, di cui uno era stato comperato da un lord inglese, che era gi stato protettore di Musetta.
Con questo guadagno e con altri proventi per incarichi ufficiali, egli aveva potuto pagare i vecchi debiti, aveva ammobiliato un bell'appartamento con uno studio messo proprio bene.
Quasi nel tempo stesso il musicista Schaunard e il poeta Rodolfo arrivavano a conquistare quel pubblico che  dispensiere della gloria e della fortuna. Schaunard aveva una collezione di bellissime romanze che furono cantate in tutti i concerti, Rodolfo aveva lanciato un libro di cui la critica si occup per un mese intero.
Per quello che riguarda Barbamosca, egli aveva fatto rinuncia alla gloria delle lettere. Gustavo Colline aveva fatto un'eredit, poi aveva preso moglie e dava ricevimenti a base di musica e pasticcini.
Or dunque, una sera, Rodolfo seduto dentro una sua bella poltrona, posati i piedi sopra un bel tappeto di sua propriet, vide arrivare Marcello tutto smarrito.
Sai tu quello che mi capita? disse Marcello.
Io so soltanto, rispose Rodolfo, che io son venuto da te, tu eri in casa, ma non mi fu aperto.
Lo so benissimo anch'io, ma sai tu con chi ero io?
Che vuoi tu che io sappia?
Ero con Musetta. Mi  capitata in casa con la furia di un fattorino che viene a scaricar la sua mercanzia.
Musetta? Tu hai trovato Musetta? disse Rodolfo con un non so che di malcontento.
Non ti dar pensiero. Nessuna dichiarazione di guerra. Musetta  venuta da me soltanto per festeggiare per un'ultima volta la bohme.
Che roba  questa?
Musetta si sposa.
Oh!, esclam Rodolfo. E a danno di chi mai ella compie, o gran Dio, questo sacramento?
A danno di un maestro di posta che fu gi il tutore di un suo ultimo amante: un uomo allegro, a quanto pare, perch Musetta gli parl cos: "Signor mio, prima di darvi definitivamente la mia mano e di salire cos le scale del Municipio, io domando otto giorni di libert. Io devo mettere a posto affari personali, cio io voglio bere il mio ultimo bicchiere di sciampagna, voglio ballare l'ultima mia quadriglia, e fare un piccolo saluto a Marcello che  una persona molto per bene, a quanto pare." Cos la cara fanciulla per otto giorni mi cerc e cos ella  capitata a casa mia proprio mentre io stavo pensando a lei.
Mah! Che ti debbo dire? Non  stata una nottata allegra. Fa conto una brutta copia di un capolavoro; e quando ella se ne  andata, mi  venuto persino da comporre in versi questo compianto che io ti voglio recitare, se non ti dispiace.
E Marcello si mise a canticchiare queste strofette.
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Ieri, vedendo una rondinella che riconduce la buona stagione, mi ricordai di lei che mi amava, quando ne aveva tempo.
E per tutta la giornata me ne stetti pensoso davanti al calendario che segnava l'anno in cui noi ci siamo voluti tanto bene.
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No, la mia giovent non  morta, n tu sei scomparsa dalla mia memoria. E se tu, o Musetta, venissi a battere alla mia porta, il mio cuore verrebbe ad aprirti, perch il mio cuore trema sempre quando ode il tuo nome. O Musetta, musa dell'incostanza, ritorna ancora a mangiare con me il pane benedetto dell'allegria.
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I mobili della nostra cameretta, testimoni antichi del nostro amore, si rallegrano al tuo ritorno. Vieni, amor mio, tu riconoscerai tutte quelle cose che tu partendo hai lasciato in grande cordoglio, il piccolo letto del nostro amore, e il grande bicchiere dove tu bevevi anche la parte del mio vino.
...
Ti vestirai, come gi una volta, del tuo vestito bianco; e come una volta andremo, la domenica, a correre pei boschi. La sera sotto il pergolato, berremo il vinello chiaro, dove la tua canzone si bagnava le ali, prima di spiccare il suo volo nel cielo.
...
Musetta se ne ricord, e poi che il carnevale  finito, un bel mattino  ritornata da me, capricciosa augelletta che ritorna al suo nido. Ma il mio cuore non palpit, e Musetta, che non era pi lei, diceva che io non ero pi io.
...
Addio, dunque, creatura adorata, addio o dolce morta insieme con il mio amore. La nostra giovent l'abbiamo sepolta in fondo al vecchio calendario. Rimovendo le ceneri dei bei giorni passati, potr sorgere la memoria che aprir il cielo del nostro passato.
...
Sei persuaso adesso, , concluse Marcello, che il mio amore per Musetta  morto? Non vedi? Ci sono entrati i vermi di questi miei versi.
Ah, povero amico, disse Rodolfo, la tua arguzia si batte in duello con il tuo cuore. Sta attento che non lo uccida!".
 gi ucciso. Il nostro cuore  morto e sotterrato. La giovinezza ha una sola stagione. Dove vai tu a cena questa sera?
Se credi andremo ancora a cena in quell'osteria dove si mangiava per dodici soldi in piatti da contadini e dopo il pranzo avevamo pi fame di prima.
Ah, caro mio, rispose Marcello, io sono disposto a guardare il passato; ma attraverso la lente di una bottiglia di vino fino, e standomi ben seduto in poltrona. Che cosa vuoi farci? Ho i gusti tutti guastati. Sono corrotto come un borghese, che non vive pi se non fra i suoi comodi.
...
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FINE.


NOTA. di Alfredo Panzini.

La mattina del 3 febbraio 1861, sotto un cielo pieno di brume con le nubi basse come un manto funebre, un bel funerale si avviava verso il cimitero di Montmartre in Parigi.
E allora una donna del popolo, vedendo tanta gente ben vestita, tante belle corone sul carro, domand: "Chi  mai questo ricco signore che portano a seppellire?"
Questo ricco signore che portavano a seppellire, era uno che era stato pi povero ancora di quella povera donna. Era morto all'ospedale.
Enrico Murger.
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Questo innamorato della vita, dell'amore, della gioia, un giorno sent battere alla porta della sua soffitta.
Sono una mascherina.
Di' come ti chiami.
Sono la Poesia, sono la Giovinezza, sono la Volutt, sono la Gloria.
Ed egli apr.
Allora ella disse il suo vero nome: Sono la Morte,  Ed egli apr.
...
Entre chez moi, maigre trangre,
et pardonne  ma pauvret.
C'est le foyer de la misre
qui t'offre hospitalit.
...
Cos in una sua ballata, Ballade du dsespr. Del resto egli non fu poeta di rime e di versi, ma poeta della prosa. Una prosa che pare un po' bohme anche lei; ed  cesellata invece con aristocratica finezza, con qualcosa di allucinante e tragico sotto le gaiezze sentimentali, attraverso i paradossi sottilissimi talvolta, talvolta da giullare di piazza.
Enrico Murger mor all'et che si potrebbe chiamare l'et dei poeti giovani: prima dei quarant'anni. L'et del nostro Leopardi: trentotto anni. Era figlio di un onesto portinaio di Parigi e di una madre buona e adorata. Fu battezzato nella chiesa di Nostra Donna. Parigino puro sangue!
Era vissuto la sua breve vita nelle soffitte della sua Parigi, lui che sempre aveva sognato i vasti cieli, gli sconfinati orizzonti della campagna. Cittadino del gran paese della miseria! cavaliere romantico della inaccessibile dama che  la Gloria! Costei soltanto negli ultimi tempi lo riguard come per caso, e questo tardivo riconoscimento fu la cagione perch i suoi funerali furono splendidi, come miserabile era stata la sua vita. Era anche rappresentato a quei funerali il ministro dell'Istruzione Pubblica, seguivano tre immortali dell'Accademia, fra cui il famoso critico Sainte-Beuve; e alcuni fra i personaggi che egli, Murger, aveva scolpito nelle sue scene della "Vita di bohme".
E quella giovane donna tutta velata a lutto che ogni tanto si portava alle labbra un mazzolino di viole, e lo gett poi nella fossa, chi era?
Musetta.
E Mim non c'era?
Mim aveva preceduto il suo poeta tredici anni prima per la via senza ritorno.
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Queste scene della "Vita di bohme" furono pubblicate a varie riprese, come narrazioni d'appendice nel giornale "Le Corsaire Satan", e vanno dal marzo 1845 all'aprile 1849, cio dal tempo che regnava in Francia quel Luigi Filippo il quale sal al trono sull'ondata sanguinosa e gioiosa delle giornate di luglio 1830, sino all'altra rivoluzione del 1848, e alla Repubblica con Luigi Bonaparte, presidente.
La prima di queste appendici frutt al poeta la rispettabile somma di quindici franchi.
Queste narrazioni non procurarono al poeta giovanissimo nemmeno rinomanza, e il primo a meravigliarsi se la fortuna o la rinomanza fossero venute sarebbe stato lui stesso.
Lo stesso tenore della sua miserabile vita, che  quella da lui descritta nella Bohme, non era il pi adatto a farlo conoscere nel gran mondo. E quando egli parla di saloni aristocratici, di squisite eleganze, di profumi, di belle vesti, rivela una ingenuit inimitabile.
Sembra un vagabondo che racconti i sapori mirabili di un pranzo superbo soltanto per aver contemplato la vetrina di un salumiere di lusso.
Sotto lo sguardo famelico, i grassi prosciutti illanguidiscono. E con tutto questo (oh, intuito individualista dell'arte!) questo eterno affamato, questo sentimentale non  "socialista"!
E sorgevano allora in Francia gli albori fiammeggianti del socialismo!
Anche all'aspetto non era molto attraente, n molto profumato. Trasandato, un po' calvo, barba nera, abito nero. L'impronta della miseria. Anche la Gloria, come la Fortuna,  donna.
Fu soltanto quando le scene della "Vita di bohme" furono rappresentate al teatro delle Varits, per conforto di Teodoro Barrire, il quale congiunse con una azione queste varie scene, che il nome di Enrico Murger usc dal cerchio dell'ombra. Ci fu nel novembre del 1849. Murger aveva 27 anni. La sala del teatro era splendida, e fra gli spettatori c'era anche Luigi Bonaparte, presidente della Repubblica con gli ufficiali della sua Casa. Il futuro imperatore dei francesi era forse venuto a quella rappresentazione perch di  "bohme" se ne doveva intendere, avendone fatta lunga esperienza in Italia, a Londra, a Nuova York. Fra i critici c'era Teofilo Gautier e Arsenio Houssaye. Mancava Vittor Hugo, il quale poi discese dal suo piedestallo per scrivere al Murger una delle sue lettere enfatiche salutandolo poeta e annunciandogli che i giorni della gloria da lui profetati erano arrivati oramai.
Uno degli attori disse: Murger, da questa sera, ha finito di fare della miseria (a achev de manger la grenouille!).
Potr essere interessante questo particolare: alle prove del dramma, il sipario cade in fine quando l'attore pronuncia queste parole: "O mia giovinezza, sei tu che qui si seppellisce! (O ma jeunesse, c'est vous qu'on enterre!)"
E allora un amico di Murger gli corse incontro, l'abbracci, e gli disse: "Tu avrai un magnifico e degno successo, ma per tutto l'amore che tu hai per me, io ti prego di portar via questa abominevole frase finale."
"No, rispose Murger.   la verit."
Ed in verit, questo libro  il libro della giovinezza! Pur passato  il Romanticismo, mutati sono i costumi, il sentimento non  pi di moda, il libro non  un romanzo, ma  pure una cosa eterna: la giovinezza, perch la giovinezza non ha che una stagione! La jeunesse n'a qu'un temps!
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Io non saprei dire per quale gioco dell'immaginativa, accanto alla figura triste e schernevole di Enrico Murger, sorge la figura antica e tragica di Francesco Villon, e quella contemporanea allora di un altro Enrico, che pur viveva in Parigi, Enrico Heine. Questi nel fulgore del genio e della tempestosa gloria, Murger in una sua inguaribile miseria: eppure fratelli nel grande sogno della bellezza e dell'amore.
Fu dopo il successo drammatico che il grande editore Michele Lvy convit il povero poeta alla Maison d'Or, e magnificamente gli disse: "Da questa sera voi sarete dei nostri. Voi aumenterete il battaglione dei nostri autori."
E gli offr di raccogliere quelle sue appendici e farne un volume.
Murger accett con entusiasmo.
Cessione in assoluto per 500 franchi.
E il grande editore cont l su la tavola venticinque luigi d'oro. Eravamo, infatti, alla Maison d'Or!
Pare inverosimile, eppure cos leggo nella vita che Georges Montorgueil scrisse su "Henri Murger, romancier de la bohme".
Il volume apparve nel 1851. Che cosa  la bohme?
 stata la bohme un fenomeno transitorio che si accompagn alle ultime manifestazioni del romanticismo, e che da noi prese il nome di "Scapigliatura"? O non  essa uno stato per cui sono passati e passeranno molti uomini, destinati a vincere la iniquit della fortuna, e che poi diventeranno illustri, e non soltanto nell'arte, ma anche nella politica?
In tale caso la bohme sarebbe una specie di vigilia d'armi, la quale in tanto ha valore in quanto si ha poi la forza di staccarsene risolutamente.
Enrico Murger intu pienamente questo ordine di cose. Egli fa dire ad un suo personaggio press'a poco cos: "Giunge un momento della vita in cui si conviene mettere la testa a partito se si vuole arrivare a qualche cosa. La societ umana  dispregevole, d'accordo, ma non si pu vivere tutta la vita in ribellione con la societ. Conviene accettarla, se la si vuol dominare."
Ma non si poteva essere il poeta della "bohme", senza esserne anche la vittima! Nella "bohme" visse, nella "bohme" volle Murger morire, vittima quasi della sua arte, e perci non deve far meraviglia se anche il suo nome non  allineato ne la schiera dei grandi scrittori di Francia.
Una notte, la vigilia di Natale, accanto ad un povero fuoco, nella loro nuda stanza d'affitto, Marcello, il pittore e Rodolfo, il poeta (sotto il quale nome si occulta lo stesso Murger), conversavano melanconicamente di questa necessit di mutar vita e smettere i vani amori. E per dare atto materiale a questi loro propositi, buttavano nel fuoco gli ultimi ricordi di Mim e di Musetta: un nastro, un mazzolino appassito, le lettere. Or si ricordavano i due amici che l'anno scorso, la vigilia appunto del Natale, erano stati con Mim e con Musetta, la gaia compagnia, e Barbamosca, il pedagogo, al caff Momus a far gran baldoria. E allora Marcello, senza che Rodolfo se ne avveda, salva dal fuoco i poveri fiori. Rodolfo, alla sua volta, si nasconde in tasca, per non vederla distrutta dalle fiamme, la cuffietta da notte di Mim. Ed ecco due colpi battono alla porta. E Mim entr. Era pallida, disfatta, col presentimento della morte.
Mim, la brunettina capricciosa e dalle mani di giglio, muore. "Il numero otto dell'ospedale  morto. Questa mattina, passando per la corsia, ho trovato il letto vuoto."
Fra le scene de la "Vie de bohme" ce n' una staccata totalmente anche dal lieve nesso che congiunge le altre narrazioni, ed  il racconto che porta il titolo "Il  manicotto di Francine" (Le manchon de Francine).
Questa narrazione  fra le pi patetiche e gentili che si possano leggere. Fu pubblicata il 30 agosto 1847. Francine  nome inventato. Il nome vero  Mim. Il poeta, con una crudele anticipazione, presta a Mim il nome di Francine, e ne prevede la morte, un anno prima.
Ci davvero  crudele, ma il genio stesso dei poeti talvolta  crudele, anche se buono  l'animo del poeta.
Mim  stata davvero trattata poco bene dal suo poeta. Vana e venale  rappresentata, come si pu leggere nel delizioso racconto "Mimi a des plumes" (Mim ha di belle piume sul cappellino).
Mim era un'operaietta dei sobborghi di Parigi e lavorava facendo fiori finti. Ella era per un grazioso fiore a cui i fati diedero breve vita. Il suo nome  Lucilla Louvet. Ricoverata nell'ospedale della Piet il 6 marzo '48, morta nell'aprile dell'anno stesso, nell'et di anni 24. Queste notizie tolgo dal libro su Murger, scritto recentemente da Georges Montorgueil, e pi ampiamente pu il lettore leggere notizie di Mim alla nota in fine del capitolo 22.
La musica del nostro Puccini ha richiamato a nuova vita la povera Mim.
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Negli ultimi tempi, Murger trov una seconda Mim con la quale condusse un'esistenza pi riposata.
Costei conserv dopo la morte di lui religioso il culto delle sue memorie, e si spense novantenne.
Murger non appartiene certo, n pu appartenere all'olimpo dei grandi scrittori; nelle letterature non lo trovo ricordato, nelle enciclopedie un breve accenno, appena.
Ha per virt di commuovere ancora.  qualche cosa!
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ALFREDO PANZINI.
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FINE.